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Benjamin Brown: vi racconto la società haredit

Chi sono oggi gli haredim e qual è la loro relazione con lo Stato di Israele e il sionismo, in un saggio dello studioso israeliano

Da molti anni la letteratura israeliana, per adulti e per bambini, è ampiamente tradotta in italiano e riscuote ampio successo. Purtroppo lo stesso non si può dire della saggistica, spesso eccellente: gli alti costi di traduzione e le vendite ben più modeste di quelle della fiction scoraggiano gli editori. Un titolo che varrebbe la pena di trovare anche nelle librerie italiane è quello di Benjamin Brown Madrikh la-hevra ha-haredit. Emunot uzramim [Guida alla società haredit. Credenze e correnti], che presenta il pregio non trascurabile di restituire la complessità a un mondo spesso ridotto a cliché: quello degli ebrei cosiddetti «ultraortodossi».

Un mediatore culturale

Benjamin Brown (1966), professore all’Università Ebraica di Gerusalemme, esperto di ortodossia ebraica e halakhà, è cresciuto a Bnei Brak, vera e propria cittadella haredit non lontana da Tel Aviv, in una famiglia osservante ma non «ultraortodossa» in anni in cui la società haredit era in grande fermento. La curiosità giovanile, i buoni rapporti con i vicini, la frequentazione delle yeshivot locali per amore del Talmud e delle cene di shabbat dei rabbini hassidici ne hanno fatto un precoce esperto di questo mondo e della sua mentalità: della «testa degli haredim» che il giovane Benjamin, come lui stesso ci ha raccontato in una piacevole conversazione in un caffè di Gerusalemme, si trovava a spiegare agli «altri», laici e religiosi non haredim. È a questa realtà che, dopo studi in legge e filosofia, ha dedicato la maggior parte della sua ricerca.
Il libro vuole essere una mappatura ordinatrice, uno sguardo storico che dal passato arriva fino al presente, e si interessa sia alle idee che alle personalità, con rigore accademico ma allo stesso tempo con un atteggiamento empatico. Una questione di primo piano, ovviamente, è il rapporto con il sionismo e con lo Stato, verso cui gli haredim mostrano gradazioni diverse di avversione miste a parziali accettazioni, nella necessità di una convivenza. È sicuramente questo uno dei motivi che ne ha assicurato il successo di vendite presso il pubblico. Infatti, nonostante lo scontro sia forte, la conoscenza della realtà «ultraortodossa» da parte degli altri settori della società è inadeguata. Si tratta dunque di «conoscere il nemico» (tali sono gli haredim per una frazione non trascurabile dell’Israele laico) per poter aprire un dialogo, per vedere dove c’è scontro e dove incontro sulla concezione dell’ebraismo, sul futuro della società israeliana, nella quale gli haredim sono un fattore sempre più influente: non sono più una piccola minoranza dura e pura, e il futuro vedrà la loro influenza crescere ancora.

La società haredit

È un gruppo sociale importante che propone una vera e propria alternativa culturale, con una sua letteratura, mass media e istituzioni. Oltre al fatto puramente demografico, dovuto alle famiglie molto numerose, c’è il progressivo ingresso degli haredim in ampi settori della società, dall’accademia, all’economia e perfino all’esercito. Questo legame crescente con la società israeliana crea a sua volta delle reazioni. Cartina di tornasole è l’uso dell’ebraico nella vita quotidiana: un tempo avversato ferocemente in quanto simbolo del sionismo e di una versione secolarizzata dell’identità ebraica, è gradualmente penetrato in quel mondo, soprattutto per via femminile. Le ragazze infatti, che non studiano nelle yeshivot, dove la lingua d’insegnamento è spesso lo yiddish, ma devono entrare in un mercato del lavoro ebraicofono, seguono un curriculum di studi molto più vicino a quello ministeriale.
Questo non significa che l’antisionismo haredi stia per crollare, ci ha spiegato il Professor Brown alla fine della conversazione, troppi sono i simboli in gioco e difficilmente ci sarà una disponibilità a riconoscere che i grandi della Torà abbiano sbagliato circa il sionismo: «Non credo che li vedremo andare nella direzione della bandiera, dell’inno nazionale o di dichiarazioni di fedeltà allo stato d’Israele. Ma di fatto, pur senza chiamarla con il suo nome, c’è una certa solidarietà con lo stato e la società, un desiderio che continuino a esistere».

 

 

Benjamin Brown, Madrikh le-hevrah ha-haredit: emunot u-zramim (A Guide to Haredi Society: Beliefs and Sectors) Am Oved, Israel Democracy Institute

Anna Linda Callow e Cosimo Nicolini Coen
collaboratori

A quattro mani compongono viaggi filosofici in mondi letterari che poi traducono in libri, saggi e articoli.

Anna Linda Callow è laureata in lingue orientali. Ha insegnato lingua e letteratura ebraica per molti anni all’Università degli Studi di Milano, ha tradotto dall’ebraico e dallo yiddish per varie case editrici. Ha recentemente pubblicato il saggio La lingua che visse due volte (Garzanti 2019).

Cosimo Nicolini Coen è laureato in Ermeneutica e Filosofia del diritto all’Università degli Studi di Milano, è dottorando a Bar Ilan. Di recente ha pubblicato per Poli-femo (2017) e Ars Interpretandi (2018) e nel volume collettaneo Il bias della razza (Durango edizioni 2018)


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