Cultura
“Un intoppo ai limiti della galassia”: il ritorno di Etgar Keret

Considerazioni sul geniale autore israeliano in occasione dell’uscita italiana del suo ultimo libro (e di un incontro a Bookcity)

Nella mia veste di docente e di studiosa spesso ho raccomandato agli studenti impegnati nell’analisi o nella presentazione di un testo letterario di astenersi da giudizi qualitativi iperbolici, invitandoli a preservare una lucida e realistica obiettività, benché un autore li toccasse in maniera particolare.

Alle mie stesse istruzioni cercherò di attenermi oggi, parlandovi di Etgar Keret e del suo ultimo libro, Un intoppo ai limiti della galassia. Pertanto, non stupitevi se esordirò con un’affermazione, basata sulla solida realtà dei fatti: Etgar Keret è un genio. Punto. Non si tratta di un’opinione personale, né di un giudizio particolarmente innovativo. Nel corso degli anni, infatti, numerosi critici e giornalisti si sono concessi dichiarazioni analoghe a proposito dello scrittore israeliano; ad esempio il romanziere e sceneggiatore americano Joseph Weisberg, nientemeno che sulle pagine del prestigioso New York Times. A differenza di altri, desidero, però, motivare il mio pensiero.

Etgar Keret è un genio perché ha saputo operare una silenziosa rivoluzione all’interno della letteratura israeliana, scegliendo una forma narrativa ben radicata all’interno della tradizione ebraica eppure poco presente nell’età contemporanea, vale a dire quella del racconto breve. E quando diciamo breve, intendiamo una misura variabile da mezza pagina a quattro – cinque facciate. (Ricordo ancora il mio stupore quando mi sono resa conto che “Asma”, un racconto che avevo letto in italiano e stavo cercando senza fortuna nell’indice dell’edizione israeliana, in realtà era collocato sulla quarta di copertina.) L’unica violazione a questa norma stilistica è “Il centro vacanze di Kneller”, un racconto lungo (o un romanzo istantaneo, a voi la scelta), il quale però si compone di capitoli molto brevi, ciascuno dei quali potrebbe corrispondere a una breve storia, senza quindi allontanarsi troppo dalle consuetudini dell’autore. Nella scelta del racconto breve, così insolita per la letteratura israeliana di fine millennio, risiede l’intuizione fondamentale da parte di Keret che la contemporaneità ‒ dinamica, amara, frammentaria e dominata dalla solitudine ‒ non può più essere espressa dalla lenta e ampia elaborazione del romanzo. Le nostre esistenze sono fatte di momenti, tanto fugaci quanto carichi di significato. Di conseguenza è il narratore ad adattarsi al proprio tempo, e non il contrario.

Le prime raccolte di Etgar Keret, uscite tra la fine degli anni ’90 e la prima metà del decennio successivo, riflettevano lo smarrimento e la paura di un’intera generazione di giovani israeliani, cresciuti nell’ombra dell’omicidio di Yitzhak Rabin, evento che, oltre a determinare una profonda frattura all’interno della società, ha spazzato via i sogni di pace coltivati grazie agli accordi di Oslo. Non a caso i suoi primi protagonisti sono per lo più giovani adulti disorientati, la cui sola speranza di salvezza è la realizzazione dei propri sogni d’amore, che di solito riguardano ragazze belle ma irraggiungibili o fortemente problematiche. Quest’ultimo aspetto, però, è secondario, perché sebbene impacciati nell’affrontare la quotidianità, i personaggi di Keret rivelano risorse imprevedibili quando si tratta di conquistare l’amato bene. Basti pensare ad Ari, il timido e codardo protagonista de “Il centro vacanze di Kneller”, che affronta mille peripezie per ritrovare l’ex-fidanzata. Per questa ragione, soprattutto all’inizio della sua carriera, la critica ha definito Keret un “new romantic” o un romantico contemporaneo, che cerca di sfuggire dall’alienazione della realtà odierna rifugiandosi nei sentimenti.

Tuttavia, il tempo scorre inesorabile per tutti ed Etgar Keret non è più uno scrittore esordiente di venticinque anni. Se la sua scrittura fosse stata un fenomeno passeggero, oggi probabilmente ci occuperemmo di altro. Keret, invece, ha saputo evolversi in maniera costante e, seppure i fondamenti della sua ispirazione sono immutati, diverso è il suo sguardo sul mondo. Ad esempio, la solidità degli affetti familiari spesso sostituisce l’amore romantico (si veda Sette anni di felicità), lo humour nero dell’autore raggiunge vette mai toccate in precedenza, così come il suo peculiare surrealismo. Una generale atmosfera di perdita domina gli ultimi racconti, guidando il lettore sulla soglia dell’abisso, che nella raccolta appena uscita prende la forma dei “limiti della galassia”. Al contrario di quanto avviene presso altri scrittori, però, nell’abisso di Keret possiamo anche fissare lo sguardo e trovarlo divertente.

Un intoppo ai limiti della galassia, uscito da pochi giorni per Feltrinelli nell’impeccabile traduzione di Alessandra Shomroni, ci restituisce un Keret in forma smagliante e ha tutte le caratteristiche del successo editoriale. In relazione a questo volume, sempre sul New York Times, è stata pubblicata una definizione molto interessante dell’opera di Keret: “è come se Kafka fosse israeliano e scrivesse di pesci rossi”. In queste poche parole c’è tutto Keret: il legame con la tradizione letteraria e narrativa dell’Europa orientale, il surreale e l’assurdo, l’esperienza della vita in Israele. Ci sono però anche i pesci rossi parlanti, ossia la speranza che la salvezza dal dolore delle nostre vite possa provenire da luoghi inattesi. Insomma, questo libro è da non perdere. Così come l’incontro che vedrà protagonista Etgar Keret domenica 17 novembre alle 13, nell’ambito di Bookcity. In entrambi i casi, non ve ne pentirete.

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


1 Commento:

  1. Bellissima recensione.
    Non so se è un genio, di certo è unico.
    Vorrei ricordare anche alcuni suoi lavori per Ha-Aretz come il bellissimo articolo sulla Flottiglia di Gaza. E soprattutto credo che nessuno meglio di lui abbia sintetizzato i mali di Israele come in ” All’improvviso bussano alla porta” e il bello in ” Sette anni di felicità”.


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