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Cultura
Ortodosse, madri e runner

Correre è una disciplina sportiva che avvicina l’anima a Dio. Leggere per credere…

«Diventando una runner, la donna rinuncia alla sua apparenza di completezza. Diventa sempre meno un mistero, rinuncia al suo potere, all’intimidazione di essere una donna».
Ben lontano dal voler sminuire la scelta di correre da parte femminile, scrivendo queste parole nel 1978 in Running & Being: The Total Experience, George Sheehan, il guru americano della corsa, esaltava in realtà la capacità di questo sport di mettere in contatto la persona con la sua essenza più profonda, con la sua anima. E poco importa la prestazione in termini agonistici, quello che conta e che «la donna che si riconosce come corritrice ha scoperto tanto il proprio corpo quanto la sua anima».
Nel leggere queste parole, scritte con spirito relativamente laico, sorprende ritrovare una certa affinità con quanto dichiara da almeno 5 anni, da quando cioè ha iniziato a correre, Beatie Deutsch, la maratoneta più veloce di Israele, mamma di cinque figli nonché appartenente alla comunità ortodossa Haredi. Nello spiegare le ragioni della sua scelta, ma anche del suo successo, Beatie racconta come ha iniziato a correre, a 26 anni, già madre di quattro figli e in procinto di generare il quinto, incinta del quale correrà fino al settimo mese di gravidanza. Come si legge nel suo sito, la spinta iniziale per la giovane mamma era stata quella di mantenersi in forma. Ispirata dal marito, impegnato in corse ciclistiche di beneficienza, aveva deciso che lei avrebbe invece corso la maratona. E, allenandosi quattro giorni alla settimana per quattro mesi, si era classificata sesta a quella di Tel Aviv, passando poi a partecipare (e a vincere) una competizione via l’altra.
Non era però la gara quello che le interessava né che tuttora le interessa, ma qualcosa che ha molto a che fare con la fede. «La corsa tocca il cuore di ciò che significa essere umani – sostiene – mi permette di provare gratitudine al livello più profondo, mi spinge oltre i miei limiti e mi dà la forza per affrontare le sfide e definirmi in ogni area della mia vita».

Tra le prove più evidenti della sua appartenenza religiosa, ci sono senz’altro gli abiti. Per l’ortodossia, infatti, le donne possono praticare sport ai fini del benessere, obiettivo riconosciuto anche dalla stessa Torah, nel rispetto della sacralità del corpo e della vita, ma senza rinunciare alla tzniut, la modestia nel mostrarsi e quindi nel vestire.
Niente magliettine corte, sbracciate o scollate, dunque, né tanto meno pantaloncini o leggings che mostrino le forme. Anche quando si allena, Beatie mantiene il suo abbigliamento low profile: le scollature coprono le clavicole, le maniche i gomiti e le gonne le ginocchia. Inoltre, in quanto donna sposata, Beatie corre sempre con un velo che le nasconde i capelli. «Sono orgogliosa di poter ancora perseguire i miei sogni senza sacrificare i miei valori», spiega nel suo sito. «Ci sono molti messaggi là fuori che dicono ai corridori di apparire e vestirsi in un certo modo, ma non può girare tutto intorno a come appare il tuo corpo quando corri».

Sempre in un’ottica di superamento dell’apparenza e del superfluo, Beatie non vuole però neppure che questo suo modo di presentarsi in gara diventi più importante della gara stessa, del significato della corsa. In un post pubblicato un paio di mesi fa sul suo profilo Instagram, Marathon Mother, la Deutsch chiarisce che non trae potenza dalla modestia, trovando anzi che sarebbe certo più performante se indossasse topettini succinti e abiti che mostrino i muscoli per i quali lavora con tanta intensità. Ammette poi che la stessa osservanza della Mitzvah, prima di iniziare a correre, non era per lei qualcosa di completamente scelto e compreso, seguiva le regole perché così era stata abituata a fare. Poi, è stato proprio capire che la gonna lunga e le magliette coprenti potevano costarle un secondo o due nella prossima gara di 800 metri, a rinforzare la convinzione che fosse giusto continuare così. Interiorizzando il messaggio di umiltà attraverso l’abbigliamento. «Quando mi vesto modestamente mi ricordo che la mia velocità è un dono di Dio e che io non ne ho il merito. Mi aiuta a mantenere il controllo e a connettermi con chi sono veramente nel mio cuore, un corpo e un’anima con un pezzo di Dio dentro di me». Qualcosa di molto vicino, insomma, a quanto Sheehan, corridore maschio non ebreo, aveva intuito ed espresso nei suoi libri sulla corsa.
Beatie comunque ha fatto scuola. E se la presenza femminile nelle gare è ancora relativamente scarsa, questo non significa che tra le donne ortodosse le cose non stiano cambiando. Per storie come quella dell’atleta ebrea statunitense Connie Allen, cresciuta a Brooklyn nella comunità ultra ortodossa di Satmar, che per trovare la propria strada, nello sport come nella vita, ha dovuto lasciare famiglia e religione alle spalle, ci sono invece tanti altri casi di donne che, proprio nella corsa, hanno individuato un elemento in più di appartenenza alla comunità e di aderenza all’ebraismo.
Come racconta Tablet  in un articolo dedicato alle israeliane osservanti che hanno scoperto le scarpette da corsa, sono sempre più numerose le nuove adesioni alla pratica sportiva. È il caso di Aylet Duskys, ragioniera, moglie di un rabbino ortodosso e madre di cinque figli. Con l’urgenza, a un anno dall’ultimo parto, di prevenire i problemi di salute causati dall’eccessivo peso accumulato con le gravidanze. Dopo il ricovero per problemi cardiaci del padre, alla donna è scattato qualcosa dentro: «Mi sono resa conto che non mi ero davvero presa cura di me stessa o del mio corpo». Così, indossata quella che agli occhi profani può sembrare una anacronistica uniforme, anche per Aylet è giunto il momento di correre. A volte da sola, altre insieme al marito e ai figli. «Alcune persone mi fissano perché non si aspettano di vedere una donna religiosa correre, o non capiscono perché qualcuno dovrebbe correre con le maniche lunghe in un clima caldo», racconta. «Ma mantiene il mio cuore sano e mi rende anche una madre migliore. La corsa è un’esperienza catartica per me».

Spinte dall’esigenza di mantenersi sane, fisicamente ma anche spiritualmente, sono più di 6mila le partecipanti al programma di corsa femminile Baguf Bari (In a Healthy Body) fondato nel 2012 da Miri Forst. Appartenente al movimento chassidico Chabad, la Forst alla sua prima corsa aveva notato quante poche fossero le donne in gara e ancor meno quelle religiose. La pubblicazione di un annuncio per formare un gruppo di corsa femminile le era sembrata così la scelta più naturale. E le numerose adesioni, in particolare di donne Haredi o comunque religiose, le avevano dato ragione. Tanto che oggi il suo programma ha dozzine di gruppi di formazione in tutta Israele e circa l’80% delle partecipanti è religiosa, fatto testimoniato dal loro particolare tipo di abbigliamento.
«Ho chiesto al mio rabbino e ha detto che andava bene perché si tratta di qualcosa per la mia salute», ha dichiarato a Tablet una runner di nome Hadas, madre di otto figli e già nonna, che negli ultimi due anni tutte le settimane lascia il sobborgo di Gerusalemme di Mevaseret Zion per correre con il suo gruppo. Pur vestita decorosamente, la donna non si spinge però anche a partecipare alle gare, che secondo lei «sono più problematiche perché sono eventi sociali in cui uomini e donne vanno insieme e non sono strettamente funzionali alla salute».

Per tentare di spiegare e comprendere l’apertura alla pratica sportiva anche da parte delle religiose ortodosse, l’articolo individua da una parte il buon esempio fornito dalla Deutsch, dall’altra la sempre maggiore disponibilità di abbigliamento sportivo coerente con le limitazioni già esposte della tzniut, portando come esempio il negozio online ModLi  con sede a Gerusalemme e specializzato in abbigliamento discreto, coprente ma gradevole per il nuoto e l’esercizio fisico.
A contribuire a questa apertura avrebbe contribuito anche la maggiore diversificazione della società israeliana. Adam Ferziger, professore di Storia ebraica ed ebraismo contemporaneo presso l’Università di Bar Ilan, sottolinea il ruolo svolto dalle sempre più numerose persone laiche (e spesso già attive nella pratica sportiva) poi diventate religiose, così come l’influenza dell’immigrazione di Haredim dagli Stati Uniti, dove più ebrei ortodossi partecipano all’atletica e seguono squadre sportive. Questo con la (parziale) benedizione anche della religione: «Lo sport potrebbe non essere mehadrin (ossia appropriato per il più alto livello di osservanza), ma è anche difficile dire che sia treyf, specialmente se ne deriva un beneficio per la salute. Nella Halacha tradizionale, la salute è il matir più convincente o la base per consentire qualcosa altrimenti proibito o generalmente non fatto», conclude lo studioso.

 

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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