Joi in
Quattro idee sul populismo ebraico

Report da una serata milanese con Emanuele Fiano, Raffaele Turiel, David Piazza e Guido Osimo

“Non ho paura del Berlusconi in sé, ho paura del Berlusconi in me”, profetizzava nel 2001 Giorgio Gaber, intuendo che quello del self-made man di Arcore sarebbe stato un lungo (e doloroso) regno perché basato su una connessione reale e profonda con il modo di essere, di ragionare, di esprimersi di molti italiani. “Parla alla pancia del Paese”, si diceva allora.

Il termine populismo non era ancora tornato di moda, ma l’interrogativo – fatte le dovute distinzioni di tempi e modi – resta identico oggi: dobbiamo temere di più il populismo là fuori, o quello che germoglia dentro di noi? Dentro ciascuno di noi, s’intende, ma anche dentro le nostre Comunità.

La riflessione è stata aperta meritoriamente da una serata milanese ricca di spunti. In cui tra carciofi e ciambellette, migrazioni e social network, ciascuno ha potuto dire la sua – e, udite udite, ascoltare e confrontarsi con i pensieri altrui – sui rischi di derive populiste all’interno del mondo ebraico. Sarà vero? A ognuno il giudizio, tenendo a mente il binomio di fattori che secondo le categorizzazioni più credibili contraddistingue il populismo: l’innalzamento a principio politico primario del “popolo”, inteso come aggregato sociale omogeneo e depositario naturale di valori positivi, da un lato; la contrapposizione tra questo e un’élite/establishment che vive, nel migliore dei casi, disconnesso dalle reali esigenze e preoccupazioni popolari, dall’altro.

Quattro temi analizzati da favorevoli e contrari, per una perfetta lavorazione dritto e rovescio.

Ipotesi 1 – La rivolta contro il principio di autorità. Secondo alcuni, un valido sintomo populista potrebbe essere lo “sdoganamento” della messa in discussione dell’autorità rabbinica, così come accade – nella società circostante – con quella di medici, insegnanti o giornalisti. Esempi: la ricerca/richiesta di decisioni rabbiniche “su misura” per risolvere problemi grandi e piccoli; le crescenti contestazioni a decisioni sovrane del Rabbinato sui temi più vari, dalla kasherut alle conversioni. Obiezioni: la grande dispersione e variabilità delle risposte dottrinarie al variare della latitudine e del singolo rav che rendono difficilmente chiara l’applicazione delle regole; il percepito irrigidimento di certe posizioni anche a causa di interventi sempre meno impliciti del Rabbinato centrale israeliano.

Ipotesi 2 – La mobilitazione delle masse. E se il virus populista fosse stato inoculato invece dalla scaltrezza con cui certi leader hanno saputo mobilitare fette crescenti di popolazione ebraica a partecipare alle elezioni, magari in contrapposizione frontale a “maggiorenti” al potere delle Comunità ininterrottamente da decenni? Esempi chiari di questo fenomeno si sono avuti indubbiamente a Roma, ma anche – in forme diverse – a Torino e Milano. Obiezione primaria: davvero si può additare l’azione di leader che, pur con modalità discutibili, hanno contribuito ad allargare la partecipazione ai momenti di decisione-chiave per la vita delle Comunità?

Ipotesi 3 – La diffidenza verso lo straniero. Affascinante la suggestione che riguarda l’atteggiamento verso gli immigrati all’interno piuttosto che all’esterno delle Comunità ebraiche. Qual è stata, ben prima che i flussi umani epici da Est o da Sud iniziassero a interessare lo Stivale, l’accoglienza riservata dagli ebrei italiani ai loro “confratelli” in arrivo, per necessità e costrizione, da terre lontane come l’Iran, l’Egitto o la Libia? Il tema è probabilmente sotto-analizzato e meriterebbe a distanza di decenni uno studio dettagliato, ma gli aneddoti e i ricordi personali puntano tutti nella stessa direzione: freddezza e diffidenza. E non in tutti i casi, come evidente, queste si sono del tutto diradate nel tempo: in entrambe le direzioni, naturalmente. Il nodo dell’integrazione, altrimenti detto del giusto punto di equilibrio tra conservazione della propria identità e dialogo con l’altro, prescinde probabilmente dal dibattito sul populismo, ma si conferma dilemma cruciale: all’interno del mondo ebraico prima ancora che all’esterno.

Ipotesi 4 – La degenerazione del discorso pubblico. Insulti e fake news, aggressioni organizzate e tonnellate di superficialità. È nato prima l’uovo o la gallina? Ossia, prima la degenerazione digitale del dibattito nel mondo circostante o all’interno di quello ebraico? Difficile dirlo, ma di certo quest’ultimo non si è fatto mancare nulla. In una realtà per sua natura varia e frammentata – su rapporto con la propria identità, conflitto in Medio Oriente, collocazione politica etc. – la discussione orizzontale e permanente permessa dai social network ha avuto effetti, per lo più, deleteri. Anche grazie al ruolo per nulla casuale di “fomentatori del web” adeguatamente istruiti per creare divisione e in certi casi intimidazione. Ce ne siamo accorti con qualche anno di distanza, ma ora lo abbiamo chiaro di fronte ai nostri occhi: lo squadrismo digitale è un tratto fondante di tutti i populismi moderni. Obiezione: nessuna.

Parallelismi, suggestioni e connessioni tra vicende non devono portare necessariamente alla definizione “scientifica” dei fenomeni in atto. Ma a spingere a riflettere sulle tendenze in atto, e sui pericoli derivanti, nel mondo ebraico. Il primo abbozzo di soluzione, suggerirebbe Gaber, non può che stare nella sana analisi delle proprie azioni/parole per debellare il virus populista che si nasconde dentro ciascuno, più ostinato dell’infido chametz (i cibi lievitati proibiti durante la festività di Pesach, ndr).

Una volta eliminato – possibilmente prima di Pesach – potremo tornare a concentrarci, come è urgente, sulla vera sfida collettiva, quella dello spaventoso populismo esterno – così come suggerito dal deputato Emanuele Fiano, protagonista del confronto milanese insieme a Guido Osimo, David Piazza e Raffaele Turiel.

 

Simone Disegni
Collaboratore
Politologo di formazione, giornalista di professione, si occupa in particolare di politica italiana ed europea. Già impegnato nel lancio del festival Biennale Democrazia a Torino e del think-tank ThinkYoung a Bruxelles, collabora con La Stampa Good Morning Italia ed è autore del podcast Ce lo chiede l’Europa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *