Cultura
Hapoel vs Beitar – Storie di Derby

Falce e martello contro Menorah. Viaggio nel mondo del calcio a Gerusalemme

Il calcio, si sa, è da fine Ottocento una delle più potenti espressioni popolari e grande fonte di aggregazione per le masse.
Per tracciare una storia del calcio a Gerusalemme bisogna iniziare da ben prima della nascita dello stato d’Israele, quando gruppi di studenti e accademici arabi di ritorno da Siria e Libano, insieme a giovani ebrei europei da poco sbarcati in Palestina, portarono il nuovo sport nella Città Santa. Ancora prima del Mandato britannico, durante la fine dell’Impero Ottomano, nel campo del Quartiere Buchari presso la Città Vecchia, si giocavano affascinanti tornei tra inglesi, arabi ed ebrei.

La divisione del calcio israeliano, da sempre, ha connotati politici ben definiti. Ed è facile trovarne le spiegazioni nella storia del football gerosolomitano, con tutte le sue sfumature.

Falce e martello, la squadra del Mapai.

Ogni squadra di nome Hapoel (l’operaio), da Tel Aviv a Haifa a Gerusalemme, era la squadra del movimento laburista Mapai, appartenente al sindacato nazionale Histadrut e rappresentante del sionismo socialista del movimento dei Kibbutzim. Una sinistra socialista che rappresentò il movimento sionista nel pre stato di Israele e durante la sua creazione, e che divenne il movimento maggioritario e di governo per i primi 30 anni di Stato. Nella Gerusalemme di quegli anni, nacque l’Hapoel Jerusalem Football Club: maglia rossonera, falce e martello come simbolo. Era il 1926 e l’intellighenzia ashkenazita poteva con orgoglio esaltare nello sport il proprio modello di società, inclusiva e pluralista, che tentava di unire arabi ed ebrei sotto lo stesso stemma, la stessa bandiera. Pochi sanno che il primo titolo vinto da un club ebraico fu la Ragheb Nashashibi Cup in onore dell’omonimo sindaco di allora, stagione 1929/30, vinta dall’Hapoel Jerusalem in un mix di rappresentanze ebraiche, arabo palestinesi e britanniche. Lo Stato d’Israele non c’era, ma molto si stava già sviluppando.

Fu proprio l’Hapoel, con la sua maglia rossonera, a rappresentare l’elite del calcio di Gerusalemme fino agli anni ’80, nello storico stadio nel cuore del quartiere Katamon, con calciatori ormai mitologici, provenienti da entrambi i lati della città, come Eli Ben Rimoz (miglior marcatore di sempre), Ali Otman, Salman Amar, Tzion Turgeman e molti altri. L’Hapoel, portava tra le sue file giocatori di ogni provenienza, era supportata economicamente dal Mapai e dall’Histadrut, e dagli anni sessanta agli anni ottanta era una vera potenza.

I derby, quando i rivali del Beitar erano in serie A, finivano spesso con schiaccianti vittorie che inesorabilmente facevano innamorare i bambini della città dei colori rossoneri.

Alcune figure storiche della città erano affezionatissimi tifosi dell’Hapoel Jerusalem e come scrive Haim Baram, scrittore e figura di spicco della società gerosolomitana, era un vanto enorme vedere le sciarpe della squadra in ogni tipo di quartiere, dalla borghesia ashkenazita ai quartieri popolari, passando per lo storico Beit Zafafa, villaggio palestinese al confine tra Gerusalemme Est e Ovest, dove tanti erano i tifosi dell’Hapoel e ancor di più i calciatori di spicco che venivano da lì (tra cui i già citati Utman e Ammar ).

L’Hapoel Jerusalem aveva come più grande vanto quello di rappresentare appieno le sfumature e le mille facce della società, anche perché, di titoli importanti, vinse solo la Coppa di Israele del 1973, guidata proprio da molti calciatori palestinesi.

La Menorah, la squadra della destra (e poi di Stato)

L’Hapoel era figlia del sindacato Histadrut, un movimento socialista sì, ma bollato dalle masse come ashkenazita, elitario, ipocrita e incoerente con i principi espressi dalla società del kibbutz.

A criticarlo in questo modo erano soprattutto i nuovi arrivati nello Stato di Israele, provenienti dai Paesi arabi del Medio Oriente e del Maghreb, arabi d’origine, spesso inseriti in vere e proprie baraccopoli e per anni fondamenta della classe più povera della società. Sono i Mizrahim, tradizionalisti religiosi, quelli che i rampolli del movimento del Mapai e dei migliori kibbutzim, quindi inseriti nelle unità più valorose dell’esercito e poi nel mondo del lavoro con successo, chiamavano arsim (tamarri, burini).

E così, nella Gerusalemme dei conflitti e delle divisioni, alla squadra che dovrebbe essere la squadra di sindacati e socialisti si contrappone la squadra della classe operaia dimenticata, degli ebrei di origine araba e di tutti gli invisibili (per non dire di peggio), il Beitar Jerusalem FC. Nasce nell’ambito del movimento del sionismo revisionista di Jabotinsky, ha chiari connotati di destra, con un forte senso di appartenenza ebraico e un grande desiderio di riscossa sociale e, perché no, sportiva. In campo, maglia giallonera e una menorah come stemma.

Sarà il 1977 l’anno del Ribaltone, Mahapach in ebraico, quando Menachem Begin porterà per la prima volta la destra israeliana al governo, votato in massa dalle classi più povere e in particolare dagli ebrei arabi, che vivevano nei quartieri popolari di Gerusalemme come Mahane Yehuda e Musrara, sull’onda di una campagna elettorale chiarissima: togliere il potere a quell’elite ashkenazita che aveva governato non-stop per trent’anni e dare voce agli emarginati, ai poveri e ai mizrahim.

In termini sportivi, la traduzione è molto semplice: rompere il monopolio dell’Hapoel. Detto fatto. In poco meno di un decennio il Beitar divenne la potenza numero uno non solo della città ma dello stato intero e il YMCA, lo storico stadio situato di fronte al King David, era una vera roccaforte giallo-nera, lo stadio più temuto d’israele, dove i tifosi mettevano in atto veri e propri spettacoli canori di tifo e coreografia.

Mentre l’Hapoel iniziava il suo percorso di declino, tra retrocessioni e problemi economici, il Beitar vinceva due scudetti di fila nei primi anni ’90 e si creava il titolo di Squadra dello Stato (Beitar, Ha-kvuzà shel Ha-medina). Israele andava verso destra e così la squadra più tifata, rendendo ufficiale l’imposizione del divieto di tesseramento per giocatori di fede musulmana, l’avanzare di frange del tifo estreme che portavano razzismo e violenza nelle partite casalinghe.

Famoso il caso, giusto di qualche anno fa, quando l’allora nuovo presidente del club tesserò due calciatori ceceni, musulmani, tra le file del team. Durarono qualche settimana, un sacco di minacce ed insulti, e tornarono rapidamente da dove erano venuti.

Hapoel Katamon Jerusalem, il calcio a sfondo sociale

L’ultimo vero derby di Gerusalemme venne disputato nella stagione 99/00, l’ultima stagione nella massima serie per l’Hapoel. Basta questo per capire che gli ultimi vent’anni sono stati abbastanza turbolenti per i rossoneri in città.

L’Hapoel Jerusalem storica non esiste più o quasi, dopo vent’anni di retrocessioni e problemi finanziari causati da due businessman di poco successo, Yossi Sassi e Viktor Yona. Così la maggioranza di tifosi nel 2007/08 decise di prendere in mano la storia rossonera della città e restituirle una sua dignità. Nacque così Hapoel Katamon Jerusalem FC (in onore dello storico stadio), la prima cooperativa sportiva in Israele, il primo club calcistico a essere al cento per cento di proprietà dei suoi tifosi.

Il concetto, utopico per molti quando iniziarono le assemblee e le discussioni dieci anni fa, era quello di restituire contenuti sociali all’Hapoel, contro ogni discriminazione e in appoggio del più debole. Così sono nati diversi progetti sociali sotto il nome della neofondata squadra, che oggi conta oltre 1000 ragazzini nelle sue scuole calcio e settori giovanili, ma altrettanti mille inseriti in un progetto di supporto sociale nelle scuole, la Hapoel Katamon Neighborhood League, dove quelle più sfortunate, arabe ed ebree, laiche o ortodosse, giocano insieme all’insegna di un calcio pulito e antirazzista, felice e gioioso, per uomini e donne. Sì, perché il Katamon è stato un apripista in israele: ha creato la prima squadra femminile di Gerusalemme, e offre scuole calcio a numerosissime bambine della zona. Dal punto di vista agonistico, il sogno, naturalmente era quello di tornare in serie A. Così il Katamon è partito dalla quinta divisione, tra beduini e villaggetti al nord, fino ad arrivare oggi a lottare per il primo posto della seconda divisione, ormai vicini al traguardo e al sogno insperato di riportare il rossonero a Gerusalemme.

Mentre quindi i rivali storici del Beitar, pur essendo rimasti in serie A per tutti questi anni, navigano in problemi di malagestione ma soprattutto di uno straripante razzismo violento sugli spalti, il futuro dell’Hapoel sembra essere roseo. I ragazzi della curva, il cuore pulsante del tifo Katamoni a Gerusalemme, ci tengono però sempre a ricordare che sì vogliono tornare in Serie A, ma ancor di più riunificare le due Hapoel in un’unica squadra Rossa in città. Forte, unita, vincente e pronta a riportare in alto il vero senso di questo fantastico sport.

Arturo Cohen
Collaboratore

Classe 1993, milanese di nascita, israeliano di adozione. Chanich e poi bogher nel ken dell’Hashomer Hatzair, dopo cinque anni di Liceo Manzoni, tra classi e collettivo, parte e partecipa allo Shnat Hachsharà dell’Hashomer per un anno. Rimane a Gerusalemme dove studia Scienze Politiche presso la Hebrew University. Educatore a Givat Haviva, attualmente allenatore delle squadre di Inter Campus.


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