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Che cosa resta del progetto di Netanyahu sugli insediamenti ebraici in Cisgiordania

Il 1° luglio di quest’anno era stato presentato come la data fatale, quella in cui una parte dei territori della Cisgiordania sarebbero stati acquisiti dallo Stato d’Israele e da esso incorporati

Il 1° luglio di quest’anno era stato presentato come la data fatale, quella in cui una parte dei territori della Cisgiordania sarebbero stati acquisiti dallo Stato d’Israele e da esso quindi incorporati. Per essere più precisi, poiché nel conflitto israelo-palestinese c’è un confronto parallelo a quello dei fatti, ossia la guerra delle parole, si è parlato di «annessione». Ovviamente unilaterale. Del tutto legittima per una parte dello spettro politico israeliano, in questo caso quasi tutto collocato a destra, e dei suoi elettori e sostenitori; completamente illegittima per non pochi altri israeliani e per buona parte della comunità internazionale.

Da tempo era venuta configurandosi una tale “soluzione”, incentivata dal piano Trump che al momento, è come una sorta di figura immaginaria che aleggia sulle teste dei protagonisti del confronto. Con una variante di non poco conto, che pesa a tutt’oggi come un macigno: nelle formulazioni dell’«accordo del secolo» prodotto dalla Casa Bianca, la riconfigurazione territoriale delle linee di divisione tra lo spazio palestinese e la Cisgiordania deve comportare, come pressoché immediato effetto, la nascita dello Stato palestinese. Quando questo possa essere vincolato – se non amputato – di fatto e di diritto, nelle sue prerogative sovrane, poco importa dal punto di vista simbolico. Poiché per Trump, grazie al tramite di suo genero Jared Kushner, consigliere senior dell’Amministrazione statunitense, ovvero della presidenza (essendo assai inviso ad altri segmenti dell’esecutivo), lo scambio è chiaro: concessioni a Benjamin Netanyahu (inteso come «mister Israele») di contro al riconoscimento di una controparte palestinese e di alcune delle sue pretese.

Quanto quest’ultima sia a tutt’oggi politicamente produttiva per coloro che dovrebbe rappresentare – i palestinesi , essendo costituita perlopiù da leader anziani e poco accreditati, a partire dalle battaglie da sostenere per i rapporti di forza nel consesso internazionale –  è altro paio di maniche. Ossia, è questione che demanda all’ossatura della leadership cisgiordana e alla sua sostanziale immodificabilità. Netanyahu ha sempre saputo che la credibilità di questa è ai minimi storici, ossificata e cristallizzata qual è, pensando quindi di potere volgere a proprio favore lo stato delle cose. Poiché il premier, che da circa venticinque anni domina la scena politica israeliana, è abilissimo nello spostare il baricentro della discussione politica nazionale, lasciando tuttavia inalterato il fuoco della sua centralità. Qualcosa del tipo: senza «Bibi» non c’è futuro.

Ciò su cui tuttavia non ha fatto del tutto i conti, malgrado la sua comprovata abilità e scaltrezza, sono alcuni elementi che, al momento, contano molto più dei suoi stessi disegni. Il primo di essi è che l’adesione dell’Amministrazione Trump all’«annessione» non è incondizionata. Al di là dell’affinità elettiva tra i due leader, e della spinta che i settori evangelici continuano ad alimentare, ancora una volta – come già era accaduto con le presidenze precedenti – la complessa macchina di potere di Washington non è disposta, nel suo insieme, ad assecondare ogni mossa di Gerusalemme. Le mutevoli alleanze con il mondo arabo e con quello islamico condizionano e modulano l’insieme dei rapporti. Di volta in volta, di passo in passo. È valso per il passato, vale ancora di più per il presente, il tempo nel quale gli americani hanno scelto di disinvestire dal Medio Oriente, puntando semmai sulla concorrenza competitiva nei confronti di Pechino e sul confronto asimmetrico con Mosca (Putin è debole, ma è anche una garanzia nell’Asia centrale e nell’Europa orientale). Stiamo vivendo un arco di storia molto lontano dal vecchio bipolarismo: leggere lo scenario mediterraneo con gli occhiali del passato, non aiuta a capire i trend di fondo. Le alleanze, quindi, sono in permanente ridefinizione. Non c’è una fotografia che le fissi una volta per sempre. Tuttavia, sussistono indirizzi di fondo che vanno in qualche modo intercettati e, soprattutto, soddisfatti.

Se Trump è per molti un bizzoso personaggio assiso alla White House, non altrettanto si può dire della complessa intelaiatura che governa le mille diramazioni di Washington. Destinata a sopravvivere alle singole presidenze e alla quale è chiaro un precetto fondamentale, come tale inderogabile: possiamo scegliere di disimpegnarci, non di disinteressarci. Al netto poi delle sensibilità (e delle suscettibilità) dei singoli presidenti, la tutela degli «interessi americani» sopravanza i rapporti di amicizia pur consolidati. Anzi, né sanzione ed effetto. Ovvero, questi ultimi, per gli statunitensi (repubblicani o democratici che siano), vengono prima di tutto il resto. Magari ci si divide su cosa ciò implichi, ma «America First» (un concetto nato nel 1916, con il democratico Woodrow Wilson, e che racchiude il principio per cui gli interessi degli Stati Uniti vengono prima di qualsiasi altro ordine di considerazione rispetto all’ordinamento internazionale, il quale semmai deve piegarsi ad un tale stato di cose; si tratta di una posizione diversa dal «Make America Great Again» dello stesso Trump, anche se ci sono dei riversamenti logici, per così dire) ancorché apparentemente controbattuto nelle stagioni interventiste (1917-1918; 1941-1945; 2001-2008) rimane un pilastro della politica di Washington. Non si tratta, in un mondo globale, di scegliere quindi la linea dell’isolazionismo, oramai impraticabile, ma di capire cosa convenga di più, di volta in volta.

Ragion per cui, se la politica israeliana in Cisgiordania dovesse incidere, non positivamente, nell’evoluzione dell’asse sunnita tra Washington e le capitali arabe, allora eventuali acquiescenze nei confronti della prima sarebbero revocabili. Almeno in parte, beninteso senza troppi clamori. Un conto e fare proclami, un altro è adoperarsi concretamente. Non di meno, Netanyahu sa che lo stesso Israele ha tutto interesse a mantenere e corroborare il rapporto di reciprocità silenziosamente maturato con una parte del mondo arabo, in funzione antisciita. Soprattutto adesso, dal momento che il Libano, in pieno e irreversibile tracollo economico, civile e sociale, rischia di frantumarsi in breve tempo, se al default non solo fiscale ma anche politico di Beirut, dovesse sopravvenire una possibile cantonalizzazione che vedrebbe Hezbollah e gli iraniani stabilmente insediati nella regione centro-meridionale, nelle immediate adiacenze del Golan e della Galilea settentrionale israeliana. Peraltro, questi ultimi hanno per il momento manifestato l’intenzione di non aprire un impegnativo fronte conflittuale con Gerusalemme. Washington media al riguardo e la stessa classe dirigente israeliana è molto attenta a non dare corso a rovinosi varchi conflittuali, dai quali i più avrebbe poco o nulla di cui guadagnare.

A ciò, ed è un secondo elemento del quadro che andiamo delineando, si aggiunge il fatto che per il momento né Gerusalemme né Ramallah (la dirigenza palestinese, ancorché in forte difficoltà di consenso nei riguardi della sua popolazione, rimane un interlocutore obbligato per gli americani: le ingenue letture che propendono per una scelta esclusiva verso gli israeliani, non tengono in considerazioni le diverse posizioni ed opzioni alimentate dalla struttura poliarchica federale di Washington, che non intendono in alcun modo cancellare i palestinesi come soggetto politico) sono disposti a spendere carte sicure per un secondo mandato di Trump. Se è plausibile che tutta la partita tra l’esuberante e vitaminico tycoon repubblicano e il paludato ma rassicurante Joseph «Joe» Robinette Biden Jr. si giocherà in autunno, rimane il fatto che il primo fatichi a stare al passo. Quanto meno con il principio di realtà. La pandemia negli Stati Uniti, qualora dovesse attenuarsi, malgrado le durissime divisioni che la sua gestione ha causato tra governo federale e una parte degli Stati della federazione, insieme ad una ripresa economica (sulla quale Trump gioca tutte le sue carte), permetterebbe al presidente uscente di sperarsi ancora riconfermabile. Altrimenti, l’incolore ma rasserenante esponente democratico avrebbe in tutta plausibilità ragione su una parte di elettorato americano che chiede soprattutto protezione e garanzie. L’ambasciata statunitense, peraltro, può rimanere a Gerusalemme ma quest’ultima non è per nulla detto che possa accampare diritti sovrani sugli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Non senza pagare un qualche grande pedaggio, per intenderci. Che nel linguaggio di Biden comporterebbe anche la neutralizzazione di quelle componenti, estremamente radicalizzate, che sono una parte del link che lega parte del movimento dei coloni alla destra americana più esacerbata. Tema (e manovra politica) quest’ultima assai complessa. Sulla quale, settori non solo democratici ma anche del vecchio e consolidato establishment repubblicano hanno esercitato già pressioni verso gli israeliani, nella chiara prospettiva di andare verso “equilibri più avanzati”. Ovvero, di anestetizzare quegli elementi più intransigenti che sono radicati in alcune settlement. Dai quali, secondo le leadership politiche e partitiche, nulla di buono potrebbe derivare. Poiché sono inscritte in un fondamentalismo che allo Stato d’Israele antepone una sorta di «regno di Giudea». Il fantasma dell’assassinio di Yitzhak Rabin ancora aleggia. Ma pesa non di meno la ideologizzazione che costoro – i quali già in parte hanno iniziato a tematizzare la condotta del primo ministro come un possibile “tradimento” – fanno e faranno di tutta la questione del futuro degli insediamenti ebraici.

La pandemia, e la sua incalcolabile incidenza, è il terzo fattore che sta pesando sul decision making israeliano. Per Benny Gantz, in chiara difficoltà dopo la formazione del governo di unità nazionale (al quale partecipa in tandem con Netanyahu), il tema è stato un paradossale polmone di garanzia rispetto alle pressioni che sta subendo dai suoi elettori e da quello che resta – al momento assai poco – di Kahol Lavan. L’alleanza elettorale che si è frantumata nei mesi scorsi (dando spazio alla verve polemica di Yair Lapid ed a Yesh Atid-Telem, formazione parlamentare adesso a sé stante, alla ricerca di un ruolo di comprimario), rimane a tutt’oggi in chiara condizione di subalternità rispetto all’aggressività politica del premier likudista. Gantz ha bisogno di tempo e spazio per ridefinire la sua fisionomia di ruolo. Difficile che gli riesca, essendosi rivelato affaticato dinanzi all’esuberanza della destra. Dopo avere scialbamente condiviso il programma di Netanyahu rispetto al futuro degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, adesso manifesta il suo disagio per un’operazione di cui, in tutta plausibilità, beneficerebbe il solo premier in carica. Un po’ poco per presentarsi come alternativa; un po’ troppo per rivendicare di non essere parte in causa.

Raccolti questi elementi di quadro, che cosa ne dovrebbe derivare in tempi relativamente brevi, ossia fino alla prima metà dell’anno entrante? Posto che nessuno abbia la sfera di cristallo con la quale predire il futuro, rimane il fatto che il progetto di Benjamin Netanyahu di ridisegnare la fisionomia della sovranità sui territori di ciò che resta delle incerte carte degli accordi di Oslo (aree A, B e C) debba confrontarsi con l’impatto di lungo periodo di fattori che non sarà Israele medesimo a governare. Non da solo, quanto meno. Già si è detto dell’emergenza pandemica,  che ha velocemente mutato l’agenda politica nazionale. I suoi assetti sono condizionati, al pari di altri paesi, dagli effetti sul versante economico e sociale, l’altra emergenza conclamata. L’elevato numero di disoccupati è al momento il centro delle preoccupazione dei tanti. Su questo passaggio, gli alleati avversari di «Bibi» (lo stesso Gantz, per intenderci) e gli antagonisti conclamati caleranno le loro carte nei tempi a venire. La questione degli insediamenti ebraici ed, in immediato riflesso, della sovranità territoriale di Israele sarà quindi declinata all’interno di una tale cornice. Comunque con una forte polarizzazione dentro il Paese. Difficile pensare che un’ulteriore erosione di ciò che resta della pencolante leadership palestinese basti da sé per proseguire in assoluta libertà da parte di Gerusalemme. Semmai, la questione sarà quella della tenuta del quadro regionale; a nord (il Libano, di cui già si è detto), ad est (la Giordania, che ha manifestato la sua chiara indisponibilità a repentini mutamenti dello status quo), a sud con un Egitto che si confronta con Hamas. Oltre al prosieguo dell’oramai perenne crisi siro-irachena. E alla cambiale iraniana. Comunque, nulla è scritto a priori, si intende.


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