L'agenda di Joi
Hebraica
Alessandro Magno, le porte dell’Eden e uno studio archeologico

A partire da una coppa in argento ritrovata in Tibet, un viaggio nella tradizione ebraica del romanzo intorno al grande Macedone

 

Accadde che, mentre re Filippo sedeva nei propri appartamenti, venne un uccello e gli si posò in grembo. Fece un uovo che cadde a terra, andando in frantumi. Dall’uovo uscì un serpentello, che subito tentò di tornare da dove era venuto. Appena reintrodusse la testa nell’uovo, tuttavia, morì. Il re fu preso da profondo terrore. Convocò un divinatore … “Mio signore e re, ti nascerà un figlio che regnerà dopo la tua morte e che, prima di tornare in patria, viaggerà il mondo”.
Al termine del tempo previsto, la regina iniziò a sentirsi male, in preda alle doglie del parto … Diede alla luce a un figlio maschio. Quando il bambino toccò terra, il suolo tremò e il cosmo fu inondato di tuoni, lampi e luci. Il giorno si fece scuro, calò la tenebra, dal cielo piovve grandine. Il re si spaventò e, nel tremito, disse alla regina: “Mi sembra che questo bambino sia nato da un dio, visti i portenti, le luci e le metamorfosi degli elementi. Ordino dunque di risparmiargli la vita … Lo amerò come fosse mio figlio”. E lo chiamò Alessandro.

Il re viaggiatore di cui questo brano racconta i natali miracolosi non può che essere Alessandro Magno. Di Alessandro Magno, le culture occidentali (e non solo, vedremo) hanno accumulato miti e leggende che superano – ma di poco – in epicità le gesta storiche del sovrano macedone che, nel quarto secolo a.e.v., mosse dall’Ellade alle soglie dell’India. Già qualche secolo dopo la morte precoce di Alessandro, a nemmeno 33 anni, la storiografia iniziò presto a lasciar spazio alla mitologia: dalla tarda antichità al medioevo, le letterature del Mediterraneo e del Medioriente si rimpallarono storie e racconti delle fantastiche avventure di Alessandro. In numerose lingue, infatti, venne tramandato un Romanzo di Alessandro, originariamente compilato in greco, già nel quarto secolo e.v. Nel corso di più di un millennio, fino al 1600, versioni e traduzioni del Romanzo si produssero, tra gli altri, in latino, copto, siriaco, armeno, persiano, etiopico – ed ebraico. Ed è proprio da una versione ebraica che il brano di cui sopra è tratto. Si tratta del Sefer Toledot Alexandros Maqdon, il Libro delle gesta di Alessandro il Macedone, come trasmesso in un manoscritto quattrocentesco conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi (nell’edizione di Israel J. Kazis, del 1962).

Non è questa l’unica testimonianza di una ricezione ebraica delle storie di Alessandro. Vi sono almeno sei versioni medievali del Romanzo di Alessandro – una delle quali contenuta in uno dei classici ebraici dell’intersezione letteraria tra storia e mito: lo Yosippon, il reboot giudaico-bizantino delle opere dello storico Flavio Giuseppe. Eppure Alessandro fa il suo primo ingresso ufficiale nelle fonti ebraiche ben prima dello straripante successo medievale del Romanzo. Già la letteratura rabbinica – quel complesso di scritti giudaici in ebraico e aramaico composti tra il secondo e l’ottavo secolo e.v. – si confronta con la chiara fama dell’oramai leggendario condottiero. Il Talmud Palestinese (Avodah Zarah 3,1/42c), ad esempio, ne fa un’icona (letterale) di imperialismo:

Disse rabbi Yonah: Alessandro il Macedone, quando volle ascendere, salì e salì e salì fino a che non poté vedere il mondo come una sfera e il mare come una coppa. Ed è per questo che viene ritratto con una sfera in mano.

Ma non sarà solo l’Alessandro conquistatore di terre straniere (tema sempre politicamente caldo, per il giudaismo tardo antico) a guadagnare gli onori della cronaca rabbinica. Con Alessandro Magno, il lato più narrativamente stimolante delle gesta di conquista militare – quello del viaggio ai confini dell’esotismo – si unisce all’apprezzabile complessità del personaggio stesso: lo stratega è anche un esploratore del mondo fuori mappa, mosso dall’irrequietudine intellettuale che solo un allievo di Aristotele può abbracciare e tramutare in missione. Certo, la curiosità intellettuale doveva essere un principio caratteriale apprezzabile da intellettuali di professione come i rabbini tardoantichi. Il passo falso verso la hybris, la tracotanza umana, è però breve. Di conseguenza, il Talmud Babilonese mantiene una certa ambivalenza nel proporre una concisa ma densa collezione di tradizioni sul nostro. Nel trattato Tamid (32a-b), Alessandro viene presentato – non diversamente da vari altri imperatori pagani – in dialogo con dei sapienti, “gli anziani del Sud.” A seguire una teoria di quesiti sulla natura del cosmo e della creazione, Alessandro arriva finalmente al sodo:

“Voglio andare in terra d’Africa”.
“Impossibile, i Monti di Tenebra sono d’impedimento”.
“Non posso non andarci, per questo vi interpello: non per consigliarmi se andare, ma per dirmi cosa fare per andare”.
“Portati degli asini libici, che camminano col buio, e portati anche cordame in abbondanza, così da legarlo al costone per avere un appiglio quando ritornerai indietro”.
E così fece. Alessandro poi giunse in una città popolata esclusivamente da donne, contro cui avrebbe voluto combattere. Le donne però gli dissero: “Se tu uccidi noi, si dirà che sei uno che uccide le donne. Se noi uccidiamo te, si dirà che un sovrano è stato ucciso da delle donne”.
“Allora portatemi del pane”. E gli fu servito pane d’oro su una tavola d’oro.
“Ma che la gente mangia pane d’oro?”, chiese.
“Ma non avevi forse pane da mangiare, dove vieni tu? Non sarai certo venuto fin qui per il pane”.
Al suo ritorno, Alessandro scrisse sulle porte della città: “Io, Alessandro il Macedone, sono stato un idiota finché non sono giunto nella terra delle donne, in Africa, e dalle donne ho appreso il giudizio”.
Nel corso di un altro viaggio, Alessandro si trovava presso una fonte a mangiare pane. Prese poi in mano del pesce salato, per ripulirlo del sale in eccesso, ma su di esso rimase una particolare fragranza. Si disse: “Ma allora questa fonte viene dal giardino dell’Eden!” …
Annunciò a gran voce: “Aprite le porte!”. Gli fu risposto che “Questa è la porta del Signore (Salmi 118:20)”.
“Ma io sono un sovrano! Sono stimato come pochi. Almeno passatemi qualcosa.”
E gli fu passato un bulbo oculare. Lo prese e lo soppesò contro tutto l’oro e l’argento che aveva con sé: questi non superavano il peso dell’occhio. Allora interrogò i sapienti: “Ma perché?”
“Perché è il bulbo oculare di un mortale insaziabile”.

E, spiegheranno i saggi, c’è solo un modo per saziare quel simbolo di insoddisfazione: ricoprire l’occhio della polvere e terra da cui è venuto e a cui è tornato. In verità, nell’universo, sono solo gli inferi a non essere mai sazi. I mortali, invece, adempiono al proprio fine e ai propri desideri con la morte – non è forse eloquente il loro nome?
La chiusura moralizzante in memento mori del Talmud mette al sicuro i rabbini babilonesi dallo sbilanciarsi troppo a favore dell’esploratore tormentato, le cui peripezie restano nondimeno una piacevole diversione dallo studio halakhico. Questo Alessandro, è dunque un Alessandro in ebraico (aramaico, per la verità) ma non un Alessandro ebreo. La svolta di conversione religiosa – un altro attraversamento di confini, in fondo – subentra nelle più tarde tradizioni medievali del Romanzo di Alessandro con cui abbiamo iniziato. Siamo di nuovo alle porte del giardino dell’Eden, da qualche parte oltre l’Eufrate. Questa volta, lo scambio tra Alessandro e chi è di guardia è meno criptica:

Una voce rispose: “Questa è la porta del giardino dell’Eden. L’accesso è negato ai pagani e a chi non è circonciso”. Quella notte Alessandro si fece circoncidere; i medici accorsero e lo curarono con erbe terapeutiche. Non se ne fece voce all’accampamento: il sovrano aveva chiesto ai medici di tacere.

E con Alessandro che si circoncide pur di affacciarsi al di là delle porte del paradiso si chiude un cerchio interpretativo che arriva ai giorni nostri. A ispirare questo contributo è stata infatti la pubblicazione recente (e relativa esposizione sui media non accademici) di uno studio archeologico. Oggetto dell’articolo è una coppa in argento rinvenuta a Lhasa, in Tibet, e proveniente in Bactriana, datata tra il quinto e il sesto secolo e.v. L’esterno della coppa è decorato in altorilievo con un paio di scene che erano state inizialmente ricondotte ad episodi omerici. Anca Dan e Frantz Grenet, invece, avanzano un’ipotesi diversa: che il giovane nudo ritratto tra piante rigogliose ed acqua di fonte sia l’Alessandro Magno del Romanzo di Alessandro nella sua versione ebraica. Perché proprio la versione ebraica? Perché il giovane nudo parrebbe circonciso. Lo scenario del giardino paradisiaco, con alberi e acque della vita, assieme al motivo della circoncisione rituale punterebbero, secondo Dan e Grenet, a un’origine ebraica dell’iconografia proprio in virtù della stesse fonti sopra citate. Le testimonianze archeologiche della presenza ebraica in aree periferiche della diaspora come l’Asia Centrale non sono numerose, ma aprono orizzonti poco battuti dalla ricerca storico-letteraria. Ricerca metodologicamente impervia, sì, che rischia di perdersi tra i mille snodi – e le poche tracce – di comunicazione interculturale intrecciati tra l’Eufrate e l’Indo nel primo millennio e.v. Chissà Alessandro che farebbe?

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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