Voci
Parola e identità

Distinzione e identificazione dell’altro nell’uso della lingua

La cronaca politica riporta spesso alla nostra attenzione il tema dell’uso violento del linguaggio. Definizioni dispregiative di questa o quella categoria di persone, spesso afferenti a gruppi minoritari, che permettono a chi ne è l’autore – nonché a coloro che ne sono gli uditori predestinati – di sentirsi, in questo attacco, un poco più sicuri di sé. Di affermare, nell’offesa, la propria identità. Di fronte a questo uso del linguaggio siamo soliti rispondere, al di là delle questioni di merito, con un invito alla prudenza: a non giudicare, non creare categorie astratte – “gli stranieri” – e così via.

Tuttavia, al di là delle forme dispregiative – della violenza verbale che si intreccia a quella fisica – l’uso del linguaggio da parte di ciascuno di noi, ogni giorno, è attraversato da definizioni. Guardiamo a una determinata persona, ai suoi atteggiamenti e azioni, e lo giudichiamo riportandolo a una categoria. Anche quando ci esprimiamo nel modo più corretto, a livello formale, e anche quando ci atteniamo ai criteri più razionali a nostra disposizione, procediamo, dunque, definendo e identificando. Emerge così un tratto che ci accomuna in quanto locutori di qualsivoglia lingua.

A partire dall’identificazione con un “io”, un “noi” e un “loro” – identità del singolo e del collettivo – e sino alle forme del linguaggio speculativo, non possiamo sfuggire alla necessità di creare categorie, identità concrete e astratte. Di dire chi siamo, e di dare nome alle cose. Che quest’attività in qualche modo faccia attrito, più o meno brusco, con la realtà di persone e cose, è altrettanto evidente; a ciascuno, nell’esperienza quotidiana. E anche alla riflessione filosofica che da sempre si interroga sul rapporto tra la stabile identità di un concetto, quella appena più mutevole del linguaggio e quella del tutto fluida, del reale. In quest’attività di identificazione, di resa dell’eterogeneità delle persone e cose a identità della categoria, siamo in qualche modo già da sempre tutti presi. Con risultati importanti, perché quest’attività permette di affermarci, di essere. Come singoli (io) e gruppi (noi). Come animali razionali, che attraverso il linguaggio leggono il mondo, lo plasmano.

Forse, allora, dovremmo insistere sulle differenze. Distinguere tra un uso violento del linguaggio, che toglie il nome proprio ai singoli e li riduce a parte di questo o quel gruppo, e un uso del linguaggio che non ha fretta di affermare, che lascia, almeno per un tratto, scorrere il reale. Differenze essenziali e che, a ben guardare, non ineriscono solo la pratica politica ma quella quotidiana, nel lavoro, nelle relazioni.

Tuttavia, di nuovo, proprio da qui – dalla quotidianità – è possibile, e forse necessario, porre attenzione alle forme di sottile violenza, se si vuole di potere, che attraversano anche il linguaggio più garbato. Come minoranza ebraica se ne è fatta (ma è giusto il passato?) esperienza, perché il linguaggio suadente dell’assimilazione, figlia non sappiamo se legittima dell’emancipazione, invitava, più o meno consapevolmente, a perdere il sé – la propria identità – nel nome di qualcos’altro, di più ampio. Di un’altra identità, con cui definirsi. Ebrei o non ebrei, il linguaggio – usato da noi, o verso di noi dagli altri – inchioda, fissa. Nella forma di discorso che impone: il padre e il maestro che, con le loro parole, plasmano figlio e allievo. Nella forma di discorso che accoglie, assimila, scivolando in quella mancanza di distinzione, di limite, che è possibile riconoscere nella figura materna, o in chi ne fa le veci.

Così è anche nel rapporto tra linguaggio e identità collettiva, di una comunità o nazione. Ne parlava Pier Paolo Pasolini quando identificava la diffusione nelle diverse realtà periferiche di un italiano “strumentale”, figlio del neocapitalismo, una forma di violenza, anche se invitante come le luci della televisione, che erodeva identità altre – altri linguaggi, vicini alle condizioni materiali di vita dei loro locutori. Ne parla, in tutt’altro modo, Abraham Melamed (in: Dat: MeHok Le’eEmunà) mettendo in luce come l’uso delle lingue delle diverse diaspore (italiano, tedesco etc), lingua dell’altro rispetto all’ebreo, portasse quest’ultimo, proposizione dopo proposizione, verso nuove forme di identificazione, di esperienza di sé. Dunque ebrei o no, ‘madri’ o ‘padri’, siamo necessariamente irretiti in quelle forme di assoggettamento linguistico, forme di potere che, a partire da Foucault, abbiamo imparato a riconoscere in una miriade di pratiche quotidiane.

Tuttavia il linguaggio, la scrittura, trova anche modo di aprire uno squarcio al suo interno, di imporre uno spaesamento. Così l’ebreo che, seguendo un passo di Buber, ritrova la sua “anima più profonda” rivivificando l’ebraico, si trova di fronte all’altro – lo scrittore arabo, come Sayed Kashua, che parla la medesima lingua, è cittadino dello stesso stato, eppure non è a lui corrispondente.

Quanto l’ebraismo descritto da Melamed si costruisce un’immagine di sé a partire dalle lingue degli altri così l’ebreo israeliano trova, all’interno della sua stessa lingua, figure di alterità. Di fronte a queste, che fare? Assimilarle a sé, nella nuova identità di un’israeliut laica, o espellerle, in nome della distinta afferenza culturale? Domanda politica. Tuttavia non solo. L’equilibrio tra distinzione, relazione e identificazione ricorre nell’esperienza ebraica. In fondo, perché centrale in quella umana. Il linguaggio, quale che sia, può portare a inclusioni o esclusioni totalizzanti. Pure, se si hanno salde radici, si potrà trovare, proprio attraverso il linguaggio – quotidiano o di qualsiasi altro registro – il modo di essere e affermarsi senza procedere per esclusione o assimilazione dell’altro.

Cosimo Nicolini Coen
collaboratore

Cosimo Nicolini Coen è laureato in Ermeneutica e Filosofia del diritto all’Università degli Studi di Milano, è dottorando a Bar Ilan. Di recente ha pubblicato per Poli-femo (2017) e Ars Interpretandi (2018) e nel volume collettaneo Il bias della razza (Durango edizioni 2018)


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