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Zingaretti, Gentiloni, Sassoli, Gualtieri e la rivincita di Roma

Il ritratto di quattro uomini dai destini incrociati, pronti a ridisegnare il volto della capitale. E parlare la lingua dell’Europa

Se vi dicono che l’Italia è un Paese spaccato, non ci credete. La gente è divisa su tutto, i politici poi non ne parliamo, dice il voto popolare. Falso. C’è una cosa su cui negli ultimi anni il coro è unanime, il giudizio indiscutibile – da Nord a Sud, dai ricchi ai poveri, da destra a sinistra: Roma fa schifo. Non esteticamente, ci mancherebbe, ma nel senso della sua vivibilità, come additata da una popolarissima pagina Facebook. Tolti forse i suoi malcapitati amministratori, tutti riconoscono il drammatico stato di degrado della Capitale, e il suo impatto nefasto sull’immagine della nazione. Eppure proprio tra le pieghe della formazione del nuovo potere che ha cinicamente sostituito quello nazional-populista autodistruttosi per abbaglio da Papeete si cela una sorpresa che pochi hanno notato: la rivincita di Roma.

No, non parliamo del grottesco punto 26 aggiunto alla bozza di programma data in pasto agli “attivisti” di Rousseau (“Il Governo dovrà collaborare per rendere Roma una capitale sempre più attraente per i visitatori e sempre più vivibile e sostenibile per i residenti”: ok). La riscossa della capitale arriva più lenta, sorniona, non vista, dall’ascesa di quattro personaggi stretti da un impalpabile ma prezioso legame. Ed è una riscossa europea, non solo italiana.

Vietato barare. Alzi la mano chi nel settembre 2018 avrebbe saputo declamare la carica ricoperta da tali Roberto Gualtieri o David Sassoli (non vale rispondere se si era corrispondenti da Bruxelles di una tv o giornale all’epoca dei fatti). Già, inner circle brussellese a parte, appena un anno fa i due erano poco più che illustri sconosciuti. Ma gli stessi Nicola Zingaretti e Paolo Gentiloni erano due leader “periferici”: presidente di una regione non proprio fra le più trainanti del Paese il primo, ex premier in attesa di ricollocamento il secondo.

Oggi, al termine dell’estate più schizofrenica della Seconda Repubblica (o è la Terza o Quarta, non è ben chiaro), quel quartetto è diventato improvvisamente l’avanguardia. L’avanguardia d’Italia in Europa, la garanzia della stabilità e forse perfino dell’uscita dalla melma economica del Paese. Il quadrivio che terminata la crisi da pazzi fa addormentare sereno tutte le sere il presidente della Repubblica, e risvegliare al mattino euforici i mercati, qualsiasi cosa significhi. Troppo onore?

Occuperanno quattro posti ben distanti, anche fisicamente, ma piacciano o non piacciano sono loro gli uomini da cui per i prossimi cinque anni passeranno i dossier economici più importanti d’Italia e d’Europa. Segni particolari? Gli stessi per tutti: età di mezzo (tra 53 e 64), esperienza politica consolidata pur senza apparire “vecchi” sul sempre esigente mercato politico, serietà, sobrietà nelle uscite pubbliche; e quel sorriso sornione che fa venire voglia, dopo il tg, di andare a farci una partita a tennis insieme.

La normalità, verrebbe da dire. Se non fosse che passati gli sghignazzamenti, sberleffi e cattiverie della breve era nazional-populista e soprattutto lo spettro della sua degenerazione illiberale, tale normalità sembra un tesoro inestimabile, e l’Europa pare incantata da cotanta saggezza, tanto da volerla premiare, riconoscere, perfino assorbire.
C’è qualcosa di più però, al di là del ribaltamento degli schemi politici, se tale e plateale è l’apertura di credito dall’estero, ed è proprio questo: la rivincita di Roma, di un’altra Roma. Perché questa è l’ultima, e forse la più importante, radice comune dei quattro “uomini della Provvidenza”: quel carattere mite, quel modo di affrontare le questioni serio ma senza mai diventare serioso e dunque antipatico, quella tranquillità di chi sa che alla fine, in un modo o nell’altro, tutto andrà a posto, si nutre al fondo anche di una certa romanità. Una romanità benevola, benestante, borghese, lontana certo anni luce da quella inviperita che cova nelle periferie, ma indiscutibilmente genuina.

Affinità elettive a parte, c’è da sperare che da quell’apertura di credito interna ed esterna discenderanno frutti concreti, considerato che dalle scelte operate dal quartetto dipenderanno cose tutt’altro che astratte come la creazione di nuovi posti di lavoro, investimenti, tutele e sostegni alle famiglie, azioni concrete di lotta alla povertà. In attesa di verificare la loro performance sotto questi essenziali parametri, possiamo cullarci nel suggerimento inedito che pare fornire la contemporanea affermazione del dream team della sobrietà Zingaretti-Gentiloni-Sassoli-Gualtieri. Che per sconfiggere il caos e la violenza insite nel verbo populista ci basta fare come in pizzeria con gli amici: alla romana. Se il “salvataggio” reale della Capitale dal suo dissesto appare lontano anni luce, vale come promessa di riscatto, se non mondiale almeno continentale.

Simone Disegni
Collaboratore

Politologo di formazione, giornalista di professione, si occupa in particolare di politica italiana ed europea. Già impegnato nel lancio del festival Biennale Democrazia a Torino e del think-tank ThinkYoung a Bruxelles, lavora per Reset e Good Morning Italia e collabora con altre testate nazionali.


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