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Cultura
“Me ne frego”, ragionamenti sul linguaggio politico

A partire dal libro di scritti di Benito Mussolini curato da David Bidussa, un’analisi (del curatore stesso) sul ruolo attuale degli storici.

Non so se il volume degli scritti di Benito Mussolini Me ne frego (una raccolta di articoli e interventi politici dal 1904 al 1927 a cura di David Bidussa e pubblicato da Chiarelettere, ndr) sia in grado di soddisfare la domanda di e sul fascismo. Confesso che quella domanda, insistente, spesso sempre più reiterata, mi infastidisce, perché penso che sia un modo per non discutere dei problemi profondi, seri e complessi che abbiamo di fronte.
E tuttavia il problema esiste, solo che a mio avviso non è riducibile alla domanda se ciò che abbiamo di fronte sia una riedizione dell’esperienza politica di cento anni fa. La problematica che ho proposto con Me ne frego, ovvero l’attenzione al linguaggio politico, nasce da quella insofferenza e dalla necessità di aprire nuove piste d’indagine sul fascismo che non siano solo nel rispondere a un “telequiz” e dunque avere una funzione “di supporto” e “di conforto”. Insomma, l’indagine storiografica non come un farmaco.

È sempre più insistente la domanda agli storici se la condizione attuale sia o no un progressivo avvicinamento dell’Italia (mi limito al caso italiano) verso il fascismo o una sua riedizione. Trovo fuori luogo questa domanda e trovo per certi aspetti imbarazzante questa consulenza agli storici solo in funzione di conforto. Mi sembra un’operazione culturale che riduce l’analisi dei fenomeni alla richiesta modello venditore/cliente. Una domanda di servizio cui si chiede una risposta diretta e senza problematiche, così come quando andiamo in farmacia e chiediamo una medicina per un malessere specifico.
Per uscire da questa forma di contratto venditore/cliente, propongo di riflettere su due aspetti (altri se ne potrebbero evocare, ma qui mi limito a questi due). Il primo riguarda il problema cittadino/Stato; il secondo riguarda il tema dell’esercizio della libertà di parola.

Cittadino/Stato

Si potrebbe dire che preliminarmente la domanda di fascismo un secolo fa si nutriva di un patto: la cessione al potere e al governo (o a chi era in grado di tenerlo e di assumerlo) dell’esercizio della violenza, in cambio della possibilità, entro limiti molto ristretti, di una forma di garanzia di libertà privata, ovvero di resistenza a che lo Stato entrasse nella sfera privata.
Sappiamo che nella storia del fascismo non andò esattamente così, che il tentativo di passaggio dall’autoritarismo violento al totalitarismo politico includeva la presenza invasiva dello Stato nella vita individuale, nella sfera del privato, nell’ambito della sfera del religioso, per esempio.
Ma sappiamo anche che anche in forza di quel conflitto si misurò una problematica del consenso e per certi aspetti non esser riusciti a trasformare tutta la vita pubblica e privata di un individuo e dei gruppi di individui in un sistema rigido di controllo fu uno degli spiragli attraverso i quali si definì una forma di opposizione e di «non consenso».
Non mi pare che il meccanismo cui stiamo assistendo sia identico. Anzi. Quella a cui assistiamo oggi è una dimensione per molti aspetti rovesciata: la estrema disponibilità a rinunciare alle libertà individuali, in nome della possibilità dell’esercizio individuale e privato, comunque delegato dal potere, della violenza.
Questo per dire che se noi ci ostiniamo a chiamare le cose e a classificarle dentro una categoria, forse potrebbe anche accadere di perdere molti particolari di ciò che in realtà sta avvenendo.

Libertà di parola

La soppressione della libertà di parola come misuratore e verifica dell’instaurazione di un sistema che immette al totalitarismo, corrisponde a una dispiegazione dell’agire del potere proprio delle società fondate sull’informazione su carta. In breve, appartiene alle forme della costruzione di consenso proprie del XIX-XX secolo. Togliere la parola, impedire l’esercizio di parola oggi implica colpire il sistema della comunicazione in tutte le sue forme (di cui la carta comunque rappresenta una variante sempre meno significativa). Il tema è dunque la capacità di controllare la comunicazione dei dispositivi digitali, bloccare e interdire l’uso degli smartphone.
La questione della libertà di parola o della minaccia alla libertà di parola, oggi non viene dalle forme di controllo (almeno finora) dall’esercizio della parola, ma dalla possibilità di verificare la forza delle fake news, ovvero alla rovescia della interdizione della parola, il vero pericolo oggi, culla e formazione di un sistema politico autoritario e poi in movimento verso il totalitarismo, sta nella possibilità di controllare e di verificare le fonti che assumiamo come certe nonché le opinioni, le prove che assumiamo come vere. Un aspetto su cui recentemente Christian Rocca ha richiamato opportunamente l’attenzione e che sta al centro di quelle convinzioni che oggi non sono la verità, ma che costituiscono la postverità.

Ecco perché è importante analizzare le parole che usiamo, il sistema di parole chiave che assumiamo, le forme in cui si costruiscono le convinzioni e non solo e non tanto i mezzi che le fanno girare e le accreditano.
In breve, il problema è oggi valutare e misurare e accrescere l’esercizio della critica sui significati delle parole, sui modi in cui si costruiscono convinzioni e non prevalentemente sulle forme in cui si esercita il potere quotidiano.
Ecco perché la partita di riflessione sul fascismo ci deve interessare non come costruzione del recinto tematico e programmatico di un regime e sulle potenzialità di un suo possibile ripresentarsi sulla scena, ma sulle forme in cui si costruisce il rapporto cittadino/potere e sulla sfera di partecipazione e non di affidamento alle forme varie in cui si esprime potere.

Un’analisi di questa dinamica certamente coinvolge gli storici, ma non solo loro.
Ci sono molte competenze oggi della comunicazione, ma anche della costruzione narrativa del presente o del nostro rapporto presente/passato/presente che sono chiamate in causa. Riguardano non solo la parola scritta, ma anche quella parlata; riguardano l’uso delle immagini e la costruzione di serie di immagini e suoni; coinvolgono l’operato di addetti dell’informazione, della comunicazione audio/video ma anche degli operatori culturali presenti sul territorio (gli insegnanti, ma anche i responsabili dei musei e coloro che propongono percorsi documentali e museali visuali o di collezione). In breve il tema è quanto la proposta culturale sia capace di fare domande, più che di fornire risposte consolatorie o “appaganti”.
Noi storici abbiamo le nostre responsabilità. Ma soprattutto dobbiamo avere la consapevolezza che a questa questione si risponde non arrogandosi una funzione di mestiere che dà risposte, ma di definizione e costruzione di team di lavoro che producono conoscenza. A partire da una dimensione molto insofferente del modello di sapere fondato sul “telequiz”.

Benito Mussolini, “Me ne frego”, a cura di David Bidussa, Chiarelettere

A presentare il volume saranno David Bidussa con Gad Lerner e Marco Bracconi il 28 maggio alle ore 18,30 presso la libreria Feltrinelli Duomo

David Bidussa
Redazione JOI Mag

Classe 1955, nato e cresciuto a Livorno, studia a Pisa dove inizia la facoltà di Filosofia, ma si innamora di quella di Storia. Ha insegnato al liceo e all’università, da anni lavora alla Fondazione Feltrinelli in quanto Direttore dei contenuti editoriali. Si definisce uno storico sociale delle idee (ci ha assicurato essere una vera specialità, benché nessuno finora abbia capito cosa sia). Scrittore e giornalista, dicono che il suo branzino al sale sia leggendario.


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