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Cultura
“Studi l’ebraico, davvero?”. Identikit dello studente di ebraico in Italia

Perché la scelta di studiare questa lingua suscita tanto stupore? Tra esotismi, pregiudizi e amore per il sapere, viaggio tra le aule di ebraico

Iniziamo con qualche frammento di vita vissuta. Nello specifico della mia. Superata la boa dei quarant’anni e dopo un paio di decenni dedicati alla ricerca e all’insegnamento, potrei quasi compilare un’enciclopedia sulle domande che, nel tempo, mi sono state rivolte su un aspetto quanto mai scabroso della mia esistenza: lo studio dell’ebraico. Di seguito alcuni brevi esempi. Versione ebraica: “Così tu studi l’ebraico. E perché? Non sei ebrea”. Versione cristiano-cattolica della precedente: “Studi l’ebraico, davvero? Non sapevo che fossi ebrea”. Versione cristiano-cattolica e, talvolta, anche ebraica: “Sul serio studi l’ebraico? Ma vuoi mica convertirti?”. Quest’ultimo interrogativo ha conosciuto anche una divertente esasperazione, sempre in ambito cristiano-cattolico: “Veramente, ti sei messa a studiare l’ebraico? Non è che vuoi farti suora?” (sic!) Infine, versione aconfessionale, per lo più irritata: “Ah, studi l’ebraico. Quindi sei una sionista!”.

Esotismi e segreti
Insomma, ce n’è per tutti i gusti. La verità è che per molti, in Italia, la decisione di studiare l’ebraico, soprattutto in assenza di legami personali e/o religiosi con il giudaismo, da sempre desta una certa confusione, se non sconcerto, giacché sembra voler svelare delicati misteri circa l’identità degli individui coinvolti. In altre parole, non si potrebbe intraprendere questo percorso a meno che non ci fosse sotto un qualche scottante segreto nascosto: ad esempio, un avo ebreo sepolto in un passato distante o una scelta definitiva circa la propria vita religiosa. Sono sicura che se invece di dedicarmi all’ebraistica, avessi scelto di percorrere le vie dello swahili o dell’urdu, sarei stata semplicemente giudicata come una tizia dai gusti esotici, magari anche un po’ fricchettona ma, in fin dei conti, un soggetto riconoscibile. Quindi non sospetto. Non solo: come ho potuto dimostrare, questo atteggiamento è ravvisabile tanto presso gli ebrei quanto presso i cristiano-cattolici. Sì, perché se, in linea generale, dai cristiano-cattolici lo studio dell’ebraico è spesso reputato un’attività non necessaria ed estranea al proprio codice di riconoscimento, andando a scavare nella cultura “altra” per antonomasia, agli ebrei spesso sembra bizzarro che una persona esterna alla comunità voglia avvicinarsi al sapere d’Israele. Mi preme sottolineare però che, in generale, dietro quest’ultima posizione non si cela il desiderio di respingere “l’intruso”. Piuttosto si percepisce un’ingenua incredulità, come se non ci fosse una reale coscienza dello straordinario valore delle proprie tradizioni.

Gli studenti
Tuttavia va riconosciuto che dalla soglia degli anni Duemila le cose sono molto cambiate. E per una volta in meglio. A dispetto di tutto, infatti, in Italia l’ebraico si studia, in corsi privati e nelle università. Si tenta di avvicinarsi per lo più all’ebraico biblico, ma non si disdegna nemmeno l’ulpan, i corsi di ebraico moderno basati sul metodo ideato in Israele per i nuovi immigrati. Lo studiano (meno) i giovani e (soprattutto) gli adulti. Tra questi ultimi spesso c’è chi aspetta l’età della pensione, per avere più tempo da dedicare alle proprie passioni, e c’è chi, invece, fa i salti mortali per ritagliarsi il tempo necessario alla frequenza dei corsi e all’approfondimento personale, destreggiandosi tra vita famigliare e impegni lavorativi. In ogni caso, i fattori che hanno determinato questa positiva trasformazione sono diversi, i quali corrispondono agli altrettanti identikit di studenti di ebraico in Italia. Proviamo a vederne alcuni.
In primo luogo, il merito di un nuovo interesse verso lo studio dell’ebraico nel nostro Paese va ascritto ai grandi artefici del dialogo ebraico-cristiano, che ha visto nella città di Milano un centro di prim’ordine. Bastano pochi nomi: Carlo Maria Martini, Giuseppe Laras, Paolo De Benedetti. Senza dimenticare la Libreria Claudiana e il suo Centro Culturale Protestante, dove, non a caso, da sempre convergono quanti sentono il bisogno di aprire le menti e i cuori all’ebraico. (Infatti, a un lettore attento non sfuggirà che i cristiani evangelici e i valdesi non compaiono nel mio campione iniziale di domande bislacche.) I reciproci scambi di amicizia tra il mondo cristiano e le comunità ebraiche hanno fatto sì che un numero sempre più consistente di persone, soprattutto adulti provenienti dall’ambito cattolico, si siano avvicinate allo studio dell’ebraico, per accedere direttamente ai testi sacri e, in questo modo, arricchirsi spiritualmente. Senza dubbio, questo gruppo è il più consistente. Accanto a questi ci sono anche alcuni ebrei, spinti dalla volontà di colmare le proprie lacune a livello linguistico o di intraprendere un percorso di ritorno alla fede. Di norma questi ultimi si presentano in un numero più ridotto dei precedenti, ma non sono meno determinati.
Di recente, però, non è stato soltanto il dialogo ebraico-cristiano a consolidarsi. Il Terzo Millennio, infatti, potrebbe essere definito come l’età in cui il pubblico italiano ha “scoperto” la cultura ebraica, in tutte le sue forme, senza tralasciare quella israeliana. Si pubblicano, infatti, decine di libri ogni anno, si organizzano festival ed eventi che sono tra i più frequentati nel nostro Paese. Pensiamo al contributo offerto al riguardo dai primi spettacoli di Moni Ovadia, ma anche dalle riflessioni di Erri De Luca, dai saggi di Giulio Busi, dai romanzi di Amos Oz, David Grossman, A. B. Yehoshua, Etgar Keret, dai protagonisti della casa editrice Giuntina. È evidente che tutti costoro siano divenuti via via dei punti di riferimento imprescindibili per la cultura ebraica in Italia, se non delle autentiche star culturali, anche se, in seguito, alcuni di loro hanno preso strade differenti. Il fascino esercitato dalla letteratura, dalla storia, dalla musica è servito da traino per i corsi di ebraico, suscitando nelle persone il desiderio di accedere direttamente alla fonte originale, senza bisogno di mediazioni. Un discorso a parte merita la ricerca spirituale, non necessariamente legata a una confessione religiosa. Nel nostro tempo, infatti, l’interesse verso forme differenti di appagamento dello spirito e della mente è cresciuto fino a inglobare anche elementi della cultura ebraica. Perciò molte persone si affidano alle parole di estrema bellezza e profondità dei grandi maestri. Uno su tutti, Haim Baharier, il quale ha saputo creare qualcosa di unico, indicando ai propri studenti ed estimatori come l’apprendimento della lingua ebraica e lo studio dei testi tradizionali, per quanto ardui, possano rappresentare il primo passo di un cammino verso se stessi. Altri, invece, preferiscono rivolgersi alla Qabbalah, in maniera più o meno seria. Non si contano le volte che durante la prima lezione di un corso mi sono sentita dire la frase: “Piacere, mi chiamo Mario Rossi e sono un cabalista”.

Lo studio, un’arma contro l’odio
Se, invece, diamo uno sguardo a quanto succede nelle università, le nostre considerazioni cambiano ulteriormente. Non sono molti gli atenei italiani che vantino al proprio interno corsi di ebraico e spesso, quando ci sono, questi si mantengono a fatica. Mi riferisco in particolare ai corsi di ebraico moderno, giacché quelli dedicati all’ebraico biblico per lo più si avvalgono della frequenza dei classicisti, interessati a completare gli studi del mondo antico includendo anche il Vicino Oriente. Chi, al contrario, si dedica all’attualità per lo più sceglie di studiare altre lingue, ritenute più facilmente spendibili nel mondo del lavoro. Ciò nonostante, posso affermare di aver assistito alla nascita di un singolare fenomeno, vedendo, negli ultimi anni, un numero crescente di studenti arabi frequentare con profitto i corsi universitari dedicati all’ivrit e alla cultura d’Israele. La ragione fondamentale di questo fatto sembrerebbe essere di ordine pratico, rispecchiando la tipica urgenza degli studenti di ottenere il massimo con il minimo sforzo. La conoscenza della lingua araba e delle sue strutture, infatti, agevola non poco chiunque voglia cimentarsi anche con l’ebraico. Tuttavia, limitarci a una simile analisi sarebbe riduttivo. La maggior parte di questi studenti è mossa da un sincero interesse verso Israele, desidera studiare e capire la lingua, la storia, il conflitto, aspirando a una prospettiva differente da quello che spesso è proposto fuori dall’università. Ricordo, ad esempio, uno studente di origini egiziane il quale mi confessò di frequentare il corso di lingua ebraica senza poterlo rivelare ai propri genitori perché sicuramente ne sarebbero stati furibondi. Dal loro punto di vista, gli ebrei e Israele erano il nemico. Lui però non voleva arrendersi all’odio gratuito né alle analisi preconfezionate della realtà. Esiste una motivazione allo studio più potente di questa?

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


7 Commenti:

  1. La sciagurata guerra mossa dalla riforma universitaria ai lettori di madrelingua (ebraica e tante altre…all’epoca 125 persone, pagate pochissimo…), mossa con apparenti motivazioni di risparmio economico ma in realtà, credo, per tutt’altre motivazioni…ha impoverito, con lo studio dell’ebraico nelle università pubbliche, un immenso patrimonio di pluralismo linguistico e di esperienze quotidiane di educazione formale e non… A distanza di anni, credo di non capire ancora bene il.perchè…

    1. Sara Ferrari: Purtroppo non posso che confermare le sue parole. Il trattamento riservato ai lettori è stato davvero ignobile. Aggiungo inoltre che nelle università italiane lo studio di lingue considerate “di nicchia” è spesso complicato dall’instabilità delle cattedre e da una gestione poco lungimirante delle carriere dei docenti. Si sopravvive, niente di più.

  2. Cara Sara Ferrari, ciò che scrivi è באמת ed è musica per le mie orecchie. Mi conservo questo tuo scritto perché devo farlo leggere a chi mi chiede “ma cosa ci trovi nell’Ebraico?” (e bada bene lo studio da sola, come posso e quando posso). Di norma ho risposto “Amore”. Si può essere innamorati di una lingua? Di un accento (riconosco un Israeliano appena pronuncia la “ר” resh….e mi commuovo come respirassi l’aria di casa)?
    Si può perchè per me è così.
    תודה רבה 🥰👍🏻😃

    1. Sara Ferrari: Certamente, si può essere innamorati di una lingua. Io stessa provengo da studi classici ma solo nel momento in cui ho incontrato l’ebraico e la sua letteratura ho potuto dire di aver trovato la mia “casa” spirituale. Se non l’hai già fatto, leggi il libro della mia amica e collega Anna Linda Callow, “La lingua che visse due volte”. Anche lì si parla di amore.

  3. Cara Sara. Ho affrontato lo studio di ivrit da sola, con l’aiuto di alcuni amici israeliani. Le stesse identiche reazioni e domande ma, tra altre lingue straniere che conosco, una in più mi arricchisce di più, chi non lo capisce è un povero! Quello che mi manca terribilmente è la mancanza di conversazione. Purtroppo, in Sardegna non trovo nessuno…

  4. Ho iniziato a studiarlo dopo avere sentito in radio alla trasmissione uomini e profeti un’intervista al professor Baharier è stato fulminante ha commentato un passo biblico come non avevo mai sentito grazie!


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