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Cultura
Suor Benedetta e Nella Bichi onorate Giuste tra le Nazioni

Il discorso di Sara Cividalli

Grazie a tutte e a tutti di essere qui, alle autorità, alle ragazze e ai ragazzi delle scuole, a chi ha conosciuto la mia mamma direttamente e a chi l’ha conosciuta attraverso di me, ai parenti di chi l’ha salvata.

È un momento importante della mia vita e io sono nata e vivo grazie a suor Benedetta e a Nella Bichi, due donne eccezionali, speciali che, a rischio della propria vita hanno permesso alla mia mamma di vivere e poi di scegliere di farmi nascere. Madri della mia mamma e mie madri per il loro essere se stesse sempre anche nei momenti più bui, madri per quanto mi hanno regalato e per quanto continuo a scoprire.
Io non so, o meglio, non sapevo nulla della storia della mia mamma.

Diceva: per un morto si piange, per due morti si piange, per tre morti si piange, poi c’è il silenzio. E lei è stata zitta ed io, con il mio sguardo di figlia, non l’ho interrogata, sono stata complice del suo silenzio. Desiderava che le chiedessi? Non so, a volte non sappiamo cosa realmente desideriamo. Di lei sapevo pochissimo del periodo della guerra, qualche ricordo bello di quando insegnava alla scuola ebraica dopo che lei con tanti altri docenti ed alle alunne agli alunni era stata cacciata da quella pubblica, raccontava gli scherzi che le facevano, le birbonate.

Non sapevo, fino a che Marta Baiardi, che ringrazio con un affetto particolare, non ha raccontato la storia della mia mamma, storia di cui era venuta a conoscenza scartabellando negli archivi della Comunità, una testimonianza della fine d’agosto del ’44, scritta dalla mia mamma subito dopo la liberazione di Firenze. Una storia dura difficile, scarna, scritta senza smancerie e pianti. La storia dell’angoscia, del nascondersi, l’aiuto dell’amica di sempre Nella Bichi, la fuga dalla sua casa per la paura di essere stata riconosciuta, poi l’accoglienza dell’abbraccio di suor Benedetta, la protezione per lei e la sua mamma, la mia nonna Pia. Desidero leggere un pezzo di quello che ha scritto la mia mamma, non ci sono parole migliori.

Un’amara liberazione, zie, zii, cugine e cugini portati via, il padre morto di tifo. Restata sola con il fratello che pochi giorni dopo è arrivato da Roma. Eppure la vita è ricominciata, la mia mamma si è sposata e, dopo un po’ sono nata.

Sono cresciuta nel silenzio, silenzio del quale, ora, mi sento corresponsabile.

Donne stupende hanno salvato la mia mamma, di suor Benedetta ho appreso dai ricordi delle consorelle più anziane e che mi ha riferito suor Daniela, l’attuale madre superiora che ringrazio. Una donna, se mi è concesso dirlo, libera nel pensiero e nell’azione, fuori dall’ordine, capace di decisioni autonome, di prendersene la responsabilità, e anche allegra e pronta al riso. Una donna con occhi penetranti e allo stesso tempo gioiosi, una donna che era madre, non solo per il titolo che le apparteneva.

E Nella Bichi? La signorina Bichi, come sempre l’ho chiamata, la professoressa Bichi, storica insegnante dell’allora ginnasio Machiavelli, lei che fino a che è vissuta è stata presente nella mia vita, lei che è stata sempre accanto alla mamma con la sua pazienza rude e priva di smancerie. Alla signorina Bichi tra l’altro devo l’unica immagine, sensazione, che ho della mia nonna Pia, una volta mi disse “la tua nonna era dolce e buona e ti avrebbe voluto tanto bene”. Molto mi ha insegnato, oltre a risentirmi il greco, il suo sguardo era sempre attento a chi incontrava, anche ai lavavetri che un tempo stavano ai semafori fiorentini.

La signorina Bichi amava gli animali, mi piace pensare che la farebbe sorridere conoscere la strada che ci ha portato qui oggi. Tre anni fa è arrivato da me un cane maschio, adulto, scelta che non avrei mai fatto. Quel cane, Tito, è stato poi in vacanza, per due settimane, da Isabella e Jacopo Treves, andava al lavoro con loro e con la loro cana Vega, Raffaele Favilli, un loro collega chiese se avevano preso un altro cane, “no” rispose Jacopo, dando una risposta un po’ assurda “lui abita in Via Bovio” Raffaele allora ricordò che da piccolo andava spesso con la Nella, proprio in Via Bovio a trovare una signora ebrea. La mia mamma.  Un invito a cena mi ha permesso di conoscere Raffaele di parlare di quell’affetto che avevamo in comune e mi ha fatto nascere il desiderio di fare la domanda di riconoscimento di Giusto tra le Nazioni per chi aveva salvato la mia mamma. E quindi eccoci qui oggi perché le cose non accadono mai per caso e voi non siete qui per casoQuesta cerimonia è per onorare queste due Giuste, non deve essere una commemorazione storica, è fatta per voi ragazze e ragazzi.

Imparatene che non vedere, non guardare è una scelta, vuol dir colludere, appoggiare. Non permettete a nessuno di chiudervi gli occhi, siate pronte e pronti a disobbedire, non agite per il vostro tornaconto personale a scapito di altre o altri. E’ facile vedere il rischio nel passato, nell’oggi e nel futuro non lo è altrettanto. Fate attenzione, guardate, vedete e non restate indifferenti. Come ha detto l’assessora Sara Funaro a Palazzo Vecchio al convegno ‘1938-2018, ottant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali  ” L’indifferenza è peggio della violenza, dalla violenza ci si può difendere, dall’indifferenza no”. Ma noi proviamo a scalzarla quell’indifferenza
Desidero che un altro insegnamento vi raggiunga. Il silenzio a cui la mia mamma mi ha condannato, a cui mi sono condannata non chiedendo, è atroce. Oggi, per la prima volta, ho parlato di cose di cui non ho mai nemmeno accennato, della malattia della mia nonna. Un peso enorme da quando, circa dieci anni fa, ho letto la testimonianza trovata da Marta. Non permettete al segreto, al di nascosto di acchiapparvi, Anna Arendt ha detto che ciò che non è nominato è condannato a ripetersi all’infinito. Se qualcosa o qualcuno vi fa del male, non tacete, non cercate di mettere sotto silenzio quello che accade. Per prima cosa nominatelo a voi stessi, a voi stesse, è il primo passo e poi cercate una persona autorevole con cui parlarne. Mi raccomando!
Noi ebrei diciamo di chi non c’è più: che il suo ricordo sia di benedizione. Se non starete in silenzio, se non vi volterete vedendo la sofferenza vostra ed altrui il ricordo di Nella Bichi e di suor Benedetta sarà una benedizione.


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