Cultura
Heinrich e Julius Thannhauser, storia d’arte e di passione

Monaco – Parigi – New York: le vicende di una grande collezione e di due mercanti – collezionisti visionari

Tutto prende avvio nel 1905 quando Heinrich Thannhauser (Hurben 1859-Lucerna 1935), un avviato
imprenditore ebreo lascia gli affari (commercio in abbigliamento), per dedicarsi alla sua passione, l’arte moderna e contemporanea. Siamo nella Monaco di fine Ottocento. La capitale della Baviera è una città vitale, ricca di fermenti culturali. Qui, nel 1892 si era costituito il movimento della Sezession, il cui nome
allude al radicale distacco dalla tradizione accademica corrente. Come in altre città dell’Europa centrale, per esempio Vienna e Berlino, gli artisti modernisti si radunavano in piccoli gruppi creando una corrente propria, parallela al movimento francese degli Impressionisti di qualche decennio prima. Heinrich, non più giovane, ma determinato, con del capitale a disposizione e soprattutto dotato di un grande intuito e di gusto, comprende che è il momento giusto per aprire una galleria, per piccola che possa essere. Si rende conto che gli artisti, spesso i migliori, sono ignorati o derisi dalla critica e che quindi vale la pena di acquistare le loro opere, di metterle in vendita, di farle circolare e di fare crescere le quotazioni. Sceglie dunque di diventare un mercante, in un momento in cui, e non solo in Europa, si stanno formando le grandi raccolte private. Ma iniziare l’impresa da solo è troppo rischioso e decide quindi di unirsi ad un socio, Franz Josef Brakl, con il quale apre nel 1905 la “Moderne Kunsthandlung” che è dedicata agli artisti tedeschi, in particolare a quelli più quotati in quegli anni, gli esponenti della Secessione. E’ un primo tentativo che riscuote un discreto successo, ma rimane nel solco della tradizione “locale”, con il rischio di un certo conservatorismo, tipico dell’ambiente della Germania guglielmina.

Ma l’interesse dei due mercanti è decisamente più ampio. Vogliono superare i limiti dell’ecclettismo e del nazionalismo e puntano a far conoscere nuovi autori ancora poco noti in Germania, ma in alcuni casi conosciuti ed apprezzati in altre parti d’Europa. E’ il caso di Vincent Van Gogh, del quale viene presentata nel 1908 un’ampia retrospettiva, postuma. E’ una scelta radicale che però non riscuote il successo, almeno di mercato, che i due soci si aspettavano. La pittura di Van Gogh è troppo sconvolgente: su settantuno dipinti e ventuno disegni (ed anche la scelta di presentare materiale grafico è significativa), sono acquistate solo due tele. L’anno successivo la società si scioglie. Thannhauser vuole puntare soprattutto sugli artisti contemporanei, quelli di avanguardia, gli emergenti. Apre una nuova galleria, la “Moderne Galerie”, in pieno centro, e sceglie di inaugurarla con la mostra Impressionist-Ausstellung. Nonostante il titolo si tratta ancora di una miscellanea. Vengono esposte circa duecento opere (un numero impressionante) di artisti per lo più francesi e tedeschi, con lo scopo dichiarato di promuovere “gli aspiranti artisti” e fare della galleria un importante centro di riferimento. Obiettivo centrato perchè da allora fino alla sua chiusura nel gennaio 1929, la “Moderne Galerie” diviene sede di mostre sperimentali, come per esempio quelle della Neue Kunst-lervereinigung Munchen, (NKVM), dal cui gruppo Vasilij Kandinskij e Franz Marc -i rappresentanti di maggiore spicco- fuoriuscirono per contrasti ideologici, dando vita, insieme ad altri artisti quali A. Macke, G. Munter, P. Klee, al gruppo “Der Blaue Reiter” (Il Cavaliere azzurro) che presenta le proprie opere, l’8 dicembre 1911, negli spazi della galleria. Di quella straordinaria esposizione resta il prezioso catalogo che testimonia la presenza anche di altri artisti, P. Picasso, G. Braque, H. Rousseau, e dà conto del clima internazionale aperto allo sperimentalismo tecnico, come sottolinea Kandinskij in alcune pagine memorabili, rimaste ancora oggi punto di riferimento per la
storia dell’arte.

Thannhauser con questa esposizione era entrato nel mondo del mercato da protagonista e la corrispondenza sopravvissuta alla guerra ci fa conoscere nella sua quotidianità la sua incessante attività di ricerca e la stima crescente che pian piano iniziava a riscuotere tra gli addetti ai lavori. Molta della documentazione – dalle lettere, ai contratti, alle fatture, alle riproduzioni fotografiche, ecc…-  è andata distrutta nel corso dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, solo una parte è conservata negli archivi del museo Solomon R. Guggenheim di New York dove la superba collezione (dipinti, disegni e sculture) vi è giunta definitivamente nel 1978, sotto forma di donazione. Un nucleo straordinario che va ad aggiungersi e ad integrare perfettamente il patrimonio del museo americano dedicato principalmente all’arte astratta. A Milano  tutt’ora esposta, a Palazzo Reale, nella mostra curata da Megan Fontanella, conservatrice del Modern Art and Provenance del Guggenheim che ha voluto che l’esposizione avesse altre due tappe europee: al museo Guggenheim di Bilbao, per comprensibili ragioni di appartenenza e all’Hotel de Caumont di Aix-en Provence, per altre ragioni, ugualmente opportune, e cioè il ritorno in patria di molte opere nate in questo territorio francese. In particolare il pensiero va a Paul Cézanne, del quale sono presentati magnifici dipinti, sia paesaggi sia nature morte.
La collezione copre quasi un secolo di storia dell’arte: si parte dagli esordi di Pierre -Auguste Renoir, con Donna con pappagallino del 1871, una delle prime opere ad entrare nella collezione del mercante; per passare ai più noti Impressionisti (Manet, Monet), a Cézanne; alle sculture di Degas e ad alcuni dipinti di Van Gogh che resero, fin dal 1908 molto conosciuta la galleria in ambito internazionale. Del gruppo Der Blaue Reiter
sono presentate due tele magnifiche: La mucca gialla di Marc, esposta nel 1911 e La montagna blu di Kandinskij presentata in una successiva mostra collettiva del 1914. La tela, notissima, che è stata scelta come copertina per il catalogo di questa mostra milanese, I giocatori di football di Henri Rousseau e che viene esposta, quasi una icona, in una sala tutta per sè, venne acquistata grazie al figlio di Heinrich, Justin (Monaco di Baviera 1892- Gstaad 1976), storico dell’arte che aveva lavorato fin da giovanissimo presso la galleria (1909). Fu grazie a lui che i Thannhauser allargarono la rete di conoscenze nel campo dell’arte, arrivando anche alle grandi famiglie americane interessate ad acquistare opere di artisti europei. Ma la fama della galleria si deve soprattutto alla lungimiranza delle loro scelte e alla qualità degli allestimenti, molto lodati dalla critica. Un unico caso, il più significativo: l’apprezzamento dei lavori di Pablo Picasso a cui è dedicata nel 1913 una delle prime grandi retrospettive in Germania, il cui nucleo era costituito dai dipinti eseguiti fra il 1901 e il 1912, acquistati dal famoso mercante parigino, Daniel-Henry Kahnweiler. Come ricordò in più occasioni Justin, questa mostra segnò l’inizio di una bellissima amicizia fra lui e il pittore. A Milano sono esposte alcune di quelle tele che da sole meritano la visita. In particolare è presente Le Moulin de la Galette, dipinto nel 1900 in occasione del primo soggiorno parigino di Picasso che testimonia gli esordi della sua carriera. E’ una tela realizzata in uno stile ancora naturalistico (aveva diciannove anni), poco prima del passaggio ai toni dolenti e cupi, e al disegno essenziale, dai contorni irregolari e spezzati, del cosìdetto “periodo blu”.
Dalla fine della Prima guerra mondiale in cui Justin guadagna sul campo la Croce di ferro per essere stato
ferito, egli seguirà, prendendo pian piano più spazio, le sorti della galleria di Monaco, ma ne aprirà anche un’altra a Berlino, la “Galerien Thannhauser” ed un’altra ancora a Lucerna, entrando in società con il cugino S. Rosengart. Il giro di affari cresceva nononostante le difficoltà del dopo guerra. Era un pubblico molto differenziato, sicuramente esigente e in molti casi ben preparato e disposto a spendere anche cifre considerevoli per acquistare “pezzi” importanti. I clienti tedeschi previlegiavano la sede di Monaco; mentre le altre due filiali erano seguite prevalentemente da clienti provenienti da altri stati europei e soprattutto dagli Stati Uniti.

Nel frattempo Justin si era sposato e con la moglie Kate Levi, che condivideva la sua passione per l’arte, aveva avuto due figli, purtroppo morti tragicamente: il primo ucciso in Italia nell’agosto 1944, in occasione di una missione militare dell’American Air Force; il secondo, Michel, morì suicida nel 1952.
Justin alla fine degli anni Ventì potè presentare nuovamente, questa volta nella galleria di Berlino, gli amati Impressionisti e post-Impressionisti che per molti anni, causa le tensioni politiche fra Francia e Germania, non aveva più potuto mostrare. E’ del 1928 l’esposizione su Claude Monet (e a Milano è presente il dipinto, Palazzo Ducale visto da San Giorgio, una grande tela del 1908) e del 1930 quella dedicata a Henry Matisse, il pittore con cui Justin era in grande confidenza fin dai tempi degli studi di storia dell’arte a Parigi. Ma queste due straordinarie esposizioni furono una sorta di canto del cigno.
L’ascesa del Partito nazionalsocialista nei primi anni Trenta fiaccarono la scena dell’avanguardia  berlinese. Justin cercò altri mercati. Scelse il Sud America e nel 1934 presentò in occasioni diversi lavori
di Degas e di Picasso. Un modo per far conoscere l’arte europea anche laggiù. Già l’anno prima, comunque, aveva affittato un piccolo appartamento a Parigi dove scelse poi di trasferirvisi con la famiglia nel 1937. Erano riusciti a fare imballare quasi tutti i loro averi – dalle opere, agli archivi, alla ricca biblioteca, agli arredi e ai gioielli- ma purtroppo tredici casse che non avevano fatto in tempo ad essere spedite e che furono messe in un magazzino, vennero distrutte nel corso di un bombardamento. Nello stesso 1937, nel giugno, erano iniziati i sequestri presso i musei tedeschi delle opere della cosiddetta “arte degenerata”, voluti dal ministro della Propaganda, Joseph Gobbels. Nel giro di un mese sotto la direzione del pittore Adolf Ziegler, beniamino di Hitler, furono confiscate oltre seicentocinquanta opere, quelle datate dal 1910, che furono raccolte nella mostra Entartete Kunst. L’inaugurazione si ebbe a Monaco (19 luglio) e l’esposizione venne fatta circolare per molte città tedesche e austriache fino a tutto il 1941. Si trattava nella quasi totalità di artisti amati, fatti conoscere e sostenuti dai Tannhauser, in primis da Heinrich che morì a Lucerna nel 1935, prima di assistere a questo scempio. Nel dicembre 1937 la galleria di Berlino venne chiusa e Justin, con molte difficoltà continuò ad organizzare nella capitale francese alcune mostre, nel frattempo decise per motivi di sicurezza di trasferire novanta opere della sua collezione ad Amsterdam, presso lo Stedelijk Museum.

E’ complicato ripercorrere i continui spostamenti delle opere da un paese all’altro, non solo d’Europa, ma del mondo. Parte dei beni della casa parigina dei Tannhauser furono saccheggiati dall’unità nazista Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg, guidata da Alfred Rosenberg, nel maggio 1940. Ma la famiglia riuscì a salvarsi. Allo scoppio della seconda guerra mondiale i Thannhauser avevano ottenuto la cittadinanza svizzera e secondo i documenti erano rifugiati politici provenienti dalla Germania e diretti in Uraguay. Decisero, invece, di partire per gli Stati Uniti e nel Natale del 1940 salparono da Lisbona diretti a New York dove giunsero due settimane dopo. In America, però, Justin non aprì nessuna galleria. Lavorò a casa, una casa piena di vita, luogo di incontri di artisti, musicisti, fotografi: da Bernstein a Toscanini, da Duchamp a Cartier-Bresson; e svolse, come esperto, un lavoro di supervisore all’organizzazione di mostre e di mediatore nella vendita di opere d’arte ai musei statunitesi. Egli stesso vendette parte del proprio patrimonio fino alla scelta nel 1963 di lasciare settantacinque opere alla R.Solomon Guggenheim Foundation di New York. E così nell’aprile 1965 venne inaugurata in un’ala dell’edificio progettato qualche anno prima dall’architetto Frank Lloyd Wright (1959), la mostra che presentava al pubblico americano la straordinaria collezione.  Justin curò personalmente l’allestimento dell’esposizione, volendo ricreare, con le pareti ricoperte da tende drappeggiate e dipinti con cornici antiche, l’aria di casa. L’idea era di dare “un senso di intimità grazie al quale lo spazio pubblico della galleria sarebbe stato permeato almeno in parte dal fascino della sua casa”. Agli acquisti fatti in tanti anni dai Thannhauser, si aggiunsero quelli donati successivamente dalla seconda moglie di Justin, Hilde Breitwisch, con la quale si traferì a Berna nel 1971. Alla cura vigile di Hilde si deve anche l’attenzione alle “carte” che portò alla crezione a Berna nel 1992 di una fondazione dedicata espressamente alla storia della raccolta (Silva-Casa Stiftung). In seguito poi (2005), tutti i materiali furono depositati presso il Zentralarchiv fur deutsche und internationale Kunstmarktforschung (ZADIK) di Colonia, un archivio interessantissimo per chi vuole fare ricerca su temi inerenti il mercato dell’arte, non solo europeo.

 


Guggenheim La Collezione Thannhauser Da Van Gogh a Picasso, Milano, Palazzo Reale fino all’1 marzo 2020 (purtroppo non visitabile in questi giorni a causa della chiusura dei musei, nel rispetto delle norme stabilite per contenere la diffusione del coronavirus). Catalogo MondoMostre Skira

Sandra Sicoli
collaboratrice

Storica dell’arte, ha lavorato presso la pinacoteca di Brera e la soprintendenza alle Belle arti di Milano.


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