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Cultura
“Stirpe e vergogna”, tra memoria storica e memoria personale

La recensione del libro di Michela Marzano

Se ho letto il bel libro di Michela Marzano Stirpe e vergogna (Rizzoli) lo devo a mia suocera che me lo ha passato. Embè, direte voi? Tranquilli, non sono quel tipo di persona che scrive su Facebook cosa ha mangiato a colazione. La citazione ha un senso. Mi sono sorpresa di non averlo scoperto prima e da sola. E’ un libro del 2021. Parla di quello di cui tutti sentiamo la mancanza, un’elaborazione in chiave personale e storica dell’eredità fascista di nonni e padri, è una narrazione importante, oltretutto è scritto benissimo. Perché dunque non l’avevo notato prima? Magari è una mia mania di onnipotenza, è vero che non si può seguire tutto; magari è stata solo una mia distrazione. Ma la mia impressione è che di questo libro così unico, così prezioso, si sia detto e discusso troppo poco. Non ricordo che sia sia stato nominato allo Strega, nè che abbia vinto premi significativi. Eppure la Marzano è persona conosciuta, scrittrice affermata, politica. Leggo la rassegna stampa e vedo dei begli articoli sui quotidiani nazionali. Ma forse andava detto di più, andava utilizzato il valore intrinseco dell’operazione. Leggo le recensioni su Amazon e mi colpisce uno che dice: che bello, perchè non trarne una miniserie tv? Che è anche una idea ioriginale per carità, ma che dà la sensazione che forse l’uscita andava accompagnata da una presentazione più incisiva e chiarificatrice sui contenuti.

Ci lamentiamo tanto che per il giorno della memoria non ci siano materiali adatti e aggiornati. Insegnanti del liceo, fate leggere ai vostri studenti “Stirpe e vergogna”. Ci vuole coraggio a prendere il punto di vista di quelli dalla parte sbagliata, dei “carnefici” o dei voltagabbana, degli indecisi, dei superficiali come li definisce la Marzano. Oltretutto, al di là del valore storico, è forte e intensa l’indagine personale: che cosa rappresenta questa memoria per me, come si colloca nella mia identità? Questa è la domanda più contemporanea che ci si possa fare.

Il libro parte da un nome, Maria. Michela sui documenti ha quello. Che cos’è un nome, chiede una sognante Giulietta nella tragedia shakesperiana. Molto, può essere perfino un destino, soprattutto se è una cosa che ricorre in famiglia, se tuo padre ha tra i suoi quello del re Vittorio e quello del Duce, Benito. Lui, uomo di sinistra. Lui, che ha fatto vedere a Michela bambina la serie Holocaust, lasciandole ricordi indelebili. Da qui parte una ricerca fatta attraverso gli archivi, le medaglie, le cartoline, i cimeli, tutti elementi che servono a ricostruire non tanto la linea paterna quanto quella del nonno Arturo. Tra i primi fascisti nel 1919, un entusiasta. Squadrista. Tenace nelle sue convinzioni perfino nel dopoguerra, quando viene espulso dal suo incarico, salvo essere reintegrato anni dopo. Mentre tanti – sottolinea la Marzano – non subirono nessun tipo di conseguenza, passarono pacificamente dal regime e la monarchia alla democrazia mantenendo il loro ruolo di deputati e parlamentari. Sappiamo, sappiamo. Solo che rammentarlo fa sempre bene.

La scrittrice prova colpa, vergogna, disgusto, alla fine riesce a comprendere, a collocare culturalmente, socialmente la posizione del nonno nella Storia, a salvarne perfino elementi affettivi. Perché se davanti alla memoria storica non si può che prendere atto e differenziarsi con la propria condotta nel presente, la memoria personale è libera di ripescare valori e ricordi, anche il cuore grande di un nonno fascista. Se devo fare un piccolo appunto al libro però è che l’autrice, audace a cercare risonanze in se stessa, date dal disagio di un segreto non rivelato, il rapporto con il padre, la maternità rifiutata, a un certo punto si ferma. Ci sono tanti temi che a volte non riescono a collegarsi, a risolversi in un’interpretazione, nonostante i venti anni di analisi che si sentono tutti. Forse manca fare i conti proprio con il padre che è molto presente ovunque ma non abbastanza approfondito a livello interiore come eredità viscerale.
Ma in un libro non si può fare tutto e a volte si lasciano aperte questioni che ci si riprometterà di riaffrontare. E’ un dire: io per ora sono arrivata qui.
Ed è molto. Leggetelo.

Michela Marzano, Sturpe e Vergogna, Rizzoli, pp. 400, 19 euro

Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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