L'agenda di Joi
Cultura
Oralità, scrittura e interpretazione

Un’indagine sulla Torah tra arte ed ermeneutica

Un quadro del pittore Mané Katz intitolato Rabbins tentant les Tables de la Loi mostra tre rabbini che avanzano portando ciascuno sulla spalla sinistra un Sefer Torah, avvolto nel meil, il tessuto con il quale si riveste il rotolo di pergamena. Immagine analoga, sebbene in uno stile pittorico differente, si ritrova nel quadro di Solomon A. Hart dove è riprodotta la funzione di Simhat Torah nella vecchia sinagoga di Livorno. Entrambi i quadri rendono ai nostri occhi evidente l’importanza del Sefer Torah. Mentre nel quadro di Hart tale aspetto è restituito ponendo i rotoli al centro del dipinto, osservando il dipinto di Katz siamo sollecitati a passare – complici i tratti sinuosi, quasi onirici, del disegno – dall’immagine e idea del contatto a quella della fusione, in quanto le linee che contornano la figura umana e i rotoli della Torah si toccano sino quasi a confondersi tra loro. Tuttavia, il contatto fisico con il Sefer e con la Torah stessa – intesa quale insieme di parole, insegnamento – è ben lungi, nell’ebraismo, dal risolversi in fusione.

La sacralità, come la radice del termine kadosh lascia intendere, rimanda invero alla nozione di distinzione, di un rapporto mediato dalla distanza con ciò che è, per antonomasia, altro da noi. Tale rapporto, contatto con l’Insegnamento, è mediato da altre parole – Torah orale che diviene, a partire dalla Mishnà, scrittura dei commenti, decisioni e discussioni dei Maestri proseguite nel tempo. Se il testo scritto rappresenta, nella sua stabilità, l’elemento di unità e identificazione – tra norme e narrazione – di Israel, tuttavia, è proprio l’identità ebraica a mettere in guardia, per così dire, da un rapporto di con-fusione con la scrittura. Quest’ultima viene, al contempo, aperta e mediata dall’oralità – come segnala la parola stessa Mikrà, che designa la Torah e rimanda nella sua radice all’atto di lettura: atto di enunciazione di ciò che è scritto ma anche sollecitazione dello scritto da parte del lettore.
Il rapporto mediato dall’oralità nei confronti della Scrittura caratterizza dunque l’ebraismo o, per meglio dire, il giudaismo rabbinico (farisaico). Un nodo, questo, che segna la distanza tanto dall’approccio esegetico storico-critico quanto da altre esperienze religiose, come quella protestante, dove vige il principio del Sola scriptura.

La fede e la legge

Il punto, tuttavia, non è tanto storico quanto teorico – attinente al rapporto tra scrittura e oralità, tra l’autorità prima (della Rivelazione, di Mosé) e l’autorità dei Maestri. In tal senso vi fu chi, come ricordato da Abraham Melamed in Dat: MeHok leEmuna, vide nel movimento karaita, che rifiutava la Torah orale, un prodromo del protestantesimo. Perché, dunque, accordare tanta importanza all’oralità (matrice di nuova scrittura) e alla mediazione dei Maestri? Un modo per cogliere tale aspetto è quello di riconoscere come, nell’ebraismo, si ponga, ad un tempo, tanto l’esperienza della fede quanto quella della legge. Aspetto icasticamente rappresentato dall’ambiguità della parola Dat che, come ricostruito dal testo citato di Melamed, oscilla tra il significato (originario) di legge, in un’accezione variamente prossima a Halakhà, e quello  di fede, legandosi così alla nozione di Emunà. Appare necessario, in tal senso, prendere sul serio la nozione, propria alla Tradizione, della contemporaneità di Torah orale e scritta; l’idea, cioè, che a partire da Mosè e Giosuè, tramite gli anziani e gli uomini della Grande Assemblea, fino ai Maestri delle varie epoche, vi sia una catena ininterrotta cui fare affidamento (la Parola, cioè, viene ricevuta e accolta attraverso un atto di fede e di fiducia). Si istituisce, dunque, un contesto autoritativo, composto dal confronto e dalle deliberazioni tra i Maestri, che impedisce l’idea tanto di un avvicinamento diretto alla sfera della Trascendenza (diversamente da quanto avviene nell’esperienza profetica) quanto di un accesso immediato alla Scrittura.

L’ermeneutica

Quest’ultimo aspetto, messe per un tratto tra parentesi le specificità dell’ebraismo, presenta delle analogie con l’esperienza ermeneutica che prende luogo, in generale, nell’ambito giuridico dove ciò che dice (significa) la legge è sì, anzitutto, basato su ciò che è enunciato in un dato testo, ma sempre sulla base di una costante mediazione portata avanti dall’opera dei giuristi così come, nelle diverse sedi (da una corte di primo grado sino a una corte costituzionale o, di ultimo grado, di cassazione) dei diversi giudici, che presenteranno un ventaglio più o meno ampio di letture, interpretazioni e spiegazioni.
Dal testo all’oralità, dall’univocità delle lettere scritte alla pluralità delle parole pensate, scambiate, rese – nelle forme di commenti – nuova scrittura. Se il testo rimanda all’unità – identità del gruppo (identità di scrittura) le letture sembrano rimandare alla pluralità – eterogeneità dei singoli. Sembra così di essere posti sulle tracce di un equilibrio tra definizione – che implica un gesto, non fosse che soltanto formale, di chiusura, di de-limitazione – e apertura, rimando alla parola altra. Tra la genericità della legge scritta (nozione che ricorre in filosofia del diritto) e la particolarità delle opinioni dei singoli. Attraverso la parola, anzitutto quella normativa, si può così fare esperienza del limite. Limite rispetto al nostro rapporto con il mondo, dove la legge segna un perimetro atto a evitare un rapporto di con-fusione con ciò e con chi abbiamo di fronte. Limite rispetto al nostro rapporto con la legge e la scrittura, dove attraverso il reciproco rinvio tra scrittura ed oralità esperire un invito a lasciare un resto, un al di là da noi. Prendere su di sé la Torah può forse ricordarci questo doppio limite, invito a superare ogni con-fusione, matrice di idolatria, con il mondo (natura e persone), da una parte, e con il testo, legge e insegnamento, dall’altra.

 

Cosimo Nicolini Coen
collaboratore

Cosimo Nicolini Coen è laureato in Ermeneutica e Filosofia del diritto all’Università degli Studi di Milano, è dottorando a Bar Ilan. Di recente ha pubblicato per Poli-femo (2017) e Ars Interpretandi (2018) e nel volume collettaneo Il bias della razza (Durango edizioni 2018)


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