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L’ebraico, la “lingua che visse due volte”

“Il mio libro? Un romanzo rosa sulla lingua ebraica”. Parola di Anna Linda Callow, autrice del volume. Ne parla su JoiMag con Claudia Rosenzweig

Anna Linda Callow, docente di lingua e letteratura ebraica a Milano e Claudia Rosenzweig, docente di yiddish antico a Bar Ilan, parlano del libro La lingua che visse due volte, edito da Garzanti e scritto dalla prima. Che oltre ad essere una studiosa è una grande appassionata di quella lingua, l’ebraico, che sa raccontare, a ogni lettera, mille storie. Anzi, diciamo di più, è innamorata di quell’universo. E Rosenzweig, da amica, sa farglielo raccontare.

Claudia: Perché scrivere un libro sulla lingua ebraica oggi?
Anna Linda: L’idea non è stata mia, io mi limitavo a studiarlo, l’ebraico, e a insegnarlo ai miei studenti, con i quali ho sempre avuto un rapporto intenso: era innanzi tutto una passione personale da condividere, e tutto il resto veniva dopo. Quando mi è stato proposto di scrivere questo libro ho dovuto pensare a che taglio dargli, e alla fine ho deciso che lo avrei scritto con lo stesso spirito con cui tenevo i miei corsi: la condivisione di una storia d’amore. Ci sono storie della lingua ebraica, ci sono grammatiche, c’è già tutto quello che serve per descriverla e impararla, e scritto da personalità di ben altro calibro. Forse mancava giusto un romanzo rosa, e così ho provato a colmare questa lacuna.

Claudia: In Italia la lingua ebraica è in primis la lingua della Bibbia, e l’ebraico moderno è la lingua di Israele, dei romanzi di David Grossman e di A. B. Yehoshua. In mezzo sono passati più di duemila anni. Quanto si tratta di fatto della stessa lingua?
Anna Linda: La lingua è ancora molto simile per struttura e anche per lessico (fatto salvo quello della modernità che ha portato anche l’ebraico al passo coi tempi). La differenza più rilevante è negli argomenti: dall’epopea di un popolo a quella dell’individuo contemporaneo. È un po’ lo stesso tipo di distanza che separa Omero da Proust: Achille e i suoi compagni avevano altro per la testa rispetto a noi.

Claudia: il tuo libro parla della lingua ebraica ma tocca anche, al tempo stesso, le ‘Lingue degli ebrei’, i cosiddetti Jewish Languages, come il giudeo-arabo, il ladino, lo yiddish e il giudeo-italiano. Che funzione hanno avuto queste lingue nella storia ebraica?
Anna Linda: I Jewish Languages nascono dal fatto che dopo il tramonto dell’ebraico come lingua corrente della quotidianità in Terra d’Israele, un processo che si è svolto progressivamente nei secoli e le cui dinamiche non sono del tutto chiare, gli ebrei hanno parlato altre lingue. E così gli ebrei che fin da prima che questo processo si compisse si erano sparpagliati nel bacino del Mediterraneo. Ma le lingue si piegano alle esigenze delle comunità che le usano, e le comunità ebraiche erano attaccate al loro alfabeto e a un patrimonio lessicale e concettuale che si poteva convogliare meglio in ebraico. I Jewish Languages hanno espresso particolari forme di vita, organizzate secondo necessità specifiche. Certo, ciò non spiega perché la parola yiddish dokter [dottore] debba al plurale prendere la terminazione –im caratteristica dell’ebraico, mentre la parola sho [ora], che è uno dei tanti prestiti ebraici, debba fregiarsi di un plurale tipicamente germanico in –en. Non so se i linguisti riescono a dare conto di tutti i bizzarri fenomeni di ibridazione che si hanno quando due o più lingue si intrecciano nel dare il ritmo alla vita quotidiana, spirituale e intellettuale dei loro utenti. Certo è che offrono una fonte di delizia inesauribile per chi le studia (e alla faccia di quei noiosi di puristi).

Claudia: tu sei anche traduttrice dall’ebraico, dallo yiddish, dall’aramaico. Quali sono le maggiori sfide per chi traduce da queste lingue in italiano?
Il grado di difficoltà dipende da molti fattori: ci può essere un problema di sensibilità antica da convogliare a un lettore moderno, ci può essere un autore contemporaneo che invece di puntare tutto sulla trama decide di intrattenere il lettore giocando sulle raffinatezze del linguaggio. Ragionando all’inverso: non deve essere facile tradurre Dante e il suo mondo in ebraico, ma nemmeno Camilleri… anche se naturalmente tali autori esistono in traduzione ebraica. Il passaggio da una lingua a un’altra è sempre possibile, ma come per ogni passaggio c’è un prezzo da pagare: una sfumatura che resta fuori, un concetto che si appiattisce. E poi c’è lo spirito dei tempi: in un’epoca che ripudia il razionalismo diventa improvvisamente facile convogliare il mondo mistico dello Zohar, che faceva orrore ai tempi dell’Illuminismo ebraico, mentre sarebbe molto difficile rendere il giusto onore a Mendele Moykher Sforim, il grande critico dello shtetl, in un’epoca che ne vuole l’idealizzazione. Spesso sono le idee che sono difficili da tradurre se la forma mentis del pubblico è poco predisposta ad accoglierle.

 

 

Anna Linda Callow, La lingua che visse due volte, Garzanti

Claudia Rosenzweig
collaboratrice

Insegna Letteratura yiddish antica all’Università di Bar-Ilan.


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