Voci
Il conflitto visto da Ramat Gan

Le parole di Gina Cabrossi, guida turistica di casa a Tel Aviv

“Vivo in Israele dal 1980,  ho vissuto varie ondate di violenza, quella della guerra con il Libano del 1982, è stata la prima. Ancora non parlavo tanto bene l’ebraico e i mariti delle mie cugine erano stati richiamati nell’esercito: avevo molta paura. Poi c’è stata la Guerra del Golfo, che fu terrificante e poi qualche anno fa, nel 2014, ero in spiaggia con mia sorella, che vive a Roma, quando è suonato il primo allarme e abbiamo dovuto raggiungere il rifugio di corsa”, racconta Gina Cabrossi, nata in Libano, cresciuta in Italia, dove è arrivata nel 1964, all’età di tre anni. “La prima volta che ho messo piede in Israele è stato nel 1978, grazie a un viaggio con il Bene Akiva. Allora ho deciso che quello sarebbe stato il posto dove avrei vissuto e così, due anni dopo, mi sono trasferita. Ho fatto l’Ulpan in kibbutz, ho completato gli studi (avevo solo il diploma dell’istituto professionale) e poi ho fatto anche il servizio militare, dove avevo il ruolo di addestratrice di armi pesanti. Una volta terminato questo percorso, ne ho intrapreso un altro, quello per diventare una guida turistica professionista, e oggi accompagno turisti italiani e francofoni”, continua Cabrossi. Attualmente vive a Ramat Gan, in un vecchio edificio, con la madre, molto anziana. “Mi ha raggiunto qui in Israele sette anni dopo il mio arrivo ed è sempre stata una donna molto autonoma. Purtroppo la pandemia di covid-19 per lei ha significato un invecchiamento repentino e ora ha perso quasi la mobilità, per questo ogni volta che suonano le sirene siamo molto preoccupate”, spiega Cabrossi. “Abbiamo un rifugio soltanto al piano -1 ed è impossibile raggiungerlo nel tempo indicato, così stiamo semplicemente sul pianerottolo, insieme a molti altri inquilini del palazzo. C’è grande solidarietà in questi momenti, per fortuna e ci aiutiamo molto tra di noi”. Mentre parliamo al telefono mi dice che al sud sono scattati gli allarmi. “Vivere con una madre 91enne significa avere sempre addosso una tensione altissima, non oso pensare a chi ha bambini piccoli… diciamo che in questo caso ringrazio di non avere figli!”. Le chiedo se questa volta gli scontri sono diversi dai precedenti e cosa la preoccupa maggiormente. “I lanci di missili finiscono, ma questa volta ci sono scontri tra civili dentro le città. Non è ancora una guerra civile, ma sono fatti molto preoccupanti. Ristabilire la coesistenza tra arabi e israeliani nelle città miste sarà molto difficile. Questo è ciò che mi preoccupa maggiormente. Ad Acco per esempio è stato bruciato il ristorante Uri Buri. Il proprietario è una persona che crede nella fratellanza e lo gestiva con un personale al 50% israeliano e al 50% palestinese, esattamente come il piccolo e bellisimo boutique hotel, anche quello colpito dalla violenza. Non si è perso d’animo e ha dichiarato di volere ripartire esattamente allo stesso modo. Spero che ci riesca, ma certo è dura: se solo uscire in strada fa paura… è davvero preoccupante”. E poi aggiunge: “In questi giorni siamo costantemente in uno stato di allerta. A Tel Aviv molto più che a Gerusalemme e basta sentire una moto che accelera in autostrada per andare in ansia: il rumore del motore è molto simile a quello che precede le sirene. Per strada, almeno dove abito io, non c’è quasi nessuno”.


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