Hebraica
Sabbatianesimo, una storia decisamente umana

Le vicende di Sabbetay Sevi, sedicente messia, antidogmatico e scaltro apostata

Non è facile parlare di Sabbatianesimo, ma proverò a raccontarvi una storia e a spiegare perché questa parentesi ebraica sia così affascinante. Prima di tutto direi che è necessario spiegare perché il Sabbatianesimo si consideri un movimento e non una corrente, termine che capita invece di utilizzare quando si parla di altri fenomeni religioso-culturali.

La motivazione è il numero impressionante di adepti che il nostro duo, Sabbetay e Nathan, il gatto e la volpe, siano riusciti a trascinare in una delle avventure più ambigue – per essere educati – della storia del popolo eletto: scoppiato in Terra d’Israele a metà del XVII secolo, il fervore messianico si diffuse ovunque vivessero ebrei. La spiegazione più accettata di questo straordinario successo è di natura teologica ed è legata al diffondersi della Qabbalah luriana (ovvero gli insegnamenti del celeberrimo Itzhak Luria) a Safed nel secolo precedente. Questa nuova corrente mistica nata sulle alture della Galilea in sostanza riconosceva un ruolo senza pari al fedele, che veniva ad assumere una posizione attiva e di primo piano nella lotta contro il male e nell’avvicendamento della redenzione, divenendo protagonista del processo del tiqqun olam, nientepopodimeno che la riparazione del mondo. Se si pensa che Luria operò a metà del ‘500 e quindi poco dopo la cacciata spagnola (1492), si arriva a comprendere come i suoi insegnamenti uniti allo shock dell’esilio iberico e al senso di colpa dei conversos fossero gli ingredienti ideali per un cocktail esplosivo. E così fu. La popolarità che riscosse il Sabbatianesimo si innestò dunque su questo humus, che ne fu conditio sine qua non.

Sabbetay Sevi, o di come diventare il Messia

La costruzione della figura messianica del nostro Sabbetay iniziò con la data di nascita, il 9 di Av del 1626, a Smirne: secondo la tradizione infatti l’unto del Signore nasce il giorno della distruzione del Tempio. A sua discolpa c’è da dire che era uso chiamare i bambini nati di Sabato Sabbetay e che il 9 di Av del 1626 fosse proprio un sabato; ai posteri l’ardua sentenza. I genitori riconobbero la vivace intelligenza del piccoletto e decisero che sarebbe stato lui tra i fratelli a studiare per diventare un hakham, un membro dell’élite rabbinica. Leggi di qua e sfoglia di là, il nostro Sabbetay divenuto ormai un giovane uomo dev’essersi imbattuto negli scritti di Abulafia – un altro personaggino dall’ego misurato che si era considerato a sua volta il messia e che si concentrava moltissimo sulle norme per la meditazione sui nomi sacri di Dio – perché cominciò a pronunciare il Tetragramma divino (il famoso יהוה) in pubblico. Attirò a sé altri intraprendenti giovanotti e insieme si dedicarono ad una vita ascetica facendosi continui bagnetti rituali o ritirandosi nei campi fuori dalla città per dedicarsi allo studio dei misteri della Torah. Sevi iniziava così a dare i primi segnali del suo essere – per usare un termine strettamente accademico – fuori come un balcone. Nelle fonti viene descritto in termini che oggi riassumeremmo con psicosi maniaco-depressiva: periodi di profonda depressione e malinconia alternati a spasmi di esaltazione maniaca ed euforica, separati da intervalli di normalità. C’è una particolarità però che caratterizzava i suoi periodi d’illuminazione: sentiva infatti il bisogno impellente di commettere atti che andassero contro l’Halakhà, la legge religiosa. In questo periodo contrasse due matrimoni che sfociarono entrambi in un divorzio perché non consumati, cominciò a parlare del “Dio della sua fede” con il quale sentiva una relazione particolarmente intima e a vivere immaginarie esperienze di levitazione. Le sue ripetute asserzioni di essere il messia, sommate a questi comportamenti bizzarri, portarono infine i rabbini di Smirne a bandirlo dalla città. Per alcuni anni vagò tra la Grecia e la Tracia, a Salonicco celebrò una cerimonia nuziale sotto il baldacchino tra sé e la Torah e commise altre azioni considerate intollerabili che gli costarono ancora una volta l’allontanamento. A Costantinopoli tentò per la prima volta di sconfiggere le proprie ossessioni demoniache concentrandosi sulla pratica della Qabbalah. Peccato che contemporaneamente durante uno dei suoi momenti estatici non solo celebrò le tre festività di Pesach, Shavuot e Sukkot nella stessa settimana, ma arrivò ad un passo dal proclamare l’abolizione dei comandamenti, pronunciando una benedizione blasfema verso “Colui che permette il proibito”.

La conversione all’Islam

Dopo altre peregrinazioni e montagne russe psico-emotive, la svolta si ebbe quando incontrò Nathan di Gaza. Questi era nato a Gerusalemme dove Sevi aveva vissuto durante il suo esilio dalla città natale. Sicuramente l’eccentrico e bizzarro rabbino ascetico e cabalista perseguitato da forze oscure che lo costringevano a violare l’halakhà doveva aver destato nella cittadina un gran chiacchiericcio, in particolare nelle sinagoghe e nelle scuole rabbiniche, e Nathan iniziò ad avere le prime visione profetiche di Sevi: “Così dice il Signore, ecco che arriva il tuo salvatore, Sabbetay Sevi è il suo nome. Egli grida, anzi lancia un urlo contro i suoi nemici…” e lo proclamò il redentore d’Israele. Il 17 di Sivan 5425 (31 Maggio 1665) Sabbetay si annunciò a sua volta come messia: un profeta e un re erano dunque sorti in Israele. Insieme invocarono un movimento penitenziale di massa che avrebbe facilitato la redenzione, infuocando i cuori di molti. Iniziarono a diffondersi lettere e pamphlet che raccontavano le azioni meravigliose e stupefacenti del profeta e del suo messia. Il movimento raggiunse il suo apice nell’estate del 1666 quando, secondo le profezie di Nathan e Sabbetay, l’avvento messianico avrebbe dovuto compiersi. Sevi nel frattempo si esercitava in modifiche del calendario liturgico e nell’istituzione di nuove feste. A un’ora stabilita del 17 di Tammuz annunciarono che il messia aveva appena interrotto il digiuno: alla notizia tutti i fedeli iniziarono a mangiare, venendo meno alla tradizione religiosa. Da lì la situazione precipitò velocemente, le autorità sia rabbiniche che politiche erano un filino allarmate dall’eccitamento del popolo e tra una trasgressione e una denuncia si arrivò alla scelta fatidica davanti al sultano (Sevi era stato nel frattempo trasferito in Turchia) tra la morte e la conversione all’Islam, ed egli scelse quest’ultima soluzione. Sabbetay Sevi acquisì così il nuovo nome musulmano di Aziz Mehmed Effendi. E qui, dove apparentemente casca l’asino, si rivela il genio. Nathan di Gaza costruì infatti a tavolino una dottrina teologica che giustificava l’apostasia del messia in maniera talmente efficace (il punto centrale della sua argomentazione era legato alla tradizione luriana e vedeva il compimento della missione messianica nel recuperare tutte le scintille divine, diffuse prima tra i gentili e concentrate ora nell’islam penetrando in prima persona il regno del male) da far sì che una parte del movimento sopravvisse passando alla clandestinità e declinandosi poi in svariate forme e tradizioni.

Perché questa storia che qui si presenta in una semplificazione estrema m’interessa tanto? Perché per quanto mi riguarda quando la storia ebraica “pecca” di umanità, il popolo eletto si distrae un secondo e decide di affidarsi ad una risposta più facile ed immediata per risollevarsi dalle proprie continue miserie, io provo un’estrema tenerezza e mi sento più vicina alla mia religione e al Dio degli ebrei. Perché se c’è una cosa bella dell’ebraismo è che è una religione per l’essere umano, per vivere concretamente e quotidianamente la fede. E se si sbaglia poi ci si rialza, e si ricomincia, in attesa del prossimo inevitabile vitello d’oro.

Rachele Jesurum
Collaboratrice

Nata a Milano nel 1988, un cursus honorum composto da scuola ebraica, a liceo classico Alessandro Manzoni e Università di Bologna, dove studia  Islamistica e Arabo. Tra corsi di lingua in Marocco ed esami di Antropologia culturale, capisce che il suo  cuore batteva ancora e sempre più forte per la Storia e la Cultura ebraica. Sceglierà di fare un dottorato di ricerca sul movimento sabbatiano, collaborando al contempo con la redazione umanistica della scuola online Oilproject. Ora vive spostandosi tra Milano, Parigi e Bologna. Fra un treno e l’altro, si è sposata e ha avuto una bambina, Anna Searà.

 


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