Cultura
Quei sei gradi di separazione che collegano identità e confusione

Chi siamo quando ci ritroviamo sotto il Tallet a Yom Kippur? Come ci definiamo in rapporto agli altri? E che ruolo ha la teshuvà?

L’utilizzo del termine ‘identità’ è spesso accompagnato da una netta connotazione. Di sospetto e timore, per gli uni; di condiscendenza o entusiastica partecipazione, per altri. I primi vi scorgono il correlato dell’esclusione, della divisione. Si è qualcuno o qualcosa poiché, com’è evidente, non si è qualcuno e qualcos’altro. I secondi ne mettono in luce l’aspetto speculare: la possibilità di essere, di darsi un nome in cui riconoscersi, delle radici. Questa dicotomia di giudizio, positivo o negativo, ci impedisce, forse, di cogliere il fenomeno nella sua complessità. Il termine identità può anzitutto ricondurci a qualcosa che, meramente, avviene. Il primo aspetto cui possiamo pensare è la linea tracciata, il confine che separa interno ed esterno. Confini degli Stati tracciati sulla carta, per gli uomini. Confini del territorio, per altri animali. Potremmo allora domandarci se identità non sia, anzitutto, bisogno di protezione. Non solo da un contingente pericolo, ma dall’esterno in quanto tale. Per essere, parrebbe, bisogna creare un proprio spazio, materiale e mentale, delineare un perimetro. Non essere dispersi.

Proprio a partire da tale gesto, paradossalmente, ciò che è a noi esterno può manifestarsi nel suo carattere di radicale esteriorità – per riprendere il termine di Levinas e che costituisce filo conduttore di queste righe.
Tale aspetto – penso mentre scrivo – può forse essere colto a partire dall’esperienza ordinaria, dalla quotidianità, di chi abbia condiviso del tempo con un gatto. La cosa può sembrare un po’ provocatoria, ma – come ci invitava a fare uno dei miei docenti, Hanoch Ben Pazi, nelle sue lezioni dedicate proprio a Levinas – è necessario cogliere nella realtà quotidiana la matrice di concetti e problemi. Ricordo, parlando del mio gatto Nuvola, che non appena, per la più svariate ragioni, compariva in casa una qualche forma di cesto, scatola o altro oggetto avente una qualche forma concava, questi vi si infilava dentro. Quasi – metaforicamente – a voler interrompere lo spazio. In effetti la spiegazione scientifica, o approssimativamente tale, sembra essere quella della curiosità. Tuttavia nella mia immagine, s’impone questo accostamento: proprio il gatto, che tanto ama essere libero nei suoi movimenti, spinto da quella curiosità di cui sopra, ha (come ogni animale?) bisogno di quella tana, di quello spazio proprio, in cui essere al sicuro tanto da intemperie quanto da sguardi indiscreti. Forse non così dissimili, mi viene in mente passando da immagine a immagine, erano i miei gesti da bambino, quando una delle mie attività preferite era costruire con panni e teli qualcosa che simulasse la capanna o la tenda. La propria ‘casetta’, come si suole dire. Da dove uscire e entrare e, a partire dalla quale, poter mettere in rapporto interno ed esterno.

Così, passando, con la libertà delle associazioni, a una terza immagine mi viene in mente quel particolare velo sotto cui ci si ritrova – almeno per chi non ha pratica della birkhat cohanim durante l’anno – a Kippur. Il gesto di sottrarsi, per un breve momento, a ciò che è esterno, di raccogliersi nella penombra (come ne parlò Donatella Di Cesare nel 2003) che, sola, può ospitare il pensiero riflesso su ciò che si è fatto, delle azioni compiute all’esterno, prima. Raccoglimento, distinzione, che vanno forse contro quell’idea – spesso sospinta dall’uso/consumo di oggetti, attività e persone – di poter essere in un rapporto di con-fusione con ciò che è a noi esterno, sino a perdere nozione di chi siamo. Il tallet, pure, viene riaperto – riposto per la prossima occasione. Dall’interno di nuovo all’esterno. Forti, però, del calore di una presenza. Di quel “noi” e di quel “sé”, identità di Israel, certo, ma anche di quello strettissimo nucleo familiare ospitato sotto il velo. Si intravede, qui, un movimento per cui l’identità non è chiusura, ma è certo separazione. In cui è, nel senso stretto del termine, distinzione, ma non è soppressione (metaforica o materiale) di ciò che è da sé differente. Se ciò che è esterno a noi, nella sua mera presenza, esiste da sempre, sembrerebbe assumere una forma e un peso specifico (il peso che incombe su un “noi” e un “io”) proprio nella misura in cui siamo stati capaci di un previo raccoglimento. Raccoglimento, in senso lato, delle intenzioni e del pensiero; chiamato ad intensificarsi, intrecciandosi all’azione concreta, nella teshuvà – ritorno, pentimento e conversione – dove non si può sfuggire a dire la parola “noi”, come Israel, e “io”, come singolo: a riconoscere, nella responsabilità di azioni e pensieri, la propria identità. Raccoglimento colto nel gesto fisico, sotto il velo. Senza questo – o analoghi – moto di ritorno (ricalcando il termine di teshuvà) a sé, che del sé sono anche occasione di costruzione, il termine identità sembrerebbe rischiare di scemare in atteggiamento idolatrico, dove si assimila a sé (se si fa del ‘sé’ idolo) o dove si chiede di essere assimilati ad altro ed altri, se ad essere idolo è la natura o un altro uomo.

 

Cosimo Nicolini Coen
collaboratore

Cosimo Nicolini Coen è laureato in Ermeneutica e Filosofia del diritto all’Università degli Studi di Milano, è dottorando a Bar Ilan. Di recente ha pubblicato per Poli-femo (2017) e Ars Interpretandi (2018) e nel volume collettaneo Il bias della razza (Durango edizioni 2018)


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