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Cultura
Sul sogno, in attesa della 20esima giornata europea della cultura ebraica

La dimensione onirica come desiderio, progetto e condizione del presente

Chi ci parlerà del sogno, in occasione della XX giornata europea della cultura ebraica (sarà il prossimo 15 settembre) come racconterà di questa dimensione? E noi cosa proveremo? È importate sottolineare questa condizione, perché se non proveremo niente vorrà dire che quel racconto del sogno, sarà stato “parole”. Un sogno narrato (comunicato con: parole, segni, gesti, suoni, visioni ,…) è efficace allorché genera “ansia di futuro”, “nostalgia di futuro”. Diversamente è sterile.

Ci sono molte partite che si aprono quando il sogno fa la sua apparizione in scena e non si limita a raccontare, ma genera “nostalgia di futuro”. Provo ad elencarne alcune.
Il sogno è di massima considerato un segno sacrale profetico. Riguarda la premonizione di una scena, l’annuncio di qualcosa. Di solito in antichità è pensato come proiezione di futuro. Ha il carattere di premonizione, più che di ritorno ricorrente o di irrisolto “dal” e “nel” passato.
In questo si costruisce lo statuto del sogno: da una parte una visione carica di «segni» del volere divino attribuendo a personalità carismatiche (Giuseppe Gedeone, Samuele, i profeti, ..) il ruolo di suoi portavoce o interpreti; d’altro lato esprime diffidenza e reticenza verso i sogni «falsi» attribuiti ai profeti [D’varim, cap. 13).
Mi chiedo: il sogno di Giacobbe sta in questa dimensione? Oppure: la dimensione onirica e di sogni come “evasione” e “controstoria” proposti nella pittura di Chagall, sta in questa classificazione?
E che cosa sogna o quale sogno trasmette la dimensione interiore della musica klezmer o delle melodie del canto che evocano sempre il luogo di prima?
Il sogno può talora configurarsi come presagio, come prefigurazione di un evento che accadrà o dare forma e configurazione a una vita e a una biografia. I sogni nel Tanach sono questo o testimoniano di questo percorso.

Sogno, desiderio
Ma il sogno non è solo mistero, qualche volta è anche desiderio, è narrazione di un mondo in opposizione al presente.
In questo senso il sogno si avvicina all’esperienza dell’immaginario utopico. Il sogno come progetto, cessa di essere premonizione, o “spia occulta” che va interpretata, e diventa visione. È il tema del sionismo come sogno e del progetto politico come visione di futuro. Una visione che non si accontenta del presente. O meglio che vive il presente come approssimazione per difetto a un progetto.
In questo caso il sogno riguarda la volontà. Questo passaggio coinvolge l’area dell’irrazionale? In ogni caso il sogno si trasforma in “desiderio”, dove il passaggio è quello proprio di come si veicola il desiderio di cambiamento che può darsi come visione di futuro (età mitiche; messia; millennio, …) oppure in relazione allo stato presente (passato/presente; antico/moderno; escatologia).
In questo caso il tema della visione esprime uno dei livelli attraverso i quali ogni cultura esprime una percezione, una sensibilità particolare dei sensi, e le sue forme di disagio e di malessere rispetto al tempo presente producono immaginazione sociale. Il sogno allora diventa futuro. Meglio, “parla al futuro”.
Anche qui, in questo tempo che spesso sembra aver ucciso il sogno. Il sogno, infatti, è una sfida non di futuro, ma al presente. Soprattutto oggi, ora, qui.

Futuro, presente
Il futuro è quello che si sceglie oggi, consapevolmente. Il tema, allora, non è il sogno, ma il futuro che vogliamo. Il futuro che non possiamo aspettare, ma che abbiamo l’obbligo, l’onore e l’onere di scegliere oggi. In quel caso scegliere futuro non implica solo dare forma al sogno, ma assumere il sogno di futuro come condizione di presente. La sfida della sostenibilità non è che questo: riscrivere il presente scegliendo di adottare futuro.
Anche per questo è bene provare a pensare futuro collettivamente, perché il nostro tempo, invece, sembra, al contrario, pensare futuro come procedura di esclusione.
Forse è vero, come scrive premio Nobel per letteratura 1996 Wislawa Szymborska (1923 – 2012) che l’odio è il sentimento più profondo e attivo di questo nostro tempo. Un sentimento fortissimo che sembra l’unico motore capace di pensare futuro. In un tempo in cui ognuno di noi vive di rancore e ha come progetto riparare i torti subìti, per dare al passato prossimo di ciascuno una chance di presente (pensando che questo sia un futuro auspicabile) non mi sembra fuori luogo guardare in faccia l’odio con le parole di chi ha provato a sfidarlo. Forse guardarlo in faccia può essere utile per provare a prepararci a riflettere sul sogno, in prossimità del 15 settembre, in occasione della XX Giornata europea della cultura ebraica.
In quella occasione, probabilmente l’operazione culturale fondamentale sarà lo scavo nel passato, la riproposizione per alcuni la riappropriazione di qualcosa di perduto, inghiottito nelle molti Termopili in cui molte volte è capitato agli ebrei di dare prova di essere ancora capaci di non venir meno alla “prova di Masada” e, allo stesso tempo, cercare di uscirne vivi, possibilmente non martiri.
E tuttavia il sogno non è solo la dimensione di qualcosa di infranto, di perduto, comunque di sottratto, che vada recuperato al tempo presente. Qualche volta il sogno è anche la proiezione di un domani che interrompe il ciclo di quella quotidianità, proponendo un tempo altro. In quel caso si potrebbe dire, il sogno in questo nostro
tempo consisterebbe nel provare a dare una nuova possibilità al ventunesimo secolo, dopo che il ventesimo (sono ancora parole di Wislawa Szymborska che riprendo dalla sua composizione Scorcio di secolo) “non ha fatto in tempo a dimostrare di essere il migliore”.
Non aveva torto, lo storico Jacques Le Goff, quando nel 1971 scriveva che il sogno, anche quando è ridotto alla condizione di accessorio, “continua ad avere il suo ruolo liberatorio, di strumento volto a superare le censure e le inibizioni”.
Dunque forse non il sogno, genericamente, bensì il “diritto al sogno”. Che vuol dire: il presente e la realtà quotidiana non rappresentano il migliore dei mondi possibili, ma sono una sfida a saper immaginare una dimensione altra. Una via di fuga dal presente, capace di essere, anche, una via di riscatto.

David Bidussa
Redazione JOI Mag

Classe 1955, nato e cresciuto a Livorno, studia a Pisa dove inizia la facoltà di Filosofia, ma si innamora di quella di Storia. Ha insegnato al liceo e all’università, da anni lavora alla Fondazione Feltrinelli in quanto Direttore dei contenuti editoriali. Si definisce uno storico sociale delle idee (ci ha assicurato essere una vera specialità, benché nessuno finora abbia capito cosa sia). Scrittore e giornalista, dicono che il suo branzino al sale sia leggendario.


1 Commento:

  1. Interessante quanto si legge. E , forse, il sogno , i sogni mettono in scena , rendendole visibili e conoscibili, le segrete speranze degli uomini. Sogno è forse anche visione dei contenuti di cio’ che si spera e che si realizzera’ nella Storia attraverso l’azione di coloro che sognano ” Grazie!


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