L'agenda di Joi
Diritti umani
Le persone fragili

Un testo immersivo, accorato e puntuale sui diritti dei più deboli

Un testo da leggere tutto d’un fiato, per poi ricominciare, con calma, dall’inizio. Perché si scivola in un attimo nel ritmo di questa Avvelenata (di gucciniana memoria) così violenta e accorata da rapire il lettore come sa fare soltanto una ballata rock. Ma poi, arrivati alla fine, si sente il bisogno di rileggere il tutto come fosse una sentenza o il canovaccio di un disegno di legge: appunti sparsi sul reale. Ecco. Quello che state per leggere è tutto questo insieme. A scriverlo per JoiMag è Paolo Cendon, già professore ordinario di Diritto Privato all’Università di Trieste, quindi autore di diversi libri sulla follia e la fragilità umana (il più recente, I diritti dei più fragili, è uscito per Rizzoli nel 2018). Buona lettura.

# 1 – Ombre di ordine psichico, fisico, sensoriale, oppure anagrafico, istituzionale, economico. Disagi costanti o intermittenti, diurni o notturni, perenni o di stagione, progressivi o cronicizzati: scontati, capricciosi, imprevedibili, silenziosi, incombenti, compiaciuti, teatrali.
L’oscurità e misteriosità di tante vite in bilico; le frustrazioni e i sudori del magistrato in visita domiciliare, dopo nove rampe di scale, con la macchina in sosta vietata. Fili elettrici pendenti, bottiglie vuote sul pianerottolo, mattonelle sconnesse sotto i piedi; bollette mai pagate, i soldi dentro il materasso forse.
Far ritrovare il gusto delle cose, a chi sembra averlo perso, come riuscirci? La porta bloccata ostinatamente, dall’interno rumori soffocati, di chi non vuol farsi sentire; odore di chiuso, di gatti, di fumo, di cavolo, di immondizia. Riottosità, grugniti, diffidenze, fastidio, testardaggini.
Chiamare i pompieri, il parroco, cercare un fabbro, entrare dal terrazzino? La cassetta postale intasata, il tetto che perde, i vicini di casa ostili o disinformati; i contatori manomessi, la ringhiera arrugginita, i negozianti vaghi o all’oscuro di tutto.

# 2 – Da un lato, allora, l’affacciarsi di prerogative inedite: diritto all’assistenza, all’insegnamento scolastico, al sostegno, al carrello elevatore, a non sapere, alla serenità familiare, alla realizzazione personale. Dall’altro il problema dell’effettività, le sconfessioni e disarmonie applicative; il confine tra violazioni che consentiranno, oppure no, al titolare di azionare una tutela specifica, sul terreno reale, recuperatorio, inibitorio, o almeno su quello risarcitorio.
Per un verso il rigoglio istituzionale, il proliferare di vessilli e declamazioni: nelle convenzioni internazionali, nella legislazione nazionale e regionale, nei proclami delle singole categorie e associazioni. Per l’altro il welfare in affanno, gli impegni pubblici rinviati o disattesi: quando emerga, poniamo, che l’assistenza domiciliare verrà sospesa dal mese prossimo, che il day hospital sta per chiudere, salvo miracoli; che gli sportelli non apriranno subito, che il consultorio accorcerà gli orari, che il corso di formazione non è più finanziabile.

# 3 – Di qua il mondo che sorride all’interprete; la ricerca del giusto, e del possibile, come realtà fatta anche di complicità, di alleanze improvvise (sorpresa positiva). Si è meno soli di quanto non sembrava: neo-faville che si accendono in sala, di continuo, scommesse adolescenziali mai sopite, in chi ascolta, che inaspettatamente rifioriscono. Un ponte gettato sui segreti, verso i primi giuramenti di tanti; fare sì che ognuno faccia la “sua” conferenza, silenziosa, prestargli niente più che la voce e le parole: chi sta relazionando, a chi effettivamente?
Il passato che resiste però, diagonalmente, la forza e il buio dell’ancien régime; le incrostazioni normative a senso unico (scoperta negativa). La facilità per nostalgici e inflessibili di trovare appigli a iosa, stendendo appena la mano all’indietro, sovrappensiero. La difficoltà invece, volendo puntare sui motivi della quotidianità, del minor male per chi sta poco bene, di rovesciare il senso di quelle evidenze: raccordando il timore per i riflessi mortificanti che un decreto severo o autoritario minaccerebbe, con l’attenzione protesa al “grande cielo” dei principi: presi sul serio, una volta tanto.

# 4 – Bene, da un canto, l’ampliarsi della tastiera per l’interprete, il recupero di tante linfe autobiografiche. Basta lavori di semplice destrezza, non soltanto maestria argomentativa. Le incursioni nell’universo altrui, a maggior ragione in quello degli svantaggiati, come strada per ritrovare le proprie radici.
Le musicalità dismesse per la cattedra, gli esercizi corsari. Stanze diverse eppure attuali: le radiose scoperte dei tempi andati, qualche ambizione o tentazione sospesa, presente come non mai nel pensiero. Prove amatoriali da ricomporre, fuochi già attraversati, con profitto magari, voci che tornano in circolo da sole.
Anche il resto però: variazioni nell’agenda di lavoro, cimenti insoliti da affrontare, lungo il territorio specialmente. I limiti dell’accademia come tale: non più un rosario di meditazioni esclusive; accantonate le torri d’avorio. Ricerche ai bordi dei padiglioni, nei verbali, sui graffiti, inchieste presso la corte dei miracoli, qualcuna allegra qualcuna più noiosa; tavoli inter-istituzionali, monitoraggi intorno alle nuove leggi regionali, progetti con gli assessori alle politiche sociali, stesure di guide per gli utenti.
Ogni settimana impegnata già in partenza, fuori casa soprattutto: un po’ a guardare, cercando di capire, un po’ a parlare agli altri di diritto. Al lunedì gli incontri coi familiari e le vertenze nelle case di riposo, al martedì le audizioni in consiglio e i regolamenti per i servizi, subito dopo la lezione in università, al mercoledì i corsi di formazione, tutto il giorno. Al giovedì i turni al call center, al venerdì mattina al Sert e il pomeriggio al centro di salute mentale, al sabato le consulenze all’hospice e la tavola rotonda di quartiere.

# 5 – Le nuove frontiere per la “debolologia”, i non facili equilibri da trovare.
Autodeterminazione, sovranità dell’interessato? A patto di non scordare la parte bassa del ventaglio.
La complessità ad esempio delle direttive – da non rimettere pressoché mai alla famiglia, almeno sotto un certo numero di settimane – quanto a un neonato prematuro. Oppure l’arco delle opzioni legislative, irriducibili ai meri discorsi sul testamento biologico, circa la sospensione dei trattamenti vitali. Ovvero il taglio delle indicazioni, da non assumere calpestando le aspettative dei congiunti, dei discepoli, riguardo al proprio stile di vita, di malattia o di convalescenza; le scelte senza ritorno soprattutto.
Gli scogli applicativi, il ribaltamento di prospettive, per un diritto destinato a sgorgare sempre più ad “altezza uomo”.
Non già un pacchetto statutario, “prendere o lasciare”, che viene a calarsi dal tetto del codice civile; buono per chiunque. L’opposto dell’interdizione o dell’inabilitazione: piattaforme antropologiche distinte, da riscontrare con pazienza una per una. Un assemblaggio di poteri/restrizioni, immaginato fin dal primo decreto per quella specifica persona: portatrice dei “suoi “ mali e desideri, inconfondibile con qualsiasi altra. Procedimenti che durano per sempre, una volta che il dossier sia stato aperto: dalla cancelleria si esce raramente.
Ogni tanto sorprese grandi e piccole. Notizie che arrivano per posta, tramite e-mail, nel cellulare, dalla strada magari; oppure dentro casa del giudice tutelare: comunicazioni dell’assistito, dei parenti, dei servizi. Materiali da interpretare/evadere caso per caso, sino alla fine.

# 6 – L’oralità quale linguaggio prevalente. Variazioni anche modeste in calendario, provvedimenti giudiziali leggeri. Precomprensione, giochi di feed-back: si scrive in fretta, non più del necessario, sul taccuino; non sempre si ripassa al computer.
L’esperienza quale banca-dati principale; per lo psichiatra, il magistrato, gli assistenti sociali. Transfert occasionali, dimistichezze cresciute col tempo. Nient’altro se non la familiarità e la memoria per contestualizzare i segnali, le sfumature di giornata: per una messa in scala dei bisogni, decifrati al di là delle apparenze. Ogni trasferimento ad altra sede, del giudice, degli operatori sanitari, dello psicologo, come minaccia di black-out per l’ufficio. Non più raccordi improvvisati, sul campo, niente più sintesi al volo, in automatico: come orientarsi per le scelte da compiere?

# 7 – I momenti cruciali del trapasso, il giro simbolico di boa.
Quando viene bocciato, a sorpresa, il referendum abrogativo del divorzio: scandendosi il diritto degli italiani a decidere ognuno circa la propria sorte, sul terreno degli affetti. Quando i giudici emettono, inaspettatamente, le prime sentenze sul danno biologico: suggellandosi una visione dell’uomo quale realtà non riducibile al dato reddituale, al binomio “case-alberghi”.
Primavera del 1974: la stagione che vede le prerogative emergenti dell’individuo – rappresentate da quegli eventi eponimi, lontani ma contigui – varcare insieme la linea del non ritorno, rispetto alle indicazioni del ’42: i mesi in cui lo spirito della Costituzione, circa i diritti e i doveri generali della persona, entra per sempre nel circuito del sistema.
Come se nel mezzo di una nottata, è stato detto, la pancia del grande cavallo di legno – trovato alla mattina sulla spiaggia, trascinato dai cittadini entro le mura, nella cittadella del diritto privato (tutta ancora patrimonio) – si fosse aperta all’improvviso; e vari germogli della persona, nascosti all’interno della scultura, mai visti circolare in quel luogo, ne fossero silenziosamente usciti. Ciascuno raggiungendo una diversa postazione, e lì prendendo confidenza, per generare più tardi foglie e fiori; presto qualche frutto, prodotti talvolta rigogliosi.
Verso est le istanze dei consumatori, la tutela dell’ambiente, i rilanci dell’inibitoria, le sanzioni per il demansionamento. Verso il nord i prodotti difettosi, la malpractice medica, le clausole abusive, i neo-vicariati per non autosufficienti. Verso ovest le violenze in famiglia, il danno differenziale, la lotta alle discriminazioni, la sicurezza sul lavoro. Verso il sud il transessualismo, le lungaggini processuali, la riscoperta delle immissioni, le cure palliative, lo stalking.

# 8 – Il debole come un noi stessi, in definitiva: quando malato, non dovrà soffrire, venire abbandonato, morire prima del tempo; finché piccolo va aiutato a crescere; se non capisce, peggio per gli altri.
Diritti sì, anche se non innumerevoli; un contratto bisogna sempre rispettarlo (per il “fare” si potrà chiudere un occhio): chi non paga il dovuto sarà di regola responsabile; per chi ha l’Aids niente amori rischiosi.
Sostegni precisi comunque, le stanze messe in sequenza, un corpo solo. Chi è in carrozzella non deve imbattersi in scalini; la famiglia di chi soffre andrà sempre tenuta in conto: se uno non parla bisogna capirlo. Sul posto di lavoro la dignità di un fragile si raddoppia; i bulli dovranno risarcirlo: se è cieco o sordo la civiltà appartiene soprattutto a lui.

Paolo Cendon

Professore ordinario di Diritto Privato a Trieste, quindi autore di saggi divulgativi sui diritti dei più fragili, ha redatto il progetto di legge usato come base per il provvedimento sull’Amministrazione di sostegno, approvato nel 2003. Sua, con la scuola triestina, l’invenzione del danno esistenziale, figura centrale della nuova responsabilità civile. Ha inoltre fondato il movimento Diritti in Movimento e cura la rivista personaedanno.it che ha fra i suoi progetti la messa a punto di un nuovo diritto per i soggetti deboli.


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