Voci
Se i nipoti dei sopravvissuti portano avanti la storia dei loro nonni

Una lettera personale a proposito di memoria e terza generazione

Federica Astrologo, tra le organizzatrici degli eventi di Joi, ha dato vita a un interessante incontro, previsto su Zoom per il 27 gennaio, a proposito di memoria e terza generazione. Ovvero come i nipoti dei sopravvissuti alla Shoah possono portare avanti la memoria dei loro nonni. Perché? Lo spiega in questa lettera che ci ha inviato e che siamo felici di pubblicare.

Molti dicono che non serva una giornata per ricordare ciò che è stato, e che le vittime dell’Olocausto vadano ricordate tutti i giorni. Onestamente, anche io la pensavo così fino a poco fa. Poi qualcosa è cambiato. Mio nonno, Alberto Sed, che era un sopravvissuto del campo di sterminio di Auschwitz, se ne è andato due anni fa. Da quel momento non c’è stato un giorno in cui non abbia pensato a lui. Eppure, per il secondo anno di fila, avvicinandomi al 27 gennaio i pensieri che riguardano lui e il suo vissuto diventano più forti e persistenti.

Circa 15 anni fa, dopo un lunghissimo periodo di silenzio, ha cominciato a raccontare ciò che gli era successo e a poco a poco la sua storia è entrata nella mia normalità e in quella della mia famiglia.
Viverlo in casa non è stato sempre semplice, in alcuni periodi Auschwitz era un punto fermo e si parlava solo di questo. A volte vivevo con una sensazione di pienezza e di non voler sentire più nulla, in conflitto con una parte di me che voleva ogni volta di più, con la paura di perdere dettagli, nomi, luoghi e date. Ma rimanevo lì ad ascoltarlo e a volte a registrarlo.

Comunque, il vero sforzo l’ha fatto lui: ha cominciato un percorso difficile e faticoso per ogni aspetto. Aveva tenuto per sé quel capitolo nero della sua vita e ad un certo punto, spinto dalle persone giuste, ha capito di dover tirare fuori tutto. Da quel momento ha dedicato il resto della sua vita questo.
Della Giornata della Memoria non mi sono mai interessata, finora, e forse neanche lui. Andava nelle scuole a raccontare la sua testimonianza indipendentemente dal periodo dell’anno, e in cambio ha ricevuto un affetto vero e impagabile da tutti quelli che lo ascoltavano. Quello gli bastava, era tutto.

Nel frattempo, covavo la consapevolezza che un giorno sarebbe toccato a me dar senso a tutti i suoi sforzi. Oggi so che quel percorso che ha intrapreso non può morire assieme a lui, non sarebbe giusto. Ma non so spiegare il senso di smarrimento che ho provato ultimamente, nella paura di perdere i suoi ricordi o di non essere all’altezza di trasmetterli nel modo giusto.

Allora torno al 27 gennaio e mi chiedo, cosa posso fare, nel pratico, ora che lui non c’è più?
Quante strade ha la memoria?
Non lo so.

Da qui nasce la voglia di creare un confronto con altri nipoti della Shoà che stanno vivendo, forse, i miei stessi dubbi.
Il 27 gennaio, alle 21.00 ci incontreremo su Zoom per discutere di questi temi e per provare a dare una risposta alla domanda: come si porta avanti il ricordo di ciò che è stato, senza averlo vissuto?


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