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Cultura
Gianni Ascarelli, una storia di architettura

La recensione del volume pubblicato da Quodlibet

Tre studi, tre spazi in tre diversi luoghi della sua città, Roma. Tre momenti, tre tempi diversi, anche. Sono questi gli elementi costitutivi del libro ’38 vs ’18. Una storia di architettura di Gianni Ascarelli per Quodlibet,  che Franco Purini, nell’introduzione, definisce a tre dimensioni. La prima dimensione è quella che guarda al passato, una sorta di “ricerca del tempo perduto” autobiografica che “racconta le vicende degli ebrei romani dal 1938 al 1944 con al centro la figura della madre“, plasmatrice del carattere contemporaneamente avventuroso e riflessivo dell’autore che cerca in quelle esperienze le ragioni delle sue scelte artistico-architettoniche; la seconda, centrale, è una sorta di autobiografia scientifica e umana, dove la formazione professionale si salda con la personalità dell’autore, tra opere realizzate, progetti e collaborazioni; la terza, infine, è la visione del futuro che Ascarelli propone al lettore. Una sorta di biografia organica si potrebbe dire, dove la presentazione e la discussione del proprio lavoro si rispecchia nella filosofia dell’architettura del professionista romano. Ma – naturalmente – non basta. Ascarelli lo dichiara proprio all’inizio del volume, in conclusione della sua introduzione:  il motivo per cui ha scelto di raccontare questa storia di architettura è dare spazio alle proprie memorie e alle prospettive che dovremo conquistare, nell’interesse della città. Un’eredità, un “portato” come lo definisce Ascarelli, che risulterà chiaro alla fine della lettura del libro. Ma che sarà facile intuire entrando negli studi che hanno ospitato la sua professione. Basterà varcare la soglia, il resto verrà da sé.

 Via Giulia 163, il primo studio. Iniziano gli anni 70, l’arredamento si compone di pezzi di design italiano, le librerie componibili di Artemide, sedie e scrivanie Tecno e lampade Tizio di Richard Sapper, mentre l’edificio ottocentesco e la sala riunioni affrescata raccontano un passato dalla potenza incontrastata. Con altri due amici colleghi Ascarelli da inizio alla sua professione di architetto, cui si aggiunge quasi subito un terzo collega e soprattutto molto lavoro legato alla costruione della metropolitana nella capitale. Poi le case private, a cominciare da quel terreno comprato a Casal Palocco da un privato che voleva costruirci la casa per la propria numerosa famiglia. Rispecchia un’epoca, racconta un gusto, così bene da essere diventata un’icona (e il set, tra le altre fiction, di Romanzo criminale). Poi di nuovo la metropolitana: la linea B, questa volta non solo per la cura degli interni. E lo studio prende il nome di Transit, come la loro filosofia dell’architettura. Argan scrisse di loro: “Ascarelli, Macciocchi, Nicolao e Parisio hanno impostato il loro progetto per la linea B su quello che chiamano transit design: un design, cioè, che prevede nei fruitori una condizione particolare, quella di chi è in movimento e nello spostarsi (…) pensa alle cose fatte e da fare e intorno ha solo cose vicine e artificiali”. E poi procede declinando il tema del movimento: “è tutta una percezione per sequenze, in cui non conta il fissarsi ma il succedersi delle immagini: la più conforme indubbiamente, alle coordinate mentali di una società le cui nozioni di spazio e di tempo sono state decise, essenzialmente, al cintematografo”.

Ma il transitare, l’essere in movimento era condizione sempre più contemporanea e coinvolgente: l’edilizia a Roma si stava riprendendo, soprattutto nei luoghi esterni alle mura, e lo studio partecipa con un progetto pensato per le Torri al Tiburtino Sud, lungo il tracciato dell’A24. Un tentativo di pensare al ritmo e alla successione, scandito attraverso elementi architettonici scarnificati che resero quell’edilizia popolare un unicum (e anche un successo di vendite).

Via Morosini 17, il secondo studio. Trent’anni di vita professionale dentro questo spazio ricavato in una vacchia tipografia, su due piani. “Divenne un vero e proprio loft all’americana”, scrive Ascarelli, “cosa che ci faceva sentire un po’ più cittadini del mondo”. Una volta ultimato lo spazio fu pubblicato su molte riviste italiane e straniere. Sono gli anni più importanti, quelli che segnano la sperimentazione , le grandi opere (come Cinecittà2), ma anche il consolidarsi di una filosofia, di un sentire e di un pensare l’architettura e l’urbanistica. In altre parole, vivere la città, dal punto di vista di un architetto, creativo e visionario, quanto scientifico e concreto. Come scrive il rabbino Riccardo Di Segni presentando il volume, “potrebbe essere difficile dimostrare le radici ebraiche in altre professioni, in un avvocato, un commercialista, un medico se non nel piano della passione e dell’impegno etico; ma nella creatività e nelle altre doti che fanno un architetto di successo, l’ebraicità qualcosa di più o almeno di diverso potrebbe o dovrebbe darla”. Sono gli anni in cui lo studio – e Ascarelli in particolare – lavora a complessi ecclesiali e a moschee, edifici residenziali e misti.

Via del Commercio 12, il terzo studio. “Lo studio che insieme con i più giovani soci, declina una forte speranza di riscatto della nostra amata città”, scrive Ascarelli, che poi racconta dei lavori più recenti, per concludre con una dichiarazione che è una speranza, ma anche un invito e un progetto: “Noi crediamo in Roma”.

Progettare è compito dell’architetto, certo. Ma la progettualità ha a che fare con la vita e con quello che ci piacerebbe regalare a chi verrà dopo di noi. Progettare, in fondo, è proprio uno stile di vita radicato nel contemporaneo, pronto a giocare con il passato e ascommettere sul futuro. Ecco perché questa storia di architettura è anche un romanzo di formazione. Beh, accogliamo la domanda di rav Di Segni e la condividiamo con voi: in che modo l’ebraicità può dare qualcosa di diverso a creatività e nelle altre doti che fanno un architetto di successo? Provate a rispondere: “Tra gli ebrei”, come scrive Di Segni, “l’importanza di un testo si vede dai commenti che gli vengono aggiunti”.

 

 

Gianni Ascarelli, ’38 vs ’18. Una storia di architettura, Quodlibet, 18 euro


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