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Cultura
Il colore della pelle non fa il traduttore

Pensieri intorno alle traduzioni mancate di Amanda Gorman

La notizia è di alcuni giorni fa e ha sollevato non poche discussioni tra quanti si occupano di letteratura, di traduzione e di arti in genere. Le protagoniste della vicenda sono due giovani letterate, entrambe talentuose e di successo. La prima, Amanda Gorman, è la poetessa afroamericana che Joe Biden ha voluto con sé durante la recente cerimonia d’insediamento presidenziale. La seconda, Marieke Lucas Rijneveld, olandese, nel 2020 ha vinto il prestigiosissimo Man Booker International Prize con il romanzo d’esordio Il disagio della sera. Le loro strade sembrano destinate a incrociarsi quando Marieke Lucas Rijneveld è scelta dalla casa editrice di Amsterdam Meulenhoff per curare la prima traduzione olandese delle poesie di Amanda Gorman, con l’assoluto benestare di quest’ultima. “Nella sua giovane voce Amanda Gorman mostra il potere della parola, il potere della riconciliazione, il potere di qualcuno che guarda al futuro invece di guardare in basso”, commenta soddisfatta Marieke Lucas Rijneveld. Tutti contenti, insomma. Qualcuno, però, non è d’accordo. A innescare la scintilla è Janice Deul, giornalista afroeuropea: “Non è a dir poco un’occasione persa assumere Marieke Lucas Rijneveld per questo lavoro? È bianca, non-binaria […] Non per togliere nulla alle qualità della Rijneveld, ma perché non scegliere una scrittrice che è – proprio come la Gorman – artista della parola parlata, giovane, donna e impudentemente nera”. A causa delle polemiche feroci scatenate dalle parole della Deul, Marieke Lucas Rijneveld preferisce rinunciare all’incarico. C’è chi sostiene che non valga la pena di generalizzare troppo l’episodio, che si tratti, in realtà, di tensioni interne alla società olandese, segnata dal razzismo e da una sostanziale marginalizzazione di scrittori e traduttori di colore. In ogni caso, il fatto costituisce un precedente difficile da ignorare.

Perdonate se la butto sul personale, ma, date le circostanze, non posso evitarlo. Proprio mentre la controversia su Amanda Gorman rimbalzava sui media di mezzo mondo, mi accingevo a correggere le bozze di un’antologia della poetessa israeliana Rachel, da me curata e tradotta, che dovrebbe vedere la luce entro quest’anno. La mia prima reazione alla notizia è stata di ilarità. Caspita, mi sono detta, non sono ebrea e nemmeno una pioniera tubercolotica della seconda aliyah, com’è stata, invece, Rachel. Forse conviene che faccia una telefonata all’editore: non si sa mai che abbia cambiato idea! All’ironia, però, ha fatto seguito una riflessione seria.
Sbarazziamoci subito degli aspetti più scontati della questione: un traduttore deve essere rispettoso e preparato, saper mediare senza prevaricare. Se incontra delle difficoltà, chiede, si informa. Quando può, si confronta con l’autore. E non c’è ragione di supporre che Marieke Lucas Rijneveld – autrice anche di due raccolte poetiche – non avrebbe saputo onorare il proprio ruolo. Altra cosa: è evidente che Janice Deul sia stata mossa dal desiderio di rivendicare l’unicità della black experience e dal fastidio, peraltro più che comprensibile, verso quello che, dal suo punto di vista, sarebbe stato un ulteriore episodio di appropriazione culturale da parte della società bianca dominante nei confronti della minoritaria letteratura afro.

Tuttavia, dubito che la strada da lei proposta sia quella giusta. Ogni rivendicazione, infatti, benché legittima, diventa inaccettabile quando si trasforma in persecuzione mediatica, com’è successo in questo caso, o, peggio, in tirannide culturale. Inoltre, le sue parole, invece di unire, separano. Invece di spalancare i confini, ergono un’altra volta barriere, le stesse che con coraggio e vigore le due parti in causa cercano di abbattere con la scrittura. Tu sei bianca, io sono nera, tu sei non-binaria, io sono donna. E quindi?
Il colore della pelle non fa il traduttore, così come non lo fanno il genere né la religione. E la poesia non è territorio di appropriazione. La poesia è libertà di incontrarsi nella parola, è pacificazione degli opposti. La poesia è accoglienza del sentire dell’altro, sia esso fatto di entusiasmo o di emarginazione, di sofferenza o di felicità. In quanto traduttore, posso non aver vissuto in prima persona le esperienze dell’autore che devo affrontare o non condividere i tratti essenziali della sua identità, ma è la parola poetica – strumento ben più forte di ogni divisione – a guidarmi verso di lui, verso la sua voce, di cui io divento tramite. Talvolta, nei momenti di maggiore fortuna, il dono è reciproco e in quella voce trovo una casa per me stesso, per le mie solitudini. È il potere straordinario della poesia. Forse è questo ciò di cui Janice Deul ha avuto paura, che la Marieke Lucas Rijneveld, bianca, non-binaria, non solo desse voce ai versi di Amanda Gorman, ma vi trovasse anche una casa per la propria. Cara Janice Deul, la vera occasione mancata probabilmente è stata questa. Perché se smettiamo di camminare l’uno verso l’altro anche nella poesia, allora abbiamo davvero un problema.

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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