Voci
Quella “Musiqah Shqetah” che accompagna Israele nei momenti di crisi nazionale

Un racconto personale lungo i versi della poesia-canzone “Camminando verso Cesarea” di Hannah Szenes

In Israele, nei momenti di crisi nazionale, ad esempio quando si verifica un attentato, la consuetudine vuole che le radio trasmettano canzoni dal ritmo pacato, tranquillo, malinconico. Musiqah shqetah, la chiamano. È un costume che se, da un lato, intende dimostrare rispetto nei confronti di quanti sono stati direttamente coinvolti in situazioni tragiche, dall’altro, cerca di assecondare i moti d’animo di tutti i cittadini, nel tentativo di restituire loro un po’ di quiete nel clamore degli eventi.

Come molti altri, anch’io due giorni fa mi sono trovata a fissare inebetita la televisione, incredula davanti alle immagini in arrivo da Israele. Non ricordavo di aver provato una simile sofferenza davanti a uno schermo televisivo. Un dolore acuto e profondo, da mozzare il fiato, che non si è attenuato nemmeno dopo aver ricevuto rassicurazioni dagli amici israeliani. Un dolore che mi accompagna da allora, perché ben conscio di uno schema di eventi già noto probabilmente destinato a ripetersi per l’ennesima volta. Ho provato a lungo a interrogarmi sul senso di questo dolore. Nella mia mente ho rivisto i volti di quanti in passato, ebrei e non, più volte mi hanno chiesto: “ma a te cosa importa?” La mia risposta è sempre stata una sola: io amo Israele. Pur essendo nata e cresciuta in un luogo che non potrebbe essere più distante dallo Stato ebraico, pur non avendo uno straccio di “legame di consanguineità” con questa terra, provo per essa un amore viscerale. Di recente qualcun altro – un mio alunno – ha voluto saperne il motivo. Gli ho risposto con mille, diecimila ragioni, forse facendolo pentire della sua curiosità. La verità, come sempre, è più semplice: Israele è la famiglia che mi sono scelta. Una famiglia formata da amici in carne e ossa, ma anche da innumerevoli libri, film, canzoni, paesaggi. Una famiglia al capo della quale siede una lingua straordinaria, che non mi stanco di scoprire e insegnare. Purtroppo negli ultimi tempi alcune circostanze della mia vita mi hanno obbligato a frequentare il Paese solo a distanza, ma la sostanza non cambia. Mi circondo di Israele ogni giorno e, se mi allontano per qualche ragione, trovo sempre il modo di ritornare.

Sono passati più di vent’anni dal mio primo soggiorno in Israele. Era l’estate del 2000, prima della seconda intifada, prima dell’11 settembre: un altro mondo, insomma. Del conflitto arabo-israeliano sapevo quello che in media uno studente italiano conosce uscendo dalla scuola superiore, cioè nulla. E, soprattutto, non avevo idea che quel viaggio di studio in cui mi ero imbarcata in maniera un po’ avventata dopo aver sostenuto il primo esame di ebraico a Milano mi avrebbe ribaltato completamente l’esistenza. Ho un ricordo potente del mio giorno d’arrivo a Gerusalemme. Il madrikh del nostro gruppo, un ragazzone barbuto di nome Naftali, aveva portato me e la mia classe a visitare alcuni edifici dell’università ebraica, in modo da farci ambientare il prima possibile. Della città nessuno di noi aveva avuto ancora il tempo di vedere nulla o quasi. Tutti fremevamo d’impazienza: avremmo preferito trovarci alla porta di Jaffa o a Mahane Yehuda, piuttosto che essere trascinati qua e là per il Monte Scopus. Finché Naftali non ha insistito per mostrarci la sinagoga Hecht, la casa di preghiera universitaria. Trust me, ci ha detto, non ve ne pentirete. Insieme ai miei compagni di corso sono entrata nella sala lentamente, senza aspettarmi nulla. Invece lo stupore è stato enorme. Attraverso l’ampia vetrata del tempio, il volto abbacinante di Gerusalemme mi si è svelato all’improvviso, colpendomi in tutto il suo splendore. Poco più in là, nel silenzio assoluto di quella visione, un uomo anziano pregava. Forse è stato in quell’istante in cui tutto ha acquisito un significato.

Non si tratta, però, soltanto della bellezza. Israele è un’atmosfera di vitalità, un’energia tenace e giovanile. Israele è la ricchezza dei suoi abitanti, è il tesoro dei suoi popoli. Certo, Israele è anche le sue molte contraddizioni, ma quale Paese al mondo non le possiede? Potrà sembrare banale o sdolcinato, ma so che non poche persone si riconosceranno nella mia esperienza.
Perciò, questi per me sono giorni di riflessione e preghiera. Di silenzio e di musiqah shqetah. Tra le mie preferite c’è Halikhah le-Keysaria, “Camminando verso Cesarea”. Il testo – che, in realtà, nasce come una poesia – è stato scritto nel 1942 da Hannah Szenes, una giovane pioniera ungherese, eroina dell’Haganah. Nel 1944, a soli ventitre anni, Hannah Szenes scelse di farsi paracadutare nell’Europa occupata per combattere i nazisti, come l’italiano Enzo Sereni. Questa breve lirica è stata messa in musica già nel 1945 ed è diventata ben presto uno dei grandi classici della tradizione musicale israeliana. L’hanno cantata un po’ tutti, anche grandi nomi come Chava Alberstein e Ofra Haza. Non temete, in questo pugno di versi non c’è traccia di nazionalismo o di qualunque forma di esaltazione. “Camminando verso Cesarea” è la semplice preghiera di una giovane donna di fronte all’incanto di un giorno d’autunno. Anche se in Israele viene per lo più ascoltata durante il giorno della commemorazione delle vittime della Shoah, a me piace lasciarmi cullare dalle sue parole essenziali e, se mi va, unirmi nel canto.

Mio Dio, mio Dio,
che non debbano mai finire,
la sabbia e il mare,
il fruscio delle acque,
il fulgore del cielo,
la preghiera dell’uomo.

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


6 Commenti:

  1. ho pianto nel leggere questa dichiarazione d’amore verso una Terra in questo casa Sacra, non di appartenenza. Anche io provo un grande trasporto per Israele. Adoro la sua letteratura e filmografia. Ci sono stata una volta sola ed è stato amore a prima vista.

  2. Ho vissuto la sua stessa esperienza. Era il 1991 e quell’anno ha cambiato la mia vita. Leggerò con profondo interesse le sue pubblicazioni.

  3. Grazie di questa intensa comunicazione.
    Soffro per Israele ma non posso non soffrire anche per i palestinesi.
    Questo strazio è incommensurabile!
    Che Dio ci aiuti tutti. SHALOM SHALOM!

  4. Grazie, Sara, per questa condivisione, che tocca corde con le quali mi sento profondamente in sintonia.
    Pace su Israele!


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