Cultura
“Ani shlishi”. La memoria nella terza generazione della Shoah

I nipoti dei sopravvissuti e il desiderio di trasmettere la memoria dei propri nonni. Viaggio nella creatività israeliana

Prima generazione seconda terza generazione
sei stata una vittoria mamma Netzer e io
la memoria di chi sono io?

Si continua a contare quarta quinta
sesta un popolo libero nella nostra terra
che ne sarà di noi alla fine?
Che ne sarà di me?

Adi Wolfson, L’ora zero

Adi Wolfson è un ingegnere e docente universitario di Beer-Sheva. Ha quarantanove anni. Ciò che definisce la sua persona, però, trascende queste semplici informazioni anagrafiche. Adi Wolfson è, prima di tutto, il nipote di Miriam Rapoport Lavit Stenberg, sopravvissuta ad Auschwitz-Birkenau. Nel 2013 Wolfson ha pubblicato una raccolta di poesie ‒ la terza ‒ intitolata Ani shlishi, “io sono un terza generazione”. Queste poche parole rappresentano molto più di un titolo; al contrario sono un’autentica dichiarazione ontologica, una rivendicazione potente, coraggiosa di ciò che ha determinato l’intera esistenza di chi le pronuncia: “io sono un terza generazione”. Quel che è certo è che Adi Wolfson non si è avventurato da solo in questo territorio.
Benché, per ragioni comprensibili, nei decenni scorsi l’attenzione di critici, giornalisti e studiosi si sia sovente concentrata sulla cosiddetta Dor sheni, la “seconda generazione”, ossia quella che comprende i figli dei sopravvissuti alla Shoah, il naturale scorrere del tempo ci impone ormai di guardare oltre. A settantacinque anni dalla fine della seconda guerra mondiale, non sono più soltanto i figli dei sopravvissuti ad assumersi l’onore e l’onere della memoria dei loro cari. Sempre di più, infatti, i nipoti e i pronipoti dei superstiti dimostrano di essere parte attiva nella trasmissione della memoria, tanto negli aspetti positivi quanto in quelli negativi. Di recente, infatti, una ricerca dell’Università di Haifa ha dimostrato che l’esperienza “familiare” del trauma della Shoah ha un impatto notevole non soltanto sui membri della seconda generazione, ma anche sui loro figli. Ansie, paure, difficoltà emotive di varia natura farebbero quindi parte del fenomeno, il quale appare assai più radicato di quanto non possa sembrare.
Al di là di questo, la terza generazione si rivela particolarmente importante, perché in molte famiglie i nipoti sono gli ultimi membri ad avere un contatto diretto con i sopravvissuti. Una relazione resa ancor più rilevante dall’intensità del rapporto che spesso unisce i nonni ai nipoti, spingendo questi ultimi ad abbracciare con trasporto le narrazioni familiari. Senza trascurare che per i sopravvissuti spesso è più agevole comunicare con i nipoti di quanto non lo sia stato con i loro figli. In linea generale, l’insieme delle esperienze della terza generazione è molto diverso da quello vissuto dalla precedente. La seconda generazione ‒ almeno in Israele ‒ è cresciuta in una fase storica in cui i sopravvissuti alla Shoah non possedevano un ruolo attivo all’interno della società. Al contrario, i nipoti dei superstiti hanno visto i loro nonni riacquistare un senso di dignità proprio in virtù delle tragedie attraversate durante le persecuzioni. Pertanto, sentimenti di rabbia e, talvolta, di vergogna, si sono trasformati in fierezza e orgoglio. Così la terza generazione è diventata la rinnovata custode della memoria culturale e documentaria delle esperienze dei loro nonni.

Ciò che è interessante è che le forme di questa nuova memoria sono molto variegate, al punto che alcuni hanno parlato di “un’esplosione di creatività”. Arte, graphic-novel, danza, documentari, scrittura: ogni strumento è reputato valido, anche il meno convenzionale. Lo sguardo di questa generazione appare, infatti, assai più libero dalle costrizioni dei rituali collettivi, fantasioso, o, addirittura, controverso e audace. Basti pensare alla pratica del riprodurre sul proprio corpo il tatuaggio del proprio familiare sopravvissuto, la quale è diventata ormai quasi una consuetudine, tanto da essere immortalata nel documentario Numbered dell’israeliano Uriel Simon. C’è chi, invece, dal tatuaggio dei nonni realizza gioielli, come Dana Rogozinski, fondatrice del marchio Jakob Ella, che propone una linea denominata “The Legacy Collection. The Number is the Story”. Anelli, collane, bracciali, ciondoli: ogni singolo pezzo della collezione possiede un unico scopo, quello di assolvere il dovere eterno della memoria. Altrettanto diffusa è l’abitudine di utilizzare la musica e il ballo in brevi video da diffondere sui siti web e sui social network, molti dei quali finiscono per diventare virali. O, ancora, l’organizzazione delle cosiddette “Marce della vita”, che dal 1988 portano gruppi di giovani, per lo più discendenti di sopravvissuti, al campo di Auschwitz-Birkenau, per celebrare la memoria del passato, ma al tempo stesso riaccendere la speranza nella vittoria della vita sulla barbarie.

C’è chi storce il naso davanti a simili manifestazioni, giudicandole inopportune, se non offensive. Tuttavia, Michael Berenbaum, un importante storico americano della Shoah, ricorda l’esistenza di un vecchio detto secondo cui “la terza generazione desidera ricordare ciò che la seconda cerca di dimenticare. Di conseguenza, la generazione dei nipoti dei sopravvissuti sta cercando di creare una propria liturgia, un modo personale per cogliere l’inafferrabile”. È probabile che queste stesse forme muteranno nel tempo, adeguandosi allo spirito delle future generazioni, a uno stile vita e di pensiero sempre più rapido e tecnologico. Benché possiamo non comprenderle appieno, è confortante che la memoria permanga, trovando nuovi modi di essere trasmessa ai più giovani. Solo in questo modo potremo placare la paura ‒ in larga parte legittima ‒ già espressa da Primo Levi ne I sommersi e i salvati: che la Shoah appaia ai ragazzi come un evento lontano, sfumato, storico. Solo in questo modo potremo rispondere agli interrogativi che Adi Wolfson si ponte nella poesia “L’ora zero”: “che ne sarà di noi? Che ne sarà di me?”.

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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