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Cultura
Giorno della memoria, una riflessione a vent’anni dalla sua istituzione

Chi deve ricordare? E cosa bisogna ricordare? Ruoli, rischi e potenzialità di questa data, nell’esperienza dell’assessore alla cultura della Comunità Ebraica di Firenze

Si parla molto di giorno della memoria. È uscito da poco un libro della semiologia Valentina Pisanty, I guardiani della memoria edito da Bompiani, che, tra le altre cose, riflette su questa ricorrenza, ipotizzando che il razzismo sia aumentato negli ultimi anni proprio nei paesi che l’hanno instituita. Le risponde sulle pagine di Repubblica Gad Lerner, che, pur riconoscendo il pericolo di una crescente perdita di significato, ricorda anche che forse, grazie all’attenzione che il giorno della memoria ha portato con sé, alcune cose sono cambiate nel nostro paese e adesso il Presidente Matterella sente il dovere di dichiarare Liliana Segre senatrice a vita. Ma la polemica non è recente, era iniziata già con il saggio Contro il giorno della memoria (Einaudi, 2014) di Elena Loewenthal, che dichiarava che, in quanto ebrea, si rifiutava di sentirsi rappresentata da una data che, a suo parere, non la riguardava e costituiva solo un tentativo ipocrita di riparazione.
Su una cosa sono d’accordo con lei. Il giorno della memoria non è una ricorrenza in cui gli ebrei si devono rispecchiare o riconoscere. Noi ebrei abbiamo un giorno del nostro calendario, Yom Ha Shoah, per piangere i morti. È la società civile a dover riflettere sul genocidio più spietato e premeditato che abbia avuto luogo in Europa nel secolo scorso, su come mai non abbiamo elaborato l’antisemitismo e il razzismo di allora finendo per replicarlo nell’oggi. Una riflessione che da noi è arrivata istituzionalmente tardi: l’Italia è stata tra gli ultimi paesi europei ad avere un giorno dedicato alla Shoah. Per anni è prevalso il mito degli italiani brava gente, l’auto assoluzione, la convinzione di avere avuto un ruolo irrilevante nella strage. È successo nel 2001, dopo lunghe discussioni in Parlamento. C’era chi voleva che la data cadesse il 16 ottobre e coincidesse con la deportazione degli ebrei romani, chi suggeriva il 5 maggio, la liberazione di Mauthausen, mettendo l’accento sulla resistenza antifascista e l’arresto dei prigionieri politici. Tutti si sono poi trovati d’accordo sul 27 gennaio, apertura dei cancelli di Auschwitz, ma anche data che allontanava la diretta responsabilità italiana, spostando l’attenzione sulla macchina dello sterminio nazista.
L’istituzione del giorno della memoria ha rotto un lungo silenzio politico nel nostro paese.  Un silenzio iniziato nel dopoguerra quando i sopravvissuti e gli ebrei che si riaffacciavano alla vita dopo aver perduto diritti, case, lavoro e aver subito lutti tragici, trovarono una società indifferente alle loro storie (ricordiamolo, Se questo è un uomo di Primo Levi fu respinto da Einaudi e pubblicato da quella casa editrice solo nel 1958) ma anche poco propensa a fare giustizia nei tribunali: i carnefici, coloro che avevano denunciato, vessato, picchiato e consegnato gli ebrei ai loro aguzzini ricevettero condanne brevi, amnistie, reati minori di collaborazionismo. Il giorno della memoria quindi è stato una conquista importante che, come dice Lerner, ha avuto il merito di costringere l’opinione pubblica, le scuole, le istituzioni a tener conto del passato e a avere un’attenzione diversa verso quella pagina oscura di storia. Certo, adesso a distanza di venti anni possiamo tirare le somme e rimarcare errori e mancanze.
Sono stata assessore alla cultura della Comunità Ebraica di Firenze per tre anni e tra i miei incarichi ho avuto anche quello di “gestire” la ricorrenza del 27 gennaio, facendomi da tramite tra comunità, città, scuole e associazioni del territorio per un aiuto, un supporto, un dialogo.
Provo a elencare qui una serie di dinamiche in cui mi sono ritrovata coinvolta, non per una critica fine a sé stessa o per fare un facile, cinico umorismo (anche se alcuni di questi episodi sono purtroppo grotteschi) ma per provare a riflettere su quello che non funziona e perché.
Modalità: “Scusi, ci manda un sopravvissuto”?
Poco prima del 27, in genere tra dicembre e i primi del mese di gennaio, scatta il campanello d’allarme, l’isteria collettiva da ricordo compulsivo. Fioccano le lettere degli insegnanti: tutti chiedono, a volte esigono, un testimone che venga a parlare alle classi. Alcuni hanno anche delle richieste specifiche. Lo vogliono di una certa età, precisano nelle lettere, meglio se sopravvissuto ad Auschwitz, possibilmente con il numero tatuato sul braccio. Altri si accontentano di uno che si è salvato, ma che comunque abbia una storia drammatica da raccontare. Non andrebbe bene, tanto per fare un esempio letterario, Geo Josz, il protagonista del racconto di Giorgio Bassani “Una lapide in via Mazzini”: grasso, dalla risata fragorosa, accolto con imbarazzo perché per niente riconducibile allo stereotipo della vittima scheletrica e sofferente. Il dramma è fondamentale perché l’obbiettivo è l’emozione. Gli insegnanti vogliono emozionarsi loro per primi, ritrovare un senso al lavoro di educatori e poi “far sentire” qualcosa ai ragazzi. La Shoah diventa un mezzo per generare commozione, per ritrovare un rapporto forte tra allievo e docente, per condividere un’esperienza emotiva, in una scuola sempre più orientata alla disumanizzazione, al nozionismo e al voto più che ai contenuti. Ma può la Shoah avere questa funzione? Non c’è niente di peggiore che costringere qualcuno a sentire. A volte si ottiene l’effetto contrario; addirittura si mettono a disagio i testimoni stessi, come è successo a Carla Neppi Sapun, una signora di Firenze, che si ritrovò davanti una platea di studenti ostili e disinteressati, perché non avevano idea di cosa stesse dicendo, essendo totalmente impreparati. L’emozione è una parte importante nel processo della memoria ma da sola non basta. E’ necessario un percorso storico che contestualizzi, una narrazione che inserisca la vita ebraica di quegli anni in quella cittadina e italiana. Spesso i ragazzi credono che gli ebrei non fossero nemmeno italiani, ignorano il processo di assimilazione, la convivenza pacifica, l’integrazione, il fatto che molti avessero combattuto nella prima guerra mondiale e fossero stati decorati, perfino che all’inizio fossero fascisti. Nessuno ha detto loro niente. Nei libri di testo non se ne fa menzione e nel programma non c’è tempo per un approfondimento. Io cerco di incoraggiare i progetti  scolastici che abbiano un follow up. Ti mando qualcuno ma poi tu, insegnante, trovi il tempo per fare una riflessione, un dibattito, un brainstorming. Oppure, ancora meglio, lo hai fatto prima.
A volte faccio presente che ormai purtroppo i sopravvissuti non ci sono più, oppure sono molto anziani e non possono mettersi i pattini a rotelle per raggiungere tutte le scuole o le cerimonie a cui sono invitati; allora vado io. Restano un po’ delusi quando mi vedono, ma poi si tranquillizzano. In fondo basta avere un ebreo, uno qualunque. Anche se non si tratta di un scuola, chiedo che l’ente che richiede la nostra partecipazione abbia un progetto avviato sul tema, trovi uno spunto da cui partire: una mostra, un convegno, un viaggio da fare a Auschwitz. Il senso infatti è che noi andiamo a supportare un’iniziativa che però è la città a progettare e sviluppare, non a riempire un vuoto di idee. Una volta, dopo molte mail in cui chiarivo questo concetto, arrivata sul luogo dell’evento organizzato da un’importante banca, ho trovato un enorme manifesto su cui campeggiava la mia faccia e il mio nome: ero io l’ospite della giornata, si aspettavano una conferenza sul mio lavoro di autrice teatrale, che non essendo stata concordata non avevo assolutamente preparato. La persona che doveva intervistarmi si era tirata giù da internet il mio curriculum completo degli ultimi venti anni e dopo averlo minuziosamente raccontato agli spettatori palesemente annoiati voleva che parlassi dei miei testi, ma non necessariamente legati al tema della giornata: così, in generale. Il senso dell’incontro, totalmente fuori contesto, si riduceva a: ecco qua un ebreo, studiamolo, facciamogli delle domande, conosciamolo. È proprio vero che avete la coda? Mi sono sentita come la scimmia umanizzata del racconto di Kafka, Una relazione per un’Accademia. Solo più a disagio.
Un’altra volta invece ricevetti l’invito di un’associazione blasonata fiorentina. Era stata la sezione femminile del circolo a volere la mia presenza: facendo qualche ricerca appresi che dopo il 1938 avevano cacciato un’iscritta, una scrittrice ebrea, licenziandola con una lettera dove, a loro dire, traspariva tutto il rammarico dell’allora presidentessa. Mi chiesero di fare un saluto ma mi fecero velatamente capire che sarebbe stato meglio non citare quell’episodio scabroso- che secondo me era invece importante e centrale, anzi, motivava la mia presenza e quell’occasione di confronto. Per loro era arrivato il momento di metterci una pietra sopra, al punto che avevano fatto cuocere delle challot, una specie di pane del perdono, che chiesero di mangiare insieme a me e agli spettatori, in segno di rappacificazione, quasi si trattasse di un’ostia consacrata. Risposi imbarazzata che avrei anche potuto mangiarlo, ma ricordai che il pane del perdono non poteva essere quel panino morbido e dorato: era un pane secco, duro, pieno di semi che si incastravano tra i denti e si correva il rischio di spaccarsi un molare a masticarlo. Dissi che avrei mangiato se prima avessi potuto raccontare della loro presidentessa, cosa che alla fine feci.
Il mio discorso evidentemente non andò loro giù. Non mi hanno mai più invitato.
Modalità: “Possiamo fare uno spettacolo da voi?”
Tra le tante richieste, numerose sono le proposte di spettacoli, concerti, monologhi e readings a tema Shoah. Secondo queste compagnie teatrali e artisti vari gli spettacoli dovrebbero avvenire fisicamente da “noi”, all’interno della comunità ebraica. “Noi” siamo un luogo geografico ma anche mentale. Noi, gli ebrei. Che dobbiamo essere contemporaneamente i produttori e il pubblico di queste iniziative. “Possiamo venire a narrarvi la vostra storia? Possiamo ricordarvi quanto avete sofferto?” Cosa cercano queste persone? Un riscatto? Una liberazione della coscienza? Una benedizione, un incoraggiamento? Oppure intravedono un business, per assurdo vogliono che acquistiamo i loro spettacoli che parlano della nostra tragedia? Spesso per questi eventi artistici ci viene anche richiesto il patrocinio che invece a Firenze concediamo solo a progetti particolari, condivisi, avviati nel corso del tempo e sfociati in una collaborazione. Alcuni se non lo ottengono si arrabbiano, si offendono, mettono su il muso. Come? Io ti dimostro buona volontà e tu non mi dai neanche un premio? Un pat pat sulla spalla, una menzione, una medaglietta di giusto?
“Posso venire da voi” inoltre ha a che fare con il bisogno di acquisire un’identità forte, con una richiesta di maternage affettivo: significa aspirare al ruolo di vittima. Diventare vittima vuol dire ricevere attenzione, venire coccolati, ascoltati, mostrare, attraverso la tragedia del popolo ebraico, la propria sofferenza personale di cui gli esseri umani in genere traboccano. Tutti siamo soli e affondiamo nell’indifferenza altrui. Ecco che allora c’è sempre chi scopre di avere un parente ebreo nell’albero genealogico, un cognome che potrebbe avere una lontana origine e familiarità. Tutti vogliono ebraicizzarsi, almeno un giorno, per sentirsi saggi, speciali, compatiti e compresi. Una riflessione a parte merita il contenuto di questi spettacoli.
Modalità: “Infinite sfumature di Anna Frank”.
Se da una parte l’istituzione del giorno della memoria ha avuto il pregio di rompere quel vuoto pneumatico di cui accennavo, di far sì che ogni piccolo o grande Comune italiano, scuola, associazione culturale adesso organizzi qualcosa per il 27 gennaio, il problema è che spesso queste produzioni costituiscono un “teatro della Shoah” creato ad hoc, performances che muoiono il giorno dopo, che non hanno una distribuzione successiva. Spesso sono rappresentazioni retoriche, delle quali star protagonista è la povera Anna Frank, privata del suo corpo e della sua giovinezza vitale, ridotta a una sorta di santino, a un’icona cattolica (lo stesso destino tocca a Etty Hillesum, che tra l’altro al cristianesimo si convertì, ma che comunque viene scelta a rappresentare la Condizione Ebraica).
In questi anni ho visto infinite versioni del suo Diario, e una volta mi è pure arrivata una proposta di un musical dove veniva messa sui pattini a rotelle, vestita da deportata: una scena che non avrebbe sfigurato in The producers di Mel Brooks. Se la si può mettere sui pattini, perché non usarla cinicamente come icona sulle magliette allo stadio? Tanto non è una persona, è un simbolo e i simboli non hanno corpo, sentimenti, non soffrono, non sono come noi. Morti, santi, possibilmente convertiti. Prevale la tendenza a approcciare la Shoah con una sorta di narrativa lacrimosa dove l’ebreo è santificato e chiede compassione e pietà oppure è lontano da noi in quanto ucciso, quindi privo di voce e di storia. Nell’apprezzare gli ebrei morti inoltre si distoglie l’attenzione da quelli vivi. Con quelli sì che il dialogo è difficile. Chiedono il riconoscimento dello Stato di Israele. Combattono per i diritti umani. Sono la voce critica della società.  Non entro qui nelle strumentalizzazioni politiche o nelle polemiche sterili di chi confronta la Shoah con il genocidio del popolo palestinese perché non meritano commento in quanto non si può paragonare uno stato di guerra, per quanto ingiusto e oppressivo, a una strage programmata. Nè con chi confronta la Shoah con altri genocidi terribili avvenuti nel mondo, dagli indiani di America ai tutsi e gli hutu. Senza sminuire le tragedia di queste persone, vorrei ricordare che la Shoah è il “nostro” genocidio, quello di noi europei. È stato il momento più critico della nostra storia, nel quale la Germania ha premeditato e realizzato metodicamente lo sterminio di un intero popolo (e poi anche di disabili, omosessuali, rom: dei diversi in generale) in nome di un’ideologia. Questo sterminio è stato reso possibile grazie alla complicità e il sostegno di altri paesi europei. Su questo dobbiamo riflettere, sul perché questi crimini siano potuti avvenire nel cuore della civile Europa, molto meno di un secolo fa.
Quindi, ricapitolando, è vero. Il giorno della memoria rischia di diventare un momento di celebrazione retorica, di opportunismo politico, di business, di fraintendimento. E allora? Sarebbe forse meglio tornare al silenzio? Non credo. È stato un silenzio cattivo, violento, che soltanto adesso, in Italia, sta cominciando a sgretolarsi. È solo da pochi anni che abbiamo le prime pietre di inciampo. Un’iniziativa che può avere un significato simbolico importante: considerare la memoria non esterna a noi, non una lapide davanti alla quale posare fiori destinati ad appassire  ma parte integrante della strada su cui camminiamo, della nostra identità cittadina e nazionale. Un’iniziativa che non è piaciuta a tutti: a Roma le pietre sono state divelte, il comune di Schio non le ha volute perché potevano essere “divisive”. Come se la memoria antifascista, la memoria della Shoah, sia un’opinione personale invece che un caposaldo della nostra democrazia e della nostra coscienza.
Ma ci siamo mai chiesti chi ha arrestato quegli ebrei italiani ricordati dai sampietrini, chi li ha condotti a Fossoli e poi a Auschwitz?  Perché, anziché soffermarsi soltanto sulle vittime, per il giorno della memoria non andiamo a raccontare i colpevoli? I nostri colpevoli, che non sono stati solo Eichmann, Hoess e Goehring ma anche tutti quelli che in Italia denunciarono, aderirono, rubarono, e che come ho detto all’inizio rimasero impuniti, come quel Giorgio Almirante a cui il comune di Verona adesso vuole dedicare una strada?
Qualche anno fa uscì per Feltrinelli un libro molto bello di Simon Levis Sullam, I carnefici italiani: scene dal genocidio degli ebrei, proprio su questo argomento. Andrebbe letto, riletto e fatto leggere nelle scuole. E i nipoti dovrebbero chiedere ai nonni e ai bisnonni: cosa avete fatto durante la guerra?
Perché accanto a una giustissima narrazione delle vittime, ci deve essere anche quella dei persecutori. Ci deve essere il racconto delle responsabilità. Per scoprire che spesso gli aguzzini erano persone normali, banali, terribilmente simili a noi. Questo dovrebbe ricordarci il giorno della memoria. Che c’è ancora tanto da elaborare, nascosto sotto quel silenzio. Che potremmo esserci noi, adesso, posti in situazioni simili. Che il mostro ce lo portiamo ancora dentro, ma che è sempre possibile riconoscerlo, smascherarlo, fare una scelta tra bene e male.
Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata”.

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