Cultura
Dimmi che lingua parli, ti dirò chi sei

Cosa significa “madrelingua”? Chi parla l’ebraico contemporaneo? Identità, dovere e lingua nel popolo ebraico

Il concetto che sta dietro l’espressione madrelingua parla dell’identità di un popolo. Di una nazione, anche. Di un modo di pensare e di “sentire”. Cos’è duqnue l’ebraico per Israel come popolo? E come Stato?

Gli obblighi attinenti la Torah – come testo (la Torah in quanto tale) e quale singolo ‘libro’ (un sefer torah) – sono, per così dire, obblighi contratti verso l’ebraico – leshon akodesh, “lingua di santità”, come è possibile rendere secondo Baharier. Obblighi di studio e di culto, riassunti in uno a partire da Ezra che istituì il dovere di leggere la Torah “a voce alta” (bekol gadol) di fronte all’adunanza (kal) – dovere che, scrive David Banon in La lettura infinita (1987), può essere visto come presupposto alla successiva istituzione del ciclo di lettura annuale e, più in generale, alla centralità dello studio nel giudaismo farisaico.
La Torah, anche attraverso tali prescrizioni, diviene quel supporto scritto attorno a cui vertono le diverse forme di lettura (interpretazione midrashica e deliberazioni di carattere halakico) che daranno vita alla Torah orale, e in funzione di cui si plasma l’identità di azione e pensiero di Israel. Si intravede, qui, il legame tra lingua, prescrizione e identità.

Aramaico, greco, ebraico
Certo, non mancarono le spinte, a partire dalle nuove abitudini linguistiche delle diverse comunità ebraiche, verso una dissociazione tra obbligo di studio della Torah (intesa come comprensiva di quella scritta e orale) e obbligo di studio dell’ebraico. Così l’aramaico, nelle sue declinazioni in uso in terra d Israele o nella diaspora babilonese, acquisì progressivamente centralità – sino ad arrivare alle redazioni della Ghemarà, nelle versioni gerosolimitane e babilonese nonché, già a partire dall’epoca di Esdra, all’adozione cultuale di forme di traduzione in aramaico – traduzioni che, ricorda Banon, sono al medesimo tempo commenti, estensioni. La consuetudine – ossia l’effettivo uso dell’aramaico – sembrava spingere in una posizione marginale l’ebraico. Sino all’affermarsi, con la traduzione della Settanta, del greco. Tuttavia, proprio in reazione alla Settanta, un limite venne segnato. Il greco veniva posto fuori dalla Tradizione, quale canone. Senza con ciò perdere il suo statuto di lingua dell’universale. Verso cui tendere. Anche rispetto al ruolo dell’aramaico si ebbero delle contro-spinte, come sottolinea Geraldine Roux (2017) in riferimento alla scelta di Maimonide di redigere il suo Mishné Torah in ebraico.

Un popolo “lashon-oriented”
Alla centralità della Torah – scritta e orale– consegue e si mantiene, dunque, la centralità dell’ebraico. Amedeo Giovanni Conte, filosofo e membro dell’Accademia dei Lincei recentemente scomparso, ebbe modo di descrivere il popolo ebraico quale popolo “lashon oriented”, che si muove e orienta in funzione di una lingua, o meglio ‘della’ lingua – la leshon akodesh. Così è per l’ebreo variamente osservante che, vuoi nei precetti di azione vuoi in quelli di studio, orienta il proprio agire guardando a contenuti e forme veicolati dall’ebraico. Così per l’ebreo eretico Spinoza che, come riportato da Anna Linda Callow nel suo La lingua che visse due volte, dedicò inedita attenzione all’ebraico, segnalando come l’emancipazione di Israel potesse passare, oltre che dalla politica, dalla grammatica.

Il sionismo
Nello sguardo rivolto, per via dell’obbligo di studio o sulla scia di questo, verso l’ebraico, è l’ebraico stesso a divenire – come per ogni altro idioma, qualcuno sentirebbe bisogno di aggiungere – filtro alla nostra percezione e, infine, materia con cui plasmare la nostra stessa identità, sia in senso intellettuale che emotivo. Certo, quest’ultimo aspetto, a partire dal graduale disuso dell’ebraico come lingua di comunicazione (già in terra di Israele, e a maggior ragione in diaspora) venne gradualmente meno. A sopperire tale mancanza si proposero movimenti come l’Haskalà e, infine, Eliezer Ben Yehuda. Solo il congiungersi degli aspetti culturale e politico, con il sionismo, riuscì in tale impresa, come noto. Proprio a partire dal sionismo è possibile mettere in evidenza una coppia di prescrizioni inerenti l’ebraico, l’una speculare e opposta all’atra. Se, infatti, in merito all’ebraico come lashon akodesh vengono statuiti obblighi di studio, lettura e, finanche, scrittura (la mizvà di scrivere un intero sefer torah), l’ebraico come lingua dell’ordinario, della comunicazione prosaica, si struttura attorno a un nuovo imperativo: ivri dabber ivrit. Letteralmente: ebreo, parla ebraico! Ebreo come “ivri” e non “ieudi” (juif, juden e così via). Una differenza che può apparire meramente linguistica, ma che segna una svolta identitaria di fondo. La leshon akodesh, la quale come visto include anche l’aramaico, è sintomo di un uso della lingua circoscritto alle materie di santità, atta a forgiare un’identità di ‘santità’. L’ebraico della quotidianità è funzionale a costituire l’ebreo nuovo, sino a ieri sovente pensato in antitesi a quello diasporico.
Il rapporto tra usi del linguaggio e identità collettiva e personale attraversa, dunque, il vissuto quotidiano di ciascuno di noi, e si offre come materia per riflessione. Da un punto di vista filosofico tale aspetto segnala la plasticità delle nostre identità. Rossella Fabbrichesi – sulle cui lezioni chi scrive si è formato durante la laurea triennale – indagava tali aspetti attraverso riferimenti a filosofi tra loro differenti come Carlo Sini, Nietzsche, Peirce o Foucault. Un’idea, un tema, di fondo emergeva. Ciò che definiamo “io”, come singoli soggetti, o “noi” quale data comunità o, infine, intera umanità, è il risultato di una varietà di prassi di “addomesticamento”, come provocatoriamente si esprimeva Nietzsche; di assoggettamento, diremo con Foucault. A un livello ancora più profondo riscontriamo, qui, la priorità di ciò che è esterno – una scrittura, un modo di leggere – rispetto a ciò che è “interno”, ciò che ieri definivamo ‘anima’ e oggi ‘soggettività’. Questo aspetto risalta nella coppia di prescrizioni e relative identità (o assoggettamenti) che abbiamo visto: il dovere di studiare la lashon akodesh e l’identità di ebreo diasporico, il dovere di parlare l’ebraico e l’identità dell’ebreo nuovo. Tuttavia la realtà, con la sua eterogeneità, supera gli steccati delle prescrizioni – della religione o di un’ideologia.

Lingua e identità in Israele
Oggi, in Israele, coloro verso cui vigeva il dovere di lashon akodesh, e il corrispettivo divieto di parlare l’ebraico moderno, parlano sempre più spesso l’ebraico, come indagato da Benny Brown. Non solo, diversi componenti della minoranza araba d’Israele adottano l’ebraico non solo nell’ambito in cui è ‘costretta’, per ragioni di egemonia istituzionale, a utilizzarlo, ma anche come ‘propria’ lingua, ancorché seconda – come nel caso della giornalista Lucy Aaharish. È anche a partire dall’uso dell’ebraico da parte di locutori israeliani non ebrei che si pone il problema dell’israeliut, di un’identità non corrispondente a quella di stato-nazione.
Il rapporto tra lingua, prescrizioni e identità costituisce dunque filo conduttore dell’esperienza, singola e collettiva, di Israel, come popolo, e di Israele, oggi. La riflessione filosofica si scopre qui riflessione sul reale, personale e pubblico. Riflessione su ciò che è identità – su chi siamo – che può permettere di tracciare nuovi modi di vivere, e sfidare, l’identità. Ossia noi stessi.

Cosimo Nicolini Coen
collaboratore

Cosimo Nicolini Coen è laureato in Ermeneutica e Filosofia del diritto all’Università degli Studi di Milano, è dottorando a Bar Ilan. Di recente ha pubblicato per Poli-femo (2017) e Ars Interpretandi (2018) e nel volume collettaneo Il bias della razza (Durango edizioni 2018)


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