Voci
Una domanda a Elena Loewenthal

Antisemitismo e politicamente corretto

Il politicamente corretto nel linguaggio quotidiano può essere veramente un antidoto all’antisemitismo?

Risponde Elena Loewenthal, scrittrice e traduttrice

Personalmente non credo nel politicamente corretto, e ci credo meno che mai alla luce delle derive che questa pratica ha preso negli ultimi tempi, con una costante caduta nel ridicolo. Il politicamente corretto significa per lo più oggi rimozione: della storia, della memoria. Dei torti e delle ragioni. Quest’idea che solo il buono va conservato del passato è davvero il contrario del buon uso della memoria.

E anche nella sua declinazione al presente, secondo me il politicamente corretto è sbagliato. Io lavoro da sempre con le parole, ho rispetto per le parole e soprattutto penso che la meraviglia della lingua, di questo straordinario strumento che abbiamo e che non è solo un mezzo di comunicazione ma l’ossatura stessa della nostra identità umana, stia nel fatto che tutto si può esprimere. La lingua è in questo senso uno strumento inesauribile e incredibilmente efficace. Dovremmo dunque restare nel “sintatticamente e grammaticalmente” corretto, abituarci cioè al costante impegno a esprimerci nel modo giusto, cioè corretto. Senza far entrare la “politica”.

E per carità, più che mai in ambito ebraico e di antisemitismo. “Di origine ebraica”? da quando in qua? Io rifiuto questa definizione di me. Altro che origine. Io sono ebrea oggi, lo ero ieri e lo sarò domani. Non è affatto questione di origine. È proprio una definizione “scorretta”, questa.

Credo persino che anche il termine “giudeo” vada recuperato nell’uso, facendogli così perdere a poco a poco quella valenza negativa millenaria, di origine teologica (e aliena, ovviamente). No, altro che politicamente corretto come strumento per combattere l’antisemitismo. Credo il contrario. Credo che sia necessario appropriarci o riappropiarci delle parole, dei nomi, della loro forza intrinseca.

 


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