Cultura
Storia degli Ebrei di Sicilia fino al XVI secolo

Convivenza e discriminazione sull’isola del Mediterraneo

Ariel Arbib ci invia un suo interessantissimo studio sulla storia dghli ebrei in Sicilia. Lo pubblichiamo volentieri qui di seguito.

La storia della presenza millenaria degli Ebrei in Sicilia, per secoli rimasta nell’oblio, torna ora ad affascinare ed interessare storici, archeologi ed antropologi che stanno riportando alla luce l’importante ruolo che ebbero gli Ebrei nello sviluppo economico e culturale dell’isola.
La rimozione che c’è stata è stata motivata probabilmente dal pudore di dover narrare tutto ciò che gli Ebrei siciliani dovettero patire secolo dopo secolo, conquista dopo conquista, per mano di coloro che ne furono i potenti e spesso spietati dominatori, ma anche dal rammarico per tutte quelle risorse umane, culturali ed economiche che l’isola e tutto il sud d’Italia persero per sempre dopo la loro espulsione nel 1493.
La storia giudeo-siciliana suscita ora nuovo interesse grazie alle recenti pubblicazioni che hanno avuto per oggetto la riscoperta di antica documentazione, rimasta sepolta per secoli negli archivi storici comunali ed in quelli notarili di molte città siciliane.
Anche importanti e recenti scoperte archeologiche stanno accrescendo le nostre conoscenze della storia ebraica siciliana, lasciando intravedere possibili rivisitazioni dei fatti accaduti tra il III ed il XVI secolo. Si tratta di resti di siti sinagogali e cimiteri, disseminati un po’ ovunque sul territorio, dove numerose sono le pietre tombali rinvenute sulle quali campeggiano epigrafi bilingui in greco, ebraico o latino con i tipici simboli ebraici della Menorah, dello shofar e della foglia di palma. Sono stati anche ritrovati numerosi bagni rituali (mikvè), uno su tutti, quello commovente di Ortigia a Siracusa, di recentissima e casuale scoperta, considerato il più antico d’Europa, ricoperto di detriti dagli esuli ebrei prima del suo definitivo abbandono, forse per un senso di pudore o forse perché era ancora viva tra loro la speranza di un ritorno.

Ed ancora più affascinante è la storia del Kior (vasca per lavaggio delle mani) di Siculiana nell’agrigentino (sec. XV), proveniente con verosimile probabilità dalla Sinagoga o dal Cimitero di tale cittadina ed in epoca più tarda trasferito nel Battistero locale per divenirne la fonte battesimale. Otto bellissime formelle di alabastro, rappresentanti altrettante scene bibliche, erano state apposte attorno alla vasca di magnifica fattura dal suo donatore il quale, aveva voluto ricordare l’evento facendovi scolpire una scritta in ebraico, rimasta coperta per più di cinque secoli e dove oggi si può leggere: “Nell’anno 1475: Samuele figlio di Rabbì Yona Sib’on, riposi in Paradiso”.
Posti ai due lati della scritta gli stemmi reali di Castiglia e di Aragona in onore dei sovrani spagnoli regnanti in quel periodo e che, ironia della sorte, solo diciassette anni dopo decretarono l’espulsione di tutti gli Ebrei oltre che dalla Spagna anche dalla Sicilia.
Questi e tanti altri ritrovamenti sparsi in quasi tutto il territorio siciliano ben testimoniano la sacralità, ma anche l’umiltà, con le quali gli Ebrei siculi vivevano il loro ebraismo, mai veramente ostentato, né mai enfatizzato, come testimoniato dalla modestia e precarietà delle Sinagoghe, quasi sempre ricavate tra gli spazi delle loro abitazioni, a motivo forse della speranza di un agognato ritorno alla terra d’origine: “L’anno prossimo a Gerusalemme!”.

Alla luce di questo, si può certamente affermare che non ci sia stato angolo della Sicilia in cui la presenza ebraica non fosse già radicata ancor prima dell’avvento del cristianesimo e soprattutto durante i quattro secoli precedenti l’espulsione, decretata da quell’infame editto di Granada, siglato nel Gennaio del 1492 dai reali di Spagna, Isabella di Castiglia e da suo marito Ferdinando d’Aragona. Su incitamento del domenicano Torquemada, questa triade non diede scampo agli Ebrei spagnoli e poco dopo anche a quelli siciliani, obbligandoli alla dolorosa scelta dell’esilio o alla conversione forzata.
Al solo scopo di permettere di sanare ogni loro pendenza economica, l’obbligo di espulsione per gli Ebrei siciliani fu prorogato più volte fino al suo ultimo rinvio del Gennaio del 1493, data in cui si stima che poco più di 40.000 Ebrei furono costretti ad abbandonare l’isola, mentre un numero analogo, trovò un’assai precaria tranquillità, accettando forzatamente la conversione al Cattolicesimo.
L’ininterrotta presenza ebraica in Sicilia, costituita da una miriade di grandi e piccole Comunità, era cresciuta man mano nel corso di più di quindici secoli, in maniera esponenziale, raggiungendo alla fine del XV secolo, una densità così elevata, da venir riconosciuta per quell’epoca, la più alta in Europa. Si stima che circa 80.000 Ebrei abitassero la Sicilia prima della loro cacciata.

Si stanziarono fin dai primordi sulle coste orientali dell’isola prediligendo siti e località vicino a corsi d’acqua indispensabili, oltre che per motivi religiosi, anche per lo svolgimento delle molteplici attività artigianali che intrapresero e per le quali primeggiarono ininterrottamente per secoli. Preservando le loro tradizioni, vissero un ebraismo autentico, arcaico, e al contempo moderno e dinamico. Anche il loro abbigliamento mantenne per molto tempo caratteristiche legate all’ebraismo, gli uomini infatti indossavano sulle spalle quotidianamente il loro scialle di preghiera il tallet, mentre solo i Rabbini se ne coprivano anche il capo.
Dal loro primo insediamento e fino al IX secolo, la lingua parlata tra gli Ebrei siculi era prevalentemente il latino, il greco o l’aramaico, mentre limitavano l’uso dell’ebraico al solo studio dei testi sacri e alle funzioni religiose. Con cinquantadue Giudecche, così vengono definiti anche oggi i loro quartieri, sparsi in tutto il territorio siciliano, gli Ebrei arrivarono a costituire a Siracusa la prima comunità organizzata in Italia ed a Palermo la più numerosa.
Nel XIII secolo, a Messina raggiunsero una densità tale che, comparata alla popolazione locale, risultava di circa il cinquanta per cento. Un abitante su due a Messina era quindi un ebreo!

Si hanno notizie della loro presenza in Sicilia già prima della conquista romana della Giudea e di Gerusalemme sotto l’Imperatore Tiberio, ma soprattutto sappiamo di un grande numero di esuli ebrei arrivati o deportati sull’isola, dopo la loro definitiva disfatta in seguito alla rivolta di Bar Kochbà nel 135 e.v. durante l’Impero di Adriano e da questi poi ridotti in schiavitù, per venire utilizzati nel massacrante lavoro delle miniere di ferro e zolfo, così numerose sull’isola. Col passare dei secoli e con l’avvicendarsi di nuovi e diversi conquistatori la loro sorte visse quasi sempre un altalenante e quasi mai sereno destino.
La Sicilia, già costantemente sfruttata dai Romani e ridotta per numerosi secoli in un mero produttore di grano, vino e olio, derrate destinate quasi esclusivamente alle mense romane, una volta passata nelle decadenti mani dell’Impero bizantino con Belisario nel 535 e.v., non cambiò né migliorò di molto il suo stato e tanto meno quello dei suoi ebrei.
La maggior parte di questi nel VI secolo, considerati ospiti senza o con pochi diritti, erano tenuti a pagare, in virtù di questo loro status, una tassa supplementare alla Chiesa romana, proprietaria sull’isola di enormi latifondi. Inizialmente, tra i pochi diritti a loro concessi, c’era quello di poter possedere schiavi, come del resto era lecito e concesso a tutto il resto della popolazione. A tale riguardo abbiamo notizie certe e testimonianza documentale grazie ad una nutrita corrispondenza epistolare avviata tra l’allora Papa Gregorio Magno e i diaconi siciliani, attorno all’anno 590 e.v.
In una di queste epistole si fa riferimento ad uno schiavo cristiano di nome Felice, di proprietà di una famiglia ebraica di Siracusa, il quale sembrerebbe aver voluto spontaneamente convertirsi al giudaismo facendosi circoncidere. Il Papa, venutone a conoscenza, ne ordinò invece l’immediata liberazione cosa che, conseguentemente, mise definitivamente fine al diritto per gli ebrei di poter possedere schiavi cristiani.
In un’altra epistola, che per altro confermerebbe in quello stesso periodo la presenza ebraica anche ad Agrigento, il Papa scrive di essere venuto a conoscenza che numerosi ebrei indigenti di quella città, avrebbero desiderato convertirsi al cristianesimo e, a tale proposito, ordina che vengano forniti loro gratuitamente indumenti battesimali. Papa Gregorio I di indole pacifica e tollerante, fu anche l’autore della Bolla del 598 e.v. ”Sicut Judeais”, con la quale, anche dietro strenua pressione della Comunità ebraica di Roma, metteva fine a lunghe diatribe, controversie e prepotenze su episodi di espropri di Sinagoghe ed espoliazioni di terreni ai danni di quella di Palermo.
Nel IX Secolo, con la conquista araba dell’isola, iniziata con i primi sbarchi di Saraceni a Mazzara del Vallo nel’827 e.v. ed andata avanti per più di settant’anni mietendo migliaia di morti, la Sicilia visse i successivi due secoli con diverso splendore. Il grande latifondo, fino ad allora in vita, venne espropriato e suddiviso in piccoli appezzamenti di terra, dati in dono per lo più ai soldati saraceni vittoriosi, ma anche a tutti coloro che decidevano di convertirsi all’Islam.
Durante tale periodo la Sicilia assorbì oltre alla lingua, molti degli usi e dei costumi arabi, così come testimoniano ancora oggi gli infiniti vocaboli e gli idiomi presenti nei suoi vari dialetti come ad esempio la parola “tamarro” ad indicare una persona rozza e ignorante, come probabilmente dovevano essere i raccoglitori di datteri dell’epoca, (dattero in arabo tamar). Oppure la parola “arrusu” per indicare un uomo effemminato, (arusa, sposa in arabo). Oltre a questo, quasi tutti i nomi che identificano attrezzi agricoli o, quanto in agricoltura riguarda l’acqua, sononomi di derivazione araba.
Così come pure molti nomi di paesi o località sicule, hanno mantenuto, pur modificati, la loro origine araba, come ad esempio Mongibello, l’arcaico nome dell’Etna, composto da due parole, entrambe con eguale significato di monte, una latina “mons” e l’altra araba “giabal” e ancora la caratteristica colata lavica, la “sciara (strada) del fuoco” a Stromboli, e poi Marzamemi binomio arabo composto da marsa (porto) e mimi (piccolo) per indicare appunto un piccolo porto, proprio come oggi è arrivato a noi.
Contaminazioni che non hanno risparmiato nemmeno l’aspetto culinario, regalandoci i tipici dolci che oggi ben conosciamo, preparati come allora, con mandorle, pistacchi, marzapane, ricotta, miele e profumati ai fiori d’arancio, tutti prodotti di provenienza araba. E come non citare il famoso “cus cus”, pietanza che ancora oggi mantiene il primato del piatto più tipico del trapanese.
Gli Arabi fecero ogni sforzo, per unire culturalmente la Sicilia all’Africa del Nord, rendendole simili, non solo dal punto di vista culturale, ma anche da quello paesaggistico.
Mossi da tale scopo, nuovi tipi di colture e piante, per lo più sconosciute sul territorio, furono importate e trapiantate sull’isola, tra queste la pianta del cotone, della canna da zucchero, del gelsomino, del pistacchio (frastucara in siciliano, frastuch in arabo) così come gli agrumi, arance e limoni, divenuti immagini simbolo della Trinacria. E ancora, gli alberi del gelso, la palma, il carrubo, gli oleandri e, via via, anche nuovi ortaggi mai visti prima, come la melanzana (betinjian), elemento divenuto indispensabile in cucina per i Siciliani di oggi, ma anche per gli Ebrei di allora, i quali ne preparavano la loro “caponata alla giudia”, come ancora viene citato questo piatto sugli attuali libri di cucina.
Quello però che ancora di più rappresenta la bicentenaria presenza araba sull’isola, è soprattutto quanto rimane dell’architettura in stile moresco. Le sue tipiche costruzioni basse dalle cupole a semisfera, disseminate un po’ ovunque, richiamano a paesaggi africani, contrapposte ai sontuosi palazzi moreschi di cui Palermo è ricca, uno per tutti, quello meraviglioso della Zisa, dall’arabo Aziza (la splendida), arrivato a noi assieme alle vecchie tracce di una nuova urbanizzazione voluta da questi “invasori” col fine di rendere più dinamica la città eletta a loro capitale.

In questi due secoli di dominazione gli Arabi, seppur inizialmente considerassero gli Ebrei alla stregua di schiavi sui quali era lecito da parte loro qualsiasi abuso e sopruso, via via col passare degli anni, per motivi puramente economici, iniziarono ad instaurare con loro rapporti sufficientemente sopportabili.
Agli Ebrei infatti, come pure ai Cristiani, venne concesso di poter professare liberamente la propria Fede e di costruire Sinagoghe e Chiese, anche se questa concessione non prescindeva dal pagamento di onerose gabelle.
Considerati dhimmi, cioè “protetti”, gli Ebrei erano ritenuti una sorta di risorsa tributaria ed economica, situazione che li obbligava a pagare una tassa pecuniaria aggiuntiva, la gesìa. Questa loro condizione sarà poi, come vedremo nei secoli seguenti, costantemente mantenuta anche dai successivi dominatori, per i quali non c’era alcun motivo di rinunciare a queste provvide, ma inique entrate fiscali.
Allo scopo di dare ulteriore impulso all’economia dell’isola, agli Ebrei, riuniti nelle loro Comunità dette Aliama, fu lasciata la possibilità di svolgere attività divenute col tempo a loro peculiari, soprattutto quelle di tintori, conciatori, fabbri, artigiani, commercianti e armatori. Col tempo gli Arabi, richiamarono sull’isola un gran numero di Ebrei facendoli affluire dal Magreb, col preciso intento di far crescere ed incrementare altre opportunità produttive e tracciando così nuove vie di scambi commerciali nel bacino del Mediterraneo.
D’altronde gli Ebrei, avvezzi a convivere con gli Arabi, come lo erano già in Spagna e nel Nord Africa, avevano con questi, oltre che alla lingua, molteplici affinità come la comune conoscenza degli studi scientifici di medicina, astronomia e matematica e soprattutto delle materie teologiche e filosofiche.
Ciò che in oltre rendeva culturalmente simili le due etnie, era l’uso corrente della scrittura, motivo non sottovalutabile, che di fatto le poneva entrambe in una posizione più elevata rispetto al resto della popolazione, per lo più retrograda ed analfabeta. Tali punti di contatto portarono gli Ebrei ad aggiungere la lingua araba al dialetto greco-siculo allora in uso nel parlato, motivo questo che ha indotto recentemente lo scrittore Henri Bresc, ad intitolare un suo interessantissimo libro sull’argomento: “Arabi per lingua, Ebrei per religione”.
L’arabo dunque diventa la lingua parlata tra gli Ebrei siculi indispensabile ed essenziale per intraprendere traffici marittimi e accordi commerciali con la vicina Africa e con l’Asia minore, traffici che non potevano non veder coinvolte anche le altrettanto dinamiche comunità ebraiche della Turchia, Egitto, Malta, Tunisia, Tripolitania e Marocco, per le quali, la buona conoscenza dell’ebraico diveniva un ulteriore motivo di facilitazione nei rapporti.

Le fonti storiche al riguardo si basano sullo studio di una gran parte degli oltre trecentomila documenti manoscritti spesso autografi, celati per più di otto secoli nella Ghenizà del Cairo e rivenuti alla luce, solo per un puro caso, alla fine del XIX secolo durante la ristrutturazione dell’antica Sinagoga di Ben Ezra a Fustat (il Cairo vecchio), dove Maimomide aveva scritto e insegnato.
Un immenso patrimonio storico, databile tra l’XI e l’XIII secolo, composto da migliaia e migliaia di pergamene, papiri, fogli di carta manoscritti con annotazioni e cifre, venne giù da quell’intercapedine del muro abbattuto, per venire poi purtroppo salvato solo in parte. Molto di quel materiale andò infatti perduto, preda dello sciacallaggio da parte di improvvisati archeologi, antiquari e mercanti senza scrupoli, così numerosi e attivi al Cairo fin dalla fine dell’800, attratti come mosche sul miele, dalle numerose e continue scoperte archeologiche provenienti dagli scavi delle tombe dei Faraoni. Nonostante tutto però, una grossa parte di quel materiale fu salvata dall’impegno accademico di Sholomon Shechter, tra i fondatori dell’Università di Gerusalemme, il quale ne iniziò la elaborazione e la catalogazione, continuata poi dai suoi allievi dopo la sua morte.
Tra quel materiale, quasi tutto scritto in ebraico ma anche in arabo e suddiviso dallo Shechter per argomenti, vennero alla luce scambi epistolari di lettere personali, Ketubot (contratti matrimoniali), poemi e madrigali o, semplicemente, contratti commerciali, ricevute di pagamento, accordi societari, compravendite, lettere di vettura e di presentazione corredate da credenziali e ancora più spesso, vecchie pergamene di testi liturgici ebraici usurati dal tempo, materiale spesso lacerato e logoro che, avendo già svolto la missione per la quale era stato scritto nella lingua sacra e non potendo più essere usato, doveva essere necessariamente destinato all’oblio in un luogo inaccessibile, ma mai distrutto. Tra questa tipologia di reperti fu ritrovato persino un prezioso manoscritto autografo bilingue, ebraico-arabo, scritto di pugno da Abraham figlio di Maimonide.
La più importante delle scoperte venute alla luce dalla Ghenizà del Cairo riguarda la documentazione cartacea della fiorente attività mercantile svolta dagli Ebrei siciliani nel periodo tra il X ed il XII secolo che li vedeva spesso uniti in società marittime con Arabi e Cristiani. Fatto questo che è bastato a far riscrivere la storia mercantile e commerciale del Mediterraneo di quell’epoca.

Grazie a tale prezioso materiale oggi sappiamo quanto esteso e vivace fosse il rapporto tra le varie comunità ebraiche in quell’area alla fine e dopo l’inizio del primo millennio e quanto per questo, fosse divenuto essenziale il ruolo della Sicilia grazie al continuo prosperare e la continua nascita in quei due secoli di numerosissime imprese manufatturiere e di altrettante piccole comunità ebraiche che tali imprese gestivano. Cartiere, filature e tessiture della seta e del cotone, concia delle pelli, tintorie, fonderie siderurgiche, il commercio delle stoffe, del grano e del formaggio (rigorosamente kosher) ed il trasporto di queste e di altre mercanzie, furono solo alcune delle attività di appannaggio quasi esclusivo degli Ebrei siciliani i quali, nei secoli seguenti, ne acquisirono naturalmente il monopolio divenendo di fatto i più ricercati produttori, trasformatori ed esportatori di manufatti e di prodotti agricoli.
La Sicilia, posta in maniera strategica al centro del Mediterraneo, divenne di fatto uno snodo nevralgico per lo scambio di mercanzie di ogni tipo che dall’isola, riprendevano poi la strada per il resto d’Italia e d’Europa.
Insomma, quanto vediamo oggi della Sicilia, lo si deve in buona parte ai due secoli di questa dominazione illuminata ed al suo intelligente sfruttamento del quale gli Ebrei furono una parte essenziale.

Dopo una maldestra operazione militare da parte dell’Imperatore di Bisanzio (Michele IV) per la riconquista dell’isola nel 1040, approfittando della situazione, i Normanni di Roberto il Guiscardo e suo fratello Ruggero degli Altavilla, nel 1061 iniziarono, partendo da Messina, una lenta riconquista della Sicilia strappandola definitivamente agli Arabi solo trent’anni dopo, nel 1091.
Dal loro arrivo i nuovi conquistatori iniziarono da subito a perseguire una politica di tolleranza verso tutte le minoranze alle quali, senza distinzioni alcune, vennero accordati pieni diritti civili e maggiori vantaggi giuridici, politica che favorì in special modo gli Ebrei, premiati per la loro operosità in molte delle attività produttive del paese. È in questo periodo infatti che la densità ebraica sul territorio siciliano raggiunge il suo apice.
Con l’investitura di Federico II, figlio di Costanza d’Altavilla, divenuto Imperatore di Sicilia per linea diretta e la conseguente fuoriuscita dei Mori dalla scena politica siciliana, gli Ebrei già rappresentavano più del cinque per cento della popolazione insulare (nella sola Palermo erano più di 8.000 ) e poco cambiò della loro situazione, se non il fatto che i loro tributi ora venivano versati direttamente nelle casse dell’Imperatore, in quanto questi considerava gli Ebrei una sorta di proprietà privata e protetta del fisco imperiale: “servi camerae nostrae” o “servi camerae regiae”, situazione che, tutto sommato, tornava utile ad entrambi.
Gli Ebrei continuavano quindi a venir considerati dall’Imperatore, così come lo erano stati per gli Arabi prima di lui, un patrimonio economico esclusivo.
Nonostante tutto, scuole e centri di studio e di culto ebraici sorsero nel frattempo quasi ovunque in Sicilia, in Calabria ed in Puglia, grazie alla lungimirante gestione economico-sociale e la curiosità scientifica di questo brillante e “moderno” imperatore. Durante poco più di cinquant’anni, tanto durò il regno di Federico II, l’imperatore trasferì la propria residenza sull’isola, curandone ogni aspetto, sia culturale che economico.
La necessità di dover velocemente compensare la fuoruscita dei numerosi lavoratori e contadini arabi saraceni che con il suo arrivo erano stati espulsi o, spontaneamente avevano abbandonato l’isola, portarono Federico II a favorire l’immigrazione di altra popolazione ebraica, ritenuta politicamente tranquilla e “neutrale”, richiamandola dal “Garbum”. Era questo un territorio non meglio identificato che, con buona probabilità si può far coincidere con una zona dell’Africa nord-occidentale, probabilmente l’odierno Marocco. Questi nuovi arrivati andarono a rimpiazzare la manodopera precedentemente fornita dagli arabi, soprattutto nella coltivazione della canna da zucchero, della palma da dattero, dell’indago e dell’hennè, prodotti che fino ad allora erano stati di appannaggio produttivo esclusivo dei lavoratori arabi ed ora passavano a quella degli Ebrei.

La popolazione ebraica autoctona, come spesso è accaduto nella Storia giudaica, mal sopportò l’arrivo di questi nuovi immigrati, seppur professassero la stessa Fede e quindi, al fine di evitare problematiche frizioni, l’Imperatore concesse a questi ultimi arrivati di insediarsi nelle adiacenze della città di Palermo e più precisamente nel quartiere del Cassaro, dove per la diversità di riti e liturgie gli Ebrei del Garbo impiantarono la loro Sinagoga. La densità e la promiscuità che si stava profilando sull’Isola tra i vari abitanti delle diverse fedi, portò, come già detto, l’Imperatore a mettere in atto un malaugurato editto, costringendo gli Ebrei, pena sanzioni pecuniarie o corporali, a distinguersi dagli altri applicando sulle proprie vesti la lettera greca Tau di panno arancione. In seguito anche le botteghe e soprattutto i macelli gestiti da Ebrei, dovevano esporre questo simbolo distintivo.
Intanto, la vecchia economia del baratto, fino ad allora attiva, iniziò a cedere il campo a quella dello scambio di beni attraverso le monete oppure attraverso l’oro e l’argento. Questo nuovo fenomeno favorì la nascita di un nuovo commercio tra gli Ebrei, quello del danaro. In una economia così fiorente come quella che si stava delineando, non potevano mancare personaggi che la finanziassero attraverso il prestito. Grandi e piccoli prestatori nacquero dunque anche in Sicilia, i quali applicavano interessi sul prestito regolati dalla gravità del rischio, ma che anche dal mercato dell’offerta e che comunque oscillavano attorno al 10-15%.
Su pressione della Chiesa di Roma, che già interferiva nei rapporti con gli Ebrei, ulteriormente peggiorati dopo il Concilio lateranense del 1215, anche la questione dei tassi di usura applicati sui prestiti fu presa nella dovuta considerazione dall’Imperatore, indotto per tanto a regolamentarli stabilendo che i tassi su pegno non dovessero superare il 10%.
La Chiesa, con l’Editto di Messina del 1221 e prima ancora col già citato concilio del 1215, rafforza le sue disposizioni restrittive nei confronti dei Giudei, avallate anche da Federico II che conferma la sua politica, quantomeno ambigua su tale questione, concedendo in perpetuo alla Chiesa di Palermo i proventi derivanti dalle gabelle imposte ai Giudei per la loro attività di tintori (1220). Inizia così di fatto una sordida, lenta ed inarrestabile emarginazione degli Ebrei siculi, individuabili ora anche per l’aspetto esteriore, a causa della costrizione per gli uomini di far crescere la barba e ad indossare, come già detto, abiti contrassegnati da una lettera “Tau” arancione, divenuta in seguito, con Federico III d’Aragona, una rotella rossa, segno distintivo di disprezzo e di separazione. Un segno che creerà rancore tra i Giudei nei confronti dei Cristiani e ricorderà invece a questi ultimi di avere a che fare con gli odiosi nemici del loro Cristo che per questo andava vendicato.
I rapporti di Federico II con gli Ebrei non si limitarono però al solo interesse economico, ma suscitarono nel monarca anche la passione per lo studio e la conoscenza della medicina, delle scienze e delle filosofie ebraiche, arabe e greche. Per altro, gli Ebrei venivano considerati tra i più stimati e affidabili medici e cerusici dell’epoca, come testimoniano le numerose scuole di medicina sorte nelle loro Giudecche, soprattutto a Messina e a Palermo, dove l’attività medica superava di gran lunga quella del commercio. Persino ad una donna ebrea catanese di nome Virdimura, vista la sua valenza scientifica, fu concesso dalle autorità competenti di poter praticare l’arte medica e chirurgica, dopo essere stata sottoposta ad un accurato e severo esame da parte dei fisici della Corte reale.
I contatti di Federico II con studiosi ebrei, in gran parte spagnoli di Toledo, ma anche siciliani, sono in quegli anni assai intensi, prova ne sono i costanti rapporti che l’Imperatore ebbe con il Rabbino castigliano Giuda ibn Malka, meglio conosciuto col nome di Judah ha-Coen o in Sicilia, con Ibn Tibbon, noto per aver svolto un importante lavoro di traduzione dei testi ebraici e dei classici come “L’Almagesto” di Tolomeo, oltre ad alcune opere di Averroè. Non meno importante fu l’influenza del medico scienziato ebreo Jakob Anatoli, arrivato dalla Francia, prima a Napoli e poi in Sicilia alla corte di Federico II, il quale esercitò e si adoperò per la diffusione, dopo Maimonide, della cultura filosofica tra gli Ebrei.
Della magnanimità, seppur interessata, di Federico II verso i suoi ebrei, abbiamo una preziosa testimonianza attraverso i diari di viaggio dell’ebreo spagnolo Beniamin da Tudela, il quale, attorno al 1165, documentò positivamente la situazione delle varie Comunità israelite del sud italiano.
È anche utile qui ricordare che è proprio di quegli anni la circolazione in Sicilia ed in Calabria, del libro di Maimonide “La Guida dei Perplessi” e che, negli anni successivi prenderà forma la traduzione dall’arabo di alcuni testi di medicina da parte dell’ebreo Farj di Girgenti. Incarico commissionatogli dal francese Carlo I d’Angiò, divenuto re di Napoli e di Sicilia nel 1265 con l’aiuto del Papa Urbano IV e successivamente con il sostegno del Papa francese Martino IV, il quale influenzerà non poco gli eventi che metteranno poi definitivamente fine alla illuminata epoca federiciana.

Con la dominazione degli Angioini, stretti alleati della Chiesa, si arriverà ad un’ulteriore e disastrosa stretta riguardo alle discriminazioni verso gli Ebrei del meridione, facilitata dal continuo arrivo in quelle terre di emissari e di frati predicatori, fortemente determinati a convertirli a forza.
Il Venerdì Santo diventerà, per lo zelo di questi monaci, una data terrificante per tutti gli Ebrei del sud in quanto, grazie alle processioni, le prediche in Chiesa e le allegoriche rappresentazioni della Passione di Gesù, riprendeva vita l’infame accusa di deicidio che, anno dopo anno, secolo dopo secolo, faceva montare l’acredine ed il rancore tra i fedeli, arrivando, sempre più spesso, a scatenare sommosse e tumulti antigiudaici quasi sempre con un epilogo cruento.

Con i Vespri Siciliani, termina nel 1282 il dominio degli Angioni in Sicilia, che passa così di fatto agli Aragonesi di Spagna. Poco cambia per gli Ebrei, se non il fatto che ora la Sicilia ed il sud d’Italia sono divenuti un regno a sé stante, separato da quello di Napoli, rimasto invece ai Francesi. La loro condizione di servitori delle “camerae regis” continua a rendere il loro lavoro prezioso e redditizio anche per la Casa reale di Federico III d’Aragona e per i suoi successori, i quali manterranno ferme quasi tutte le norme che li tutelavano ed in alcuni casi le miglioreranno, mettendoli spesso al riparo da angherie e soprusi da parte del volgo, per la regia dei signori della Chiesa e della nuova montante borghesia siciliana. Non a caso, Pietro II d’Aragona nel 1339, emana un categorico ordine che proibisce di molestare gli Ebrei e all’Arcivescovo di Palermo di interferire nelle cause civili che li vedevano coinvolti e di non importunarli più con arbitrarie vessazioni, che sempre più spesso comprendevano battesimi forzati.
Nei centocinquanta anni che seguiranno, inizierà per gli Ebrei siciliani un periodo di alterne vicende, che li vedrà acquisire nuovi vantaggi sociali, con un’estrema tolleranza da un lato ed un aumento incontrollato di sentimenti di invidia e di pregiudizio antigiudaico dall’altro.
Re Martino il Giovane e poi suo padre Martino il Vecchio, (1401-1410) furono senz’altro tra i reali più disponibili e tolleranti verso gli Ebrei dai quali, per il vero, ricevettero ingenti somme in prestito al fine di armare un esercito e muovere guerra alla Sardegna. Concessero loro per questo di poter nuovamente possedere schiavi, regolarizzandone la liberazione se questi avessero voluto abbracciare la fede cristiana. Macelli ad uso esclusivo degli Ebrei vennero autorizzati qualche anno più tardi, così come pure è di questo periodo la comparsa della figura del Dienchelele (Dayan Kalil), un giudice supremo ebreo che avrà libera giurisdizione su ogni diatriba civile e religiosa riguardanti dispute tra confratelli.
Già nel XIII secolo, le Comunità ebraiche le così denominate “Universitas Judeorum”, si erano organizzate e strutturate per le proprie gestioni interne, eleggendo annualmente dodici magistrati detti Proti, scelti da dodici savi anziani Judichi e, selezionati in base al censo, in tre gruppi di quattro individui: quattro “prothi de statu majori”, quattro tra i “mediocri” e infine altri quattro “de statu minori”. Ciascun gruppo, con ritmo trimestrale, si succedeva al governo delle proprie Giudecche garantendo, senza possibilità di prevaricazioni, giustizia e democrazia. A capo di ciascun gruppo c’era di volta in volta un Prothu capitanu. Un organismo comunitario ben strutturato e che non tralasciava di prendersi cura dei propri appartenenti per mezzo di ospedali, scuole, Sinagoghe e confraternite dei così detti lemosinieri per l’assistenza dei poveri e degli anziani.

Si apre in Sicilia, così come già in Spagna, un periodo di profonda crisi economica. Quelli tra il XIV ed il XV secolo sono di conseguenza decenni terribili anche per gli Ebrei siculi, anni in cui ha inizio il loro indiscriminato isolamento motivato dal solito pregiudizio ed al sospetto di essere loro la vera causa della crisi. La leva rimane comunque l’odiosa intolleranza religiosa.
Devastanti sommosse anti-giudaiche infiammano tutta la Sicilia da est a ovest, provocando danni incalcolabili e migliaia di morti. Ne forniamo un elenco in ordine incompleto: a San Giuliano (Erice) nel 1278 la popolazione ebraica venne decimata. Lo stesso avvenne a Siracusa nel 1278 e poi a Palermo nel 1339. A Messina, nel 1347 una falsa accusa per l’omicidio di un fanciullo cristiano ebbe come epilogo diverse teste di ebrei mozzate, esposte poi per giorni al pubblico ludibrio. Nel 1413 si ebbe l’espulsione degli Ebrei dal paese di Vizzini ed ancora un’altra strage a Taormina e ad Agrigento nel 1462.
Il fanatismo religioso, che in questo periodo storico diventa sempre più forte non solo in Sicilia, ma anche nel resto dell’Europa del ‘400, vede sull’isola le sommosse e le stragi più cruente. La posizione economica certamente invidiabile raggiunta dagli Ebrei siciliani susciterà la rabbia e la bramosia della nuova borghesia cattolica siciliana. Approfittando della situazione infatti, i vassalli delle baronie e dei contadi siculi, con la complicità del clero e dei loro emissari, alimentano l’odio antigiudaico nel popolino ignorante allo scopo di poterlo manovrare. Questa diabolica alleanza sarà più volte la causa dello scorrimento di sangue ebraico per le strade e le calli delle giudecche di Sciacca, Mineo, Palermo, Trapani, Messina, Caltagirone e Castiglione e anche altrove. Ultime nell’ordine, ma prime per l’efferatezza e per il triste primato del numero dei morti assassinati, saranno Modica e Noto.

Quella di Modica veniva considerata allora la più florida ed estesa contea della Sicilia feudataria e la sua comunità ebraica, composta soprattutto da mercanti di grano, tra le più ricche e tranquille.
Il 15 Agosto del 1474, nella barocca Chiesa di Santa Maria di Betlemme a Modica, durante la festa dell’Assunta, l’omelia dello zelante frate Giovanni da Pistoia che ufficiava messa, fu particolarmente odiosa nei confronti dei “perfidi Giudei”, testardi e rei di deicidio. Le dure parole del frate, ascoltate obbligatoriamente, per decreto regio e papale, anche da un gruppo di Israeliti costretti a questo cinico rituale, esasperarono ed infiammarono la plebaglia, che inizia su quei pochi malcapitati un vero e proprio linciaggio. L’eco dell’avvenimento raggiuse in brevissimo tempo anche un’altra parte della popolazione modicana che si avventò senza pietà sulle case degli Ebrei asserragliati nel loro quartiere conosciuto come il Cartellone, al grido di “Viva Maria, a morte i Giudei!”, dandole alle fiamme e costringendo così quei malcapitati ad uscire sulla strada. Una volta allo scoperto, quell’orda di assassini si avventò a ferri nudi e con disumana violenza contro quella gente inerme ed innocente.
Dalle cronache, a detta di testimoni oculari, sappiamo che quella carneficina andò avanti per almeno tre giorni e che il sangue di quelle sventurate vittime scorreva a grossi rivoli lungo i vicoli stretti e scoscesi di Modica. A fine mattanza si contarono 360 morti ma, da altre fonti, sappiamo che questi fossero stati addirittura 600. Pochi giorni dopo fatti analoghi accaddero anche a Noto, Augusta e Sciacca, provocando ancora centinaia di sventurate vittime.
Il Vicerè Lope Himénez de Urrea, avvisato dell’eccidio lasciò in fretta Palermo per verificare di persona quanto era accaduto a Modica e prendere provvedimenti al fine di perseguire i colpevoli. Un processo per direttissima, portò infatti sul banco degli imputati un pugno di uomini, presto però rilasciati grazie ad un indulto.
La città di Modica fu invece condannata a risarcire con 7.000 fiorini d’oro, non tanto la Comunità ebraica che aveva subito la strage e i danni materiali conseguenti, ma la Corona stessa in quanto, si diceva nella sentenza, questa era stata privata, per colpa del massacro, di un considerevole numero di Ebrei, motivo questo di un futuro e certo mancato reddito per l’erario.
Le pire dell’Inquisizione fecero infatti il loro turpe lavoro a Palermo, bruciando sul rogo alcuni Ebrei, rei di aver diffuso testi ebraici contrari al Cristianesimo. A Sciacca fu messo a morte un Rabbino, ritenuto colpevole di aver scagliato una pietra contro un crocifisso.
L’aria in Sicilia divenuta sempre più irrespirabile a causa dell’odio e dell’intolleranza vede oramai gli Ebrei da una parte e i Cattolici dall’altra, separati da un muro invisibile.
Oltretutto, la diffidenza ed il reciproco sospetto vanno compromettendo le varie attività economiche che di fatto aggravano una situazione generale già compromessa, trascinandola come una spirale verso l’abisso.
Vista l’aria, un gran numero di Ebrei, allarmati dalla eco dei fatti di sangue scoppiati un po’ ovunque sull’isola, provarono a mettersi in salvo con la fuga, ma i loro tentativi verranno subito stroncati sul nascere. Le giudecche vengono di conseguenza presidiate, così come pure i porti ed i fuggiaschi arrestati e puniti con la confisca dei loro beni.
Questa drammatica situazione ebbe come immaginabile conseguenza un elevatissimo numero di conversioni, più che altro di comodo, cresciute in maniera esponenziale proprio a ridosso dell’Editto di Granada del 1492, dopo il quale si assisterà alla fine definitiva del Giudaismo siciliano durato ininterrottamente per quindici secoli.
Molte furono le suppliche e le interpellanze da parte della nobiltà siciliana nei confronti dei reali di Spagna per indurli a ritornare sulle proprie decisioni, preoccupati dal fatto che da molti degli Ebrei siciliani dipendeva la gestione patrimoniale, notarile, di prestatori, ma anche strettamente produttiva e commerciale dei loro enormi latifondi.
Tutto fu inutile, se non a ritardare di qualche mese la loro espulsione che avverrà, senza ulteriori proroghe nel Gennaio del 1493.

Oggi, a memoria e a testimonianza di un passato troppo presto dimenticato, fa bella mostra di sé nella navata di destra del Tempio Maggiore di Roma, un Aron di marmo policromo di bellissima fattura, appartenuto appunto alla Scola Siciliana, poi trasferito nell’attuale grande Sinagoga dopo la sua costruzione nel 1901.
Non è per niente azzardato quindi immaginare che la struttura comunitaria dell’odierna Comunità di Roma, abbia potuto risentire nei secoli passati dell’esperienza di quegli stessi elementi organizzativi e giuridici già sperimentati con successo dagli Ebrei siciliani nelle loro Giudecche. Ed è anche piuttosto plausibile pensare che molte delle loro espressioni linguistiche giudaico-arabe e delle loro tradizioni culinarie abbiano potuto sicuramente “contaminare” quelle dialettali e culinarie giudaico-romanesche.
Così forte e radicata fu la presenza ebraica in Sicilia che, dopo il loro forzato abbandono i siciliani coniarono, nel loro tradizionale lessico, un modo di dire per determinare uno spartiacque temporale tra un periodo e un altro: ”…prima di andari li Giudei – avante assai che se ne isseru li Giudei”.
Chi rimase e si convertì al cattolicesimo, non ebbe vita più facile. Le loro vesti ora venivano obbligatoriamente contraddistinte da una croce bianca e azzurra, che continuò ancora per molto tempo a distinguerli e ad attirare su di loro odio e sospetto.
I cosiddetti marrani o conversos, tenuti sotto stretta osservazione per stabilirne la sincera lealtà verso la nuova religione imposta, molto spesso mantenevano segretamente l’osservanza di alcuni riti della tradizione ebraica, accendendo ad esempio i lumi dello Shabbat nascondendoli in un armadio, o astenendosi dal cuocere e mangiare maiale, arrostendo sulle braci in sua vece del formaggio, in quanto l’odore sprigionato da quest’ultimo era verosimilmente uguale alle carni dell’animale proibito.
Questi e tanti altri accorgimenti ed espedienti, rimasero per molti neofiti il segno del loro attaccamento all’ ebraismo al quale inizialmente non erano disposti a rinunciare, malgrado il grave pericolo in cui potevano incorrere.
Di loro infatti si occuperà, sempre più spesso la Santa Inquisizione, inseguendoli e stanandoli con l’aiuto di delatori e spie, o strappando confessioni per mezzo di torture, dopo le quali e dopo processi sommari, venivano in molti casi messi al rogo con l’accusa di apostasia. Migliaia furono i martiri combusti, di cui sono arrivati a noi persino i nomi, i quali patirono questa atroce sorte all’interno del lugubre Palazzo Chiaromonte-Steri a Palermo. Già tetra sede del Sant’Uffizio divenne in seguito il carcere dell’Inquisizione dalle cui mura, per centosessanta anni, è trasudato sangue e disperazione. Sui muri delle celle, mani ignote dei tanti condannati a morte passati da quell’orrore, hanno tracciato graffiti e disegni con frasi di preghiera e di supplica, ma anche blasfeme e di rabbia, incise in varie lingue e dialetti con l’intento di lasciare ai posteri i loro messaggi di disperazione. Messaggi e scritte occultati poi per due secoli sotto una mano ipocrita di intonaco, passatoci sopra per cancellare le prove di un’infamia. L’ultimo rogo fu probabilmente dedicato a rimuovere la vergogna per ciò che era stato commesso, riducendo in cenere ogni traccia di quelle macchine infernali di morte e di tortura che tantissimo dolore avevano inflitto.
Quei graffiti, molti dei quali visibilmente di carattere ebraico, ritornarono alla luce ad opera di uno studioso palermitano attorno al 1905, tale Giuseppe Pitrè, il quale, a colpi di scalpello, rimosse pazientemente l’intonaco che li aveva occultati per duecento anni, rendendoli nuovamente visibili ed interpretabili. Nonostante l’importanza della scoperta, forse per l’ulteriore imbarazzo di qualcuno, questa fu nuovamente “dimenticata” per altri cento anni. Infine quei graffiti videro definitivamente la luce nel 2005, solo pochi anni fa, grazie allo scrupolo di un muratore intento alla ristrutturazione delle celle del Palazzo, il quale comprendendo immediatamente il valore simbolico di quei graffi sulle pareti, agì di conseguenza allertando le Autorità competenti. Da allora quei drammatici messaggi sono finalmente arrivati a noi, visibili e disponibili a visitatori e studiosi.

La tetra fama dello Steri ed una visita alle carceri, suggestionò a tal punto il noto scrittore siciliano Leonardo Sciascia da indurlo a scrivere un saggio romanzato dal titolo significativo di “Morte dell’Inquisitore”, nel quale ben interpreta l’atmosfera lugubre di quei luoghi, immaginando di ascoltare al loro interno una straziante eco, che descrive con un drammatico “urla senza suono”.
Questa fu dunque per un lunghissimo periodo la sede dell’Inquisizione siciliana a Palermo, periodo forse tra i più bui per la Sicilia, cinico luogo di morte e che valse al palazzo il triste primato di aver ospitato l’ultimo processo del genere, svoltosi in quella città attorno ai primi anni del 1800.

Per fortuna la Storia viene molto spesso riscritta dai posteri e ciò che sembrava dimenticato riaffiora dall’oblio grazie al lavoro scrupoloso e appassionato di studiosi e accademici, uomini leali e di buona volontà che, come nel nostro caso, ne hanno ripreso in mano il bandolo riportando alla luce ciò che sembrava dimenticato per sempre.
Una Storia, quella che abbiamo raccontato, verosimilmente somigliante per molti dei suoi aspetti a tante altre vissute e patite, anche in tempi recenti, dagli Ebrei di molti altri Paesi, storie esaltanti ma allo stesso tempo spesso dolorose, storie di persecuzioni, di morte, di esili, di abbandoni, storie rese simili dal pregiudizio e dall’invidia, dove la bramosia infine ne è stata sempre il rovinoso epilogo.

Fonti bibliografiche:

Andrea Giuseppe Cerra: Gli Ebrei a Catania nel XV Secolo
F. Renda: Gli Ebrei in Sicilia fino all’espulsione 1492
Henri Bresc: Arabi per lingua Ebrei per religione
David Abulafia: Il Mezzogiorno peninsulare, dai bizantini all’espulsione
M.N. Adler: L’itinerario di Benjamin di Tudela
J. Attalì: Dizionario innamorato dell’Ebraismo
S.Simonsohn :Gli Ebrei di Sicilia 383/1300 Leiden 1997
S.D. Goitein: Una Società mediterranea
Adina Hoffman-Peter Cole: Il Cimitero dei Libri
R. Straus- Gli Ebrei di Sicilia dai Normanni a Federico II


5 Commenti:

  1. Sono molto interessata alla storia degli Ebrei in Sicilia ,così non riesco a leggere , c’è un libro che posso comprare o se siete in cerca di un editore io lo sono HARPO EDITORE

    1. Gent.ma Anna Ida Formichi, sono l’autore del saggio che Lei ha voluto cortesemente commentare. Di libri sull’argomento ne esistono molti,anche se la Storia degli Ebrei siciliani è poco conosciuta e ancor meno divulgata. Rimango a disposizione per altre sue osservazioni.
      Cordialmente
      Ariel Arbib

  2. Molto molto molto interessante 👍 sto cercando le mie radici ebraiche. La Rosa, di Fede, Crisafulli, ecc…molti cognomi della mia famiglia sembrano proprio d’origine ebraica.
    Spero di riuscire a trovare il bandolo della matassa…ne sarei orgogliosa 👍
    Grazie
    Rita

  3. Grazie Ariel. Ho sempre saputo che gli ebrei avevano avuto un passato glorioso in Sicilia. Mi hai illuminato con il tipo lavoro di ricerca. L’ho letto tutto di un fiato e in molti punti ho avuto un brivido come se il mio sangue sentisse sua la storia scorrere nelle vene. Andrò in Sicilia con un altro spirito.
    Qualche mio antenato avrà vissuto lì sicuramente. Noi siamo Fadlun di Zliten


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