Cultura
Linguaggio e identità: parlare l’ebraico in Israele

Una lingua per (almeno) due popoli

Abbiamo indagato, in alcuni interventi precedenti su Joimag, la relazione tra linguaggio e identità:  il rapporto costitutivo tra lingua ebraica e soggettività (collettiva e singola), anzitutto; ma anche, più in generale, le differenti, e finanche antitetiche, declinazioni, che il linguaggio – scritto e orale – può assumere: da luogo in cui, definizione dopo definizione, la realtà sociale viene strutturata e articolata, creando diffuse reti di potere e assoggettamento cui costantemente siamo sottoposti, a evento in cui si appalesa la distinzione tra i singoli, ove l’alterità s’impone. Un dominio in cui la prima accezione di linguaggio sembra presentarsi è quello del diritto che, per sua intrinseca natura, delinea categorie generali e astratte, atte a raggruppare persone ed azioni. Aspetto icasticamente reso dal termine ebraico ‘mishpat’, che denota tanto il dominio normativo (in primis le leggi, mishpatim) quanto quello linguistico (le proposizioni, mishpatim).

Proprio il rapporto tra oralità e scrittura nell’ebraismo, d’altro canto, ci ha permesso di scorgere la seconda accezione del linguaggio, dove il rimando all’alterità, la pluralità dei singoli, si staglia attraverso l’atto ermeneutico, così carico di valenza etica. La distinzione tra le due accezioni di linguaggio, si noterà, è propria all’analisi piuttosto che non alla realtà, dove le due dimensioni si presentano spesso intrecciate (come può attestare proprio il dominio giuridico ove si ritrova tanto la tensione alla definizione quanto quella all’apertura ermeneutica). Cosa ne è, però, del linguaggio ordinario, quello parlato da ciascuno, ogni giorno? Tanto la storia della lingua italiana quanto di quella ebraica mostrano, con le peculiarità che le sono proprie, la funzione poietica – socialmente creativa – del linguaggio. Realizzata l’unità d’Italia è stata la diffusione dell’italiano a forgiare un’identità collettiva. E specularmente, come si ha avuto modo di ricordare con Pasolini, erano i diversi ‘dialetti’ a esprimere le rispettiva identità collettive, a un tempo aventi natura sociale e etnico-regionale. Analogamente si può dire, come si è variamente indagato, nel caso dell’ebraico e Israele, sulla base di quell’imperativo secondo cui l’ebreo (ivri) parla – deve parlare – ebraico. Vediamo così come, lemma dopo lemma, costruiamo la nostra identità attraverso il linguaggio o – dovemmo forse dire – siamo da quest’ultimo costituiti, ritrovando qui la tensione tra libera soggettivizzazione e assoggettamento.

Se è una determinata grammatica a determinare i criteri in base ai quali siamo chiamati a uniformare il nostro linguaggio, collaborando così a plasmare e orientare i nostri universi di senso, è d’altronde la prassi, l’atto del parlare – mai del tutto libero eppure mai neppure totalmente imbrigliato alle precostituite regole – a poter incidere, retrospettivamente, sulle regole e i significati del linguaggio, come è stato indagato, lungo il filo conduttore di alcune analisi di Gramsci e Wittgenstein, dal filosofo del linguaggio Franco Lo Piparo (2014). Da qui, da questo riconoscimento dell’importanza della prassi rispetto al significato, è possibile domandare in che forme l’atto linguistico possa incidere sul profilo di quell’identità – anzitutto del soggetto collettivo – che proprio sul riconoscimento di una determinata lingua e grammatica (italiano, ebraico…) si è forgiata. È Lucy Aharish, nota giornalista arabo-israeliana, a fornire alcune indicazioni a proposito. Aharis, in una recente conversazione-intervista avuta con Yair Lapid, ha dichiarato che sogna e conta in ebraico. L’affermazione non è secondaria come può sembrare, ed indica viceversa la piena interiorizzazione dell’ebraico, per Aharish non solo lingua della comunicazione con la maggioranza ebraica di Israele, ma lingua propria, al punto – come dirà più avanti nell’intervista – da esser tornata a studiare l’arabo attraverso l’ausilio delle traduzioni in ebraico del Corano. Ed è appunto Aharish a parlare spesso, con convinzione eppure sembra con la consapevolezza della complessità del tema, di “israeliut”, di un’identità collettiva che non sia antitetica al sionismo – quale autodeterminazione nazionale del popolo ebraico e sua piena espressione culturale – ma che porti la realizzazione di quest’ultimo a fare pienamente i conti con “il fatto”, per riprendere le parole scandite da Aharish in un video rilasciato dopo la promulgazione della legge Nazionale, che vi sono gli arabi israeliani.

Un fatto a tutti noto, si dirà. Le implicazioni, però, sono meno pacifiche. Nethanayahu, dice Aharish nello stesso video, è il primo ministro non di am israel, del popolo ebraico, ma del popolo che risiede (ioshev) in Eretz Israel, indi di tutte le minoranze non ebraiche. La nozione di israeliut parte da qui, da questo “fatto”, e giunge subito a toccare il nodo del rapporto tra linguaggio e identità: vi è almeno una parte di quella minoranza che, attraverso l’interiorizzazione dell’ebraico, diviene parte costituente di una nuova identità soggettiva, contribuendo – a partire dall’atto linguistico – a plasmarla. Un’identità, quella della israeliut, che non può prescindere, dice Aharish nel prosieguo dell’intervista con Lapid, né dall’ebraico né dall’arabo. Ascoltando le parole di Aharis sembra delinearsi una doppia richiesta. Al mondo arabo di fare i conti con il diritto del popolo ebraico alla propria autodeterminazione – aspetto sempre ribadito da Aharish, che non ebbe remore ad augurare “la gloria dello stato di Israele” quando fu tra le persone scelte per la tradizionale accensione delle torce di Yom H’azmaut. A Israel – qui inteso come popolo ebraico – di fare i conti con il “fatto” che vi sono degli arabi, che parlano, contano e sognano in ebraico.

Cosimo Nicolini Coen
collaboratore

Cosimo Nicolini Coen è laureato in Ermeneutica filosofica e Filosofia del diritto all’Università degli Studi di Milano, dove  tra il 2016 e il 2018 ha collaborato con le cattedre di Paolo Di Lucia (Filosofia del diritto) e Anna Linda Callow (lingue e letteratura ebraica). Ha studiato un semestre all’Université Jean Moulin III di Lione e frequentato i corsi della Rothberg International School (Premio Guidetti 2018). Attualmente è dottorando a Bar Ilan.


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