Joi in
Pesach ai tempi del coronavirus: un manuale semiserio di sopravvivenza

In solitudine o in versione ristretta, previsioni e consigli per un Seder inedito

Ricordarsi che giorno è esattamente, di questi tempi, è diventato un hobby per indovini: è domenica, lunedì o martedì? Dalla finestra gli indizi per dirlo scarseggiano. Siamo al 15, 18 o 20 del mese? Difficile saperlo, senza uno straccio di appuntamento, e forse perfino superfluo. Di data segnata in rosso sul calendario mentale collettivo ce ne sarebbe a dire il vero una, quella del 3 aprile: D-day in cui terminano le disposizioni straordinarie che hanno stravolto le nostre vite da quando vi è entrato – per lo meno dalla tv – un velenoso, microscopico bacillo. Ma tutti sappiamo che quella scadenza è puramente indicativa, e che ben difficilmente l’avanzare del contagio consentirà davvero di allentare le restrizioni col nuovo mese.

Archiviato il primo Purim digitale della storia, ecco dunque che un nuovo spettro si aggira per l’Europa ebraica: quello del Pesach in lockdown. Una sciagura – difficile definirlo altrimenti. Perché se pur con tutte le cautele halachiche del caso la Meghillà poteva essere “salvata” in streaming, lo stesso di certo non potrà essere per l’Haggadà – il racconto corale dell’uscita dall’Egitto. Il Seder, e la festa di Pesach tutta, è forse il momento collettivo per eccellenza del calendario ebraico, occasione unica di maxi-ritrovi famigliar-amicali oltre che rituale senza tempo. E la speranza, anzi la preghiera, è che possa essere così anche in questo bizzarro (nel senso delle sue bizze) 2020/5780. Ma a tre settimane dal suo arrivo, l’opzione inedita di un Pesach “ristretto”, magari con Sedarim micro-nucleari o con commensali più o meno improvvisati in città diverse da quelle preventivate, è ahinoi evidentemente sul tavolo. E agli scenari negativi, insegnano strateghi e pedagoghi, è decisamente meglio prepararsi per poi scoprire che non ce n’era necessità, piuttosto che il contrario. Urge dunque un manuale di sopravvivenza a Pesach ai tempi del coronavirus, da prendere rigorosamente poco sul serio.

LE PULIZIE – Inutile tirare fuori dall’armadio quel vecchio cane-peluche per fingere di poter andare a passeggio: non si può uscire. Costretti in casa, tanto vale prendersene cura. Schiere di lavoratori solitamente mai tanto assidui come nel mese prima di Pesach dovranno constatare di avere davvero esaurito ogni verosimile scusa, e scopriranno nuovi mondi: che c’è vita sotto ai divani, dietro al forno e in fondo allo sgabuzzino; che le spugne non servono solo a rilassarsi sotto la doccia, e che quel Folletto di cui parlavano in tv forse non era poi così male. Quest’anno le pulizie valgono doppio, perché l’obiettivo da catturare e neutralizzare è il chametz tanto quanto il virus, o il virus della paura che ci sia il virus, che poi è la stessa cosa.

LA SPESA – Coi supermercati contingentati e l’invito a stare in casa pronunciato perfino durante i cartoni animati, il dilemma è posto: programmare una spedizione agli alimentari per far incetta di generi per venti giorni e poi barricarsi in casa, o comprare di volta in volta il minimo indispensabile per non rischiare di avanzare problematiche scorte di carboidrati? L’unica soluzione logica, evidentemente, sta nell’aritmetica: per rispondere vi sarà sufficiente moltiplicare per tre il numero di componenti il nucleo in quarantena, estrapolare una media ponderata del numero ideale di calorie per pasto da allocare a ciascun famigliare, moltiplicare tale cifra per l’importo precedente, quindi per il numero di giorni che ci separano dall’inizio di Pesach, anzi dall’antivigilia; infine suddividere adeguatamente il totale ottenuto tra pacchi di pasta, riso e biscotti. Fatto? Se la risposta è no, non importa, avrete comunque speso una mezz’ora distraendovi e allenando al contempo la mente: oro colato, di questi tempi.

LE RICETTE – Panico. Davvero si può dare in natura un Pesach senza mamme, zie e nonne che preparano secondo segretissime prescrizioni passate di generazione in generazione charoseth, biscotti e minestre rigorosamente chametz-free? Si spera di no, ma si teme di sì. Liberate al più presto un hard disk, dunque, e fatevi mandare in tempo per assimilarle un maxi-pdf con le migliori ricette di casa. Sono consentite le prove con farina reale sino alla scadenza del decreto di Conte, purché non le si facciano assaggiare ai vicini. Per otto giorni, il terrore di restare senza nutrimenti adeguati sarà garantito. Così come la scoperta, alla fine, di esserne usciti anche questa volta invece con otto chili in più, non si sa bene come.

LO SPORT – Consegue strettamente al punto precedente. Considerato che dopo un mese di reclusione saremo diventati tutti dei potenziali partecipanti a MasterChef, dunque banchetteremo amabilmente, tutt’al più un po’ più soli, meglio pensare sin d’ora a mettersi in forma per la successiva prova costume che si spera il virus non sarà così incosciente da mettere a repentaglio. Le modalità abbondano. Sconsigliato lo slalom gigante tra i passanti diretti in farmacia, un paio di serie di flessioni mattina e sera dovrebbero funzionare.

L’HAGGADÀ – Se le proiezioni non ingannano, purtroppo al Seder di quest’anno potremmo non avere a fianco il prozio di Padova infallibile nel dajenu, il cugino francese che si destreggia col chakham ininterrottamente dal ’73, o il saggio amico di famiglia che quando tutto pare perduto riporta all’improvviso il contegno con l’hallel. Potete farvi mandare qualche bella registrazione, certo, ma non c’è scampo: tocca prendersi per tempo e studiare l’Haggadà come in nessun altro anno. Ne scopriremo forse segreti e significati cui non avevamo mai pensato, specie in un tempo d’incertezze come questo. Lavarci le mani appena due volte in tutta la serata, verosimilmente, ci apparirà una follia. Ma mai come quest’anno, quando ricorderemo le dieci piaghe d’Egitto, ne coglieremo davvero la portata. Quanto a ma nishtanà, anche in assenza di bimbi, potrà leggerlo chiunque: cosa ci sarà di diverso da tutte le altre sere, e da tutti gli altri Pesach, sarà fin troppo evidente.

Simone Disegni
Collaboratore

Politologo di formazione, giornalista di professione, si occupa in particolare di politica italiana ed europea. Già impegnato nel lancio del festival Biennale Democrazia a Torino e del think-tank ThinkYoung a Bruxelles, lavora per Reset e Good Morning Italia e collabora con altre testate nazionali.


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