Cultura
“A proposito di niente”, l’autobiografia di Woody Allen

La recensione

E’ uscito con la Nave di Teseo l’ebook “A proposito di niente”, l’attesa autobiografia di Woody Allen che arriva in Italia dopo che il primo editore americano ha rinunciato alla pubblicazione. Il libro uscirà nella sua versione cartacea i primi di aprile, ma in questi tempi di corona virus, non sapendo quando potrò raggiungere una libreria, mi sono precipitata a acquistarlo su Amazon. E’ una lettura intensa, una confessione che a me è sembrata sincera, consegnata ai lettori da un uomo che si considera un misantropo e un nichilista  con la consapevolezza che tanto tutto passa, che anche avere una statua dedicata a Oviedo è un dettaglio e che ognuno la può pensare sulle accuse come vuole.

In realtà, ancora una volta, Allen ci racconta una storia, anzi, molte storie, a partire dalla sua infanzia. 

Si parte con la storia di Brooklyn e la sua fauna, persone e personaggi che si imprimono nell’immaginario: il padre affettuoso ma incapace di imbroccare l’affare giusto, la madre severa che non è proprio una bellezza (riprova che l’Edipo con lui non ha funzionato, non scherzava quando diceva che assomigliava a Groucho Marx), i cugini e i parenti di una famiglia allargata, in cui ognuno meriterebbe un racconto a sè, i gangster e i piccoli criminali degli anni trenta le cui gesta il padre racconta a Woody bambino come fiabe della buonanotte, che sostituiscono gli atleti come eroi e diventano primo nutrimento per l’immaginazione.
E poi c’è la città dall’altra parte del ponte, Manhattan, i cinema, i locali del Village come il Duplex o il Blue Angel dove ventenne si esibisce come stand up man, la gavetta come battutista per gli show televisivi, gli incontri con nomi storici del cinema e dello spettacolo sciorinati con disinvoltura (Mel Brooks, Lenny Bruce, Mazursky, perfino Tennesse Williams) che danno una svolta alla carriera e contribuiscono a creare la sua identità di autore.
E’ la storia di un ragazzino con gli occhiali che smentisce la sua fama di precoce intellettuale (legge solo per far colpo sulle ragazze) e afferma di essere uno sportivo, al punto da aver accarezzato seriamente l’idea di diventare giocatore di baseball (ma anche illusionista, musicista, perfino chef).
Insomma, tra cose note e episodi inediti, sembra di stare in un film di Woody Allen, un lungo piano sequenza dove il racconto non si esaurisce mai e riprende sempre vigoreNew York fa capolino da ogni pagina ed è lo sfondo ideale che offre infiniti scenari sia che si tratti del ristorante Elaine’s dove gli intellettuali e gli artisti vanno a mangiare tortellini insipidi o di Central Park illuminato dalle foglie di autunno o imbiancato dalla neve.
C’è il suo cinema in queste pagine, certo. Si passa da una pellicola all’altra frugando tra i ricordi, ma il filo conduttore non è mai tecnico, non si parla di ciak e belle inquadrature (Allen non ha grande stima di sé come regista, si considera uno scrittore): ci si sofferma casomai su com’è nata un’ispirazione, una storia, un personaggio, su come l’idea sia divenuta realtà grazie all’impegno collettivo della troupe, a un lavoro continuo di montaggio e smontaggio drammaturgico. Ciascun attore è citato e ringraziato, lodato con generosità, a dispetto della fama che lo vuole di rare parole e poco incline ai complimenti. Allen ci tiene a precisare che la molla che ha fatto scattare in lui la voglia di scrivere una sceneggiatura è sempre stata la passione, la voglia di sperimentare per non rinchiudersi in un genere e in un’etichetta, l’alleanza con il proprio istinto, mai rinnegata sia che si trattasse di pellicole fortunate che di insuccessi (lui ama soprattutto questi ultimi, sappiamo che davanti a quello che è ritenuto il suo capolavoro, “Io e Annie”,  pregò di non distribuirlo con la promessa di realizzare un altro film gratis  tanto se ne vergognava) o di fronte alle critiche e i rimproveri di chi lo avrebbe voluto solo autore comico e ha sempre storto il naso davanti ai suoi tentativi esistenziali come “Interiors” o “Another woman”. In realtà, quanto gli siamo grati per la sua fantasia inesauribile, per essere stato così curioso e libero, camaleontico come Zelig, perfino per aver prodotto pellicole indimenticabili e altre meno riuscite, con lo stesso pimpante menefreghismo del risultato. Tanto, tutto è niente.
E’ la storia di uno che in amore è davvero uno schlemiel, un ingenuo che si innamora quasi sempre della persona sbagliata, ma che quasi mai nutre acrimonia per le sue partner (è sempre lui, ammette, a aver mandato a rotoli la storia, a aver commesso gli errori più clamorosi) e che per alcune nutre tuttora grande stima e amicizia (prima tra tutte, Diane Keaton, dalla personalità luminosa, rimasta fedele anche nei tempi bui dello scandalo).
E poi naturalmente c’è Mia Farrow, c’è Soon Yi (“spero che non abbiate comprato il libro per questo”), c’è una relazione morbosa e malata con una donna che, a detta di Allen, è chiaramente disturbata e manipolatrice al punto da considerare i figli adottivi asiatici suoi domestici, da reputare Soon Yi un’idiota privandola di un’istruzione, da dormire nuda con suo figlio Saschel (o Ronan, dato che ama anche cambiare i nomi alla prole), che forse è addirittura stato concepito con Frank Sinatra. E c’è Soon Yi, la bambina che da piccola ha addentato una saponetta per la fame, l’orfana privata d’amore che si insinua a poco a poco nel cuore, fino a diventare il centro dell’esistenza, di un matrimonio, di una famiglia (“all’inizio pendeva dalle mie labbra, poi mi ha tenuto in pugno”, scrive nella dedica iniziale). C’è Dylan, la figlia che Allen ha insistito per riconoscere, che gli è stata messa contro dalla Farrow al punto che ancora oggi, ormai diventata donna, continua a sostenere di aver subito molestie dal padre; eppure lui sostiene che sarebbe pronto a raccoglierla a braccia aperte, se appena lei lo volesse.
E’ la storia di un processo, di giudici corrotti, di una stampa faziosa, di attori che  fanno un rapido volta faccia in nome del “Me Too”. E la voce narrante diventa quella di un uomo ferito, che porta sulla pelle tutto il dolore del tradimento, non tanto da parte dei nemici conclamati quanto dei presunti amici, dei progressisti, dei sedicenti di sinistra, degli intellettuali illuminati che non impiegano più di un minuto a schierarsi contro il loro collega o mentore per convenienza o opportunismo (anche se dal processo Allen è uscito innocente, le prove contro di lui sono cadute e lo stesso figlio Moses lo ha difeso con la sua testimonianza, mostrandolo vittima di un complotto).
E’ chiaramente il testamento di un uomo di ottanquattro anni che non vuole andarsene, innamorato della vita più che dei suoi film, che cerca di non rifare più volte la stessa scena sul set per correre a casa a guardare la partita (o più probabilmente a sedersi alla sua vecchia macchina da scrivere), che ha voglia di parlare di amore nelle ultime pellicole che sono un affettuoso omaggio alla giovinezza che fu. Forse non sono proprio memorabili ma che importa? Saremo sempre in debito con lui, per tutto quello che ha saputo darci, per il materiale enorme che ha offerto alla nostra riflessione. Quale altro autore ha saputo raccontare tutta la gamma dei sentimenti, delle nevrosi, dei sogni e dei fallimenti, delle grandezze e della mediocrità dell’uomo contemporaneo come lui, elevandole a filosofia, spaziando dal minimalismo psicologico di “Hannah le sue sorelle” e dei capolavori degli anni ’80 al racconto del proprio blocco creativo come scrittore in “Harry a pezzi”? Ci sono artisti che hanno scritto per tutta la loro carriera lo stesso libro, ci sono quelli che invece sentono il bisogno di continuare a produrre nuove trame fino a vecchiaia inoltrata, con esuberanza senile. Per loro la creatività è concedersi nuove possibilità, rimandare l’inevitabile, prendere tempo giocando a nascondino con la morte. Scrivere, dipingere, comporre. Basta che funzioni.
Mi piace immaginare il nostro misantropo nella sua abitazione newyorkese davanti a quella grande finestra che dà su Central Park e che gli restituisce l’emozione della città che ha saputo raccontare tante volte nei suoi film con la devozione che si riserva a una donna che non si smette di desiderare: un taccuino sulle ginocchia e la penna a mezz’aria, pronto ad afferrare un’ultima idea, a lasciare su carta un ultimo appunto, prima che la luce cali e il tramonto carezzi le foglie degli alberi. La lasciamo lavorare, Mr. Allen, usciamo in punta di piedi. Arrivederci. E grazie per tutto questo niente.
Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata”.

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