Diritti umani
La piazza. Storiografia di un luogo, tra libertà e autoritarismo

La messa in scena del potere nel teatro mediatico per eccellenza

Un luogo comune dice che la piazza sia lo spazio dove uomini e donne, gruppi umani oppressi hanno improvvisamente fatto irruzione per chiedere la libertà e dunque dire al potere che li opprimeva, in faccia al potere che li opprimeva, che il re era nudo e che tutto quello che avevano subito e, ancora subivano in quel giorno, non era più possibile. Insomma, è il luogo dove i non previsti dall’ordine dominante, i senza legge talvolta ridotti o classificati come fuori legge, i senza storia, o gli esclusi dal contratto, o i non previsti dicevano in faccia al potere che loro esistevano, e che non era più possibile continuare a governare senza prendere in carico le loro domande di diritto. È indubbio che la piazza ci appaia attraverso questa lente. Tuttavia, non è sempre stato così, e soprattutto, ancora oggi continua a non essere così.

La piazza e il potere
La piazza è il luogo dove i gli esclusi convergono. È vero. Ma è, anche, il luogo dove anche il potere autoritario, totalitario, dittatoriale celebra i suoi fasti, afferma la sua forza, enuncia la sua potenza. La differenza sta, prima ancora che in ciò che si dice in piazza, nella scenografia che disegna la fisionomia della piazza. Riguarda chi è autorizzato a prendere la parola, riguarda se quello che avviene nella piazza è un suono cacofonico oppure armonico. Riguarda quante diverse e differenti voci e opinioni riescono a coabitare in quello spazio. Alla rovescia: dipende se chi parla è una voce sola; se il suo obiettivo è convincere, anziché argomentare, se chi esce da quella piazza e torna a casa, lungo il percorso di ritorno esprime solo entusiasmo, perché all’interno di quella piazza è stato massa e ciò che si è avvertito e ciò che è stato comunicato è forza. Oppure se la quantità di domande con cui si è recato verso quella piazza e le risposte che in quello spazio ha ricevuto generano voglia di saperne di più. E, infine, quanta capacità critica, quanta autonomia di pensiero, quante contraddizioni si trova dopo a dover prendere in carica per tentare di dare una spiegazione complessa e non lineare al reale, al proprio quotidiano. In breve, la fisionomia cambia se da quella piazza esce con la convinzione che non ci sono risposte preconfezionate e prét-à-porter, ma che ci va della fatica a pensare.

La piazza ha scritto una volta lo storico Jacques Le Goff, segna la differenza tra l’agglomerato urbano antico e la nascita della pratica di autonomia.
È uno spazio che organizza se stesso nel medio Evo all’indomani dell’Anno Mille ed è il luogo in cui si esprime la nuova forma del potere. Il primo simbolo che la definisce, prim’ancora che il palazzo comunale in contrapposizione al luogo del potere religioso, è chi marca il tempo, ovvero chi ha il senso del ritmo della giornata, se la campana, o l’orologio, ovvero la meridiana.
È il segno che nell’immaginario sociale si è sempre proposto tutte le volte che un nuovo attore voleva essere protagonista della storia. Improvvisamente il luogo che fino a quel momento segnava il potere o ne trasmetteva l’ordine diventa il simbolo del nuovo attore che richiede spazio. È una scena che nell’età moderna abbiamo visto molto spesso.

Scene dalla Rivoluzione francese
La rivolta può seguire i percorsi degli spazi del potere consolidato – per esempio nel maggio 1789 è a Versailles che si consuma la prima rottura, ma poi perché si sancisca definitivamente quel passaggio devono darsi due scene di piazza.
La prima è il 14 luglio che entra nell’immaginario pubblico come la fine dell’arbitrio; la seconda è la scena, meno nota come data memorizzata, ma molto più potente dal punto di vista dell’assunzione del potere che si consuma tre mesi dopo, tra il 5 e il 6 ottobre 1789, quando la folla di Parigi, marcia su Versailles, va prendere il re e lo costringe a tornare a Parigi, perché è lì, e non più nella reggia, che sta la legittimazione del potere.

Forse nessuno meglio dello storico Georges Lefebvre ha descritto cinematograficamente la scena di quel passaggio. Lo fa in un testo dal titolo L’ottantanove (il passo si trova alle pp.212-214 della edizione italiana del 1949), che venne pubblicato nel 1939, in occasione del 150° della Rivoluzione, pensato per le scuole e distribuito a tutti gli insegnati:

L’Assemblea si sciolse verso le tre del mattino. Era stata la sola a trarre un sostanziale vantaggio da questi avvenimenti: il re aveva accettato i decreti costituzionali e riconosciuto implicitamente che la sua sanzione non era loro necessaria; una volta di più, una rivoluzione di massa aveva assicurato il successo della rivoluzione dei giuristi. Probabilmente la maggioranza se ne sarebbe appagata. Ma i Parigini non si erano disturbati per così poco: all’indomani, gli aristocratici potevano riprendere il sopravvento sul re; la stessa Assemblea si era mostrata lenta e molle; bisognava farla finita, e, portando il monarca e i deputati a Parigi, porli sotto la sorveglianza del popolo.

Poiché molti dei dimostranti non avevano potuto trovare asilo, alcune centinaia di loro, fin dalle sei, si radunarono alle cancellate del castello. Poiché una di esse era rimasta aperta, la corte fu invasa e scoppiò un tafferuglio: una guardia del corpo fu messa a morte, poi un giovane operaio fu ucciso da un colpo di arma da fuoco; una seconda guardia fu massacrata. La folla raggiunse la scalinata che conduceva all’appartamento della regina e penetrò fino all’anticamera, respingendo le guardie del corpo, e uccidendo, o ferendo molte di loro. La regina dovette rifugiarsi dal re.
Le guardie nazionali nulla avevano fatto per fermare gli invasori. Quando ormai era tardi, vennero a mettere fine al combattimento, e, impadronitesi dei posti di guardia interni, fecero sgombrare il castello. La Fayette, che aveva passato la notte al palazzo di Noailles, comparve a sua volta, riconciliò le guardie nazionali con le guardie del corpo e si mostrò al balcone con la famiglia reale. La folla, sulle prime indecisa, finì per applaudirli, ma gridando: «A Parigi!» , e senza muoversi d’un pollice. Non c’era più da farsi nessuna illusione, e, dopo pochi minuti, il re cedette. Tuttavia, volle chiedere il parere dell’Assemblea; questa rispose soltanto che essa era inseparabile dalla persona del re, il che equivaleva a votare il trasferimento a Parigi.
All’una, al rombo del cannone, le guardie nazionali, con un pane sulla punta della baionetta, aprirono la marcia, seguite da carri di grano o di farina, adorni di fronde, scortati dai facchini del mercato e dalle donne, che portavano rami d’albero legati con nastri, alcune sedute o a cavallo dei cannoni. «Si sarebbe creduto di vedere una foresta ambulante, attraverso cui luccicavano i ferri delle picche e delle canne dei fucili», scrisse un testimone. Venivano poi i granatieri, che proteggevano le guardie del corpo disarmate; poi, il reggimento di Fiandra e gli Svizzeri; infine, la carrozza del re e della sua famiglia, con a fianco La Fayette a cavallo, e le carrozze dei cento deputati scelti a rappresentare l’Assemblea. Dietro ancora guardie nazionali e la folla.
Si procedeva a stento nel fango; pioveva; e presto si fece buio. Insensibile alla tristezza dell’ora, il popolo per un istante placato e fiducioso, non pensava che alla sua vittoria, cantava e scherzava; riportava a casa “il fornaio, la fornaia e il garzoncello”.
Bailly accolse il re alla cinta daziaria, e lo condusse all’ Hotel-de-Ville, dove vennero pronunziati dei discorsi. Soltanto alle dieci la famiglia reale rientrò alle Tuileries, abbandonate da più di un secolo.”

È una piazza, quella descritta in queste pagine che ha la forza del potere di cui si sente investita, e allo stesso tempo che non media. È una piazza che sente la felicità della liberazione appena conquistata (o all’inverso dell’oppressione appena caduta) e che ancora con molte incertezze avverte la libertà. È una piazza che ha ancora il fascino della folla e intrisa dell’amore per il capo. Ed è una folla, che è ancora attratta dall’idea del dare la morte ai colpevoli in piazza, in pubblico. E questo è un altro tratto molto importante che connota la piazza come luogo dell’esercizio del potere.

Lo spettacolo della morte
La piazza è il luogo che attira masse per trasformare in gesto teatrale la rivolta: chi compie il gesto ha il potere e comunica a tutti cosa non bisogna fare. Dinamica che Michel Foucault, nel suo Sorvegliare e punire, ha ricostruito attraverso l’analisi di come dare la morte in piazza e assistervi come pubblico non significhi non avere senso dell’orrore, ma, al contrario, implichi qualcosa nel riconoscimento del potere. E del resto se il potere è rappresentato dalla pubblica uccisione collettiva degli avversari (da ultimo, le scene degli uccisi da parte dei combattenti Isis), potere è, ancora di più, esporre in pubblico la propria forza mettendo in scena il corpo del nemico ucciso, come ha ricostruito molti anni fa lo storico Giovanni De Luna, e come ci ha ricordato Daesh il 18 agosto 2015, quando abbiamo visto Khaled al-Asaad, l’archeologo, custode di Palmira, torturato, ucciso, decapitato e “mostrato al mondo” nella violazione del suo corpo.
Ogni volta è la piazza la scena di questa comunicazione del potere. La piazza fisica e poi la piazza mediatica.
Se la morte nel Novecento non veniva mostrata, o avveniva lontano dai luoghi abitati, in questi ultimi anni la morte, invece, è tornata in piazza. Certo, è tornata anche la voglia di contare. Ma non sempre la piazza vuol dire libertà. Spesso, nella storia, ma anche nel nostro tempo presente, è ostentazione della forza, è sopruso. Il luogo, lo spazio non dice mai di un contenuto. Alla rovescia dice della sua forza di comunicazione e della sua potenza di creazione di immaginario. Sono i contenuti a dimostrare la sua natura. Di per sé la piazza non ha un colore, né è bene. È lo spazio all’interno del quale si crea l’impronta di un tempo politico. Non sempre è la libertà o la voglia di libertà a definire quel tempo.

David Bidussa
Redazione JOI Mag

Classe 1955, nato e cresciuto a Livorno, studia a Pisa dove inizia la facoltà di Filosofia, ma si innamora di quella di Storia. Ha insegnato al liceo e all’università, da anni lavora alla Fondazione Feltrinelli in quanto Direttore dei contenuti editoriali. Si definisce uno storico sociale delle idee (ci ha assicurato essere una vera specialità, benché nessuno finora abbia capito cosa sia). Scrittore e giornalista, dicono che il suo branzino al sale sia leggendario.


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