Hebraica Nizozot/Scintille
Benvenuta vergogna!

Elogio del sapersi vergognare, presa di coscienza e indispensabile atto morale

Vorrei qui, brevemente, mostrare (dato che certe cose non si possono dimostrare more geometrico) perché il sapersi vergognare è cosa positiva e utile, una virtù specificamente umana, eticamente rilevante, politicamente necessaria.
La vergogna è uno dei riflessi della coscienza quando mette a confronto – in se stessa e nel mondo – quel che è con quel che dovrebbe essere e si chiama in causa, si sente parte di questo squilibrio, vede e sa o intuisce l’ingiustizia, e non se ne tira fuori. Sapersi vergognare è una sapienza, appunto, una consapevolezza seppure non sempre pienamente elaborata.

Per comprendere in che senso il vergognarsi sia una virtù, partiamo dalla sua differenza rispetto al pudore. Cos’è il pudore, che ci fa coprire quando siamo nudi in pubblico o ci consiglia di sottrarci allo sguardo altrui quando facciamo certe cose? È un istinto di autodifesa, che spinge a tutelarci quando ci esponiamo nella nostra fragilità (essere nudi è condizione di debolezza e segno di vulnerabilità) o temiamo di essere manipolati, abusati dal nostro prossimo, che potrebbe approfittarne anche solo psicologicamente. Dunque ci ritiriamo, in un certo senso fuggiamo un pericolo. Il pudore è una fuga per evitare fraintendimenti e attacchi, un tattica spontanea di sopravvivenza.
La vergogna, invece, non è un istinto ma un moto della coscienza e soprattutto non è una fuga, anzi è un soprassalto di coscienza che attesta con coraggio chi siamo davvero e che denuncia la discrasia tra la realtà e l’idealità; è tale idealità a giudicare, dare orientamento e conferire valore alla realtà. In tal senso la vergogna appartiene all’ordine del valoriale (e dello spirituale), non a quello del fattuale (e del biologico). Pudore e vergogna non vanno dunque confusi. In ambito rabbinico il sapersi vergognare è additato da quasi tutti i maestri del mussar, la riflessione etico-religiosa, come una middà ossia una qualità morale da coltivare.

Il tema della vergogna emerge la prima volta dai testi biblici nel mitico giardino dell’Eden, dove Adam we-Chava – Adamo ed Eva – sono nudi ma non provano vergogna, come si legge in Bereshit/Gn 2,25. Prima di mangiare il frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino, essi non erano ancora “conoscitori del bene e del male” e la loro nudità era insignificante; solo dopo aver trasgredito il divieto divino entrano nell’ordine della moralità conoscendo la differenza tra bene e male, tra giusto e iniquo. Ecco allora emergere la fragilità umana nello scegliere la cosa giusta da fare; infatti, è solo nell’orizzonte della moralità che ha senso vergognarsi. Nelle parole del mito: “Gli occhi di ambedue [Adamo ed Eva] si aprirono ed essi si accorsero di essere nudi. Misero insieme delle foglie di fico e ne fecero cinture” (ivi 3,7). La nudità qui non rimanda al senso del pudore ma alla consapevolezza della trasgressione morale e dunque alla vergogna. Non si vergognano per il fatto di essere nudi, ma si sentono (e vedono) nudi perché si vergognano. Dunque la vergogna – in ebraico bushà/boshet – è spia di una frattura nell’ordine delle cose morali, nella legge giusta che è stata infranta; è l’infrazione stessa che rimorde nell’intimo, pone in stato di colpa, dà piena coscienza di sé. Benedetti i sensi di colpa, che ai nostri giorni una malintesa vulgata psicanalitica e il comfort dell’indifferenza morale vorrebbero abolire! In tale prospettiva, ebraismo e cristianesimo hanno sempre insistito entrambi sul senso di colpa che deriva dal peccare, sebbene le due fedi religiose divergano sulla sua interpretazione e sulle strategie per ripararlo e superarlo.

Il pudore ci mette in guardia al futuro e ci difende da terzi; la vergogna ha un effetto retroattivo, giudica quello che è già successo, ci mette in guardia dalle nostre stesse azioni e al contempo presiede ai comportamenti sociali quando essi rompono l’ordìto della legge, specie la legge della coscienza (e per il mondo religioso la Legge divina), quell’ordine morale che distingue tra giusto e iniquo, tra bene e male, ovviamente in rapporto alla giustizia umana (ché, la giustizia divina è per noi inaccessibile e resta un ottativo del nostro criterio etico).
Forse nessuno ha descritto questo senso profondo e umano della vergogna più di Primo Levi nell’incipit de La tregua. La mattina del 27 gennaio 1945 una pattuglia russa arriva ai cancelli di Auschwitz: “Erano quattro giovani soldati a cavallo… “ dice Levi, risvegliando in noi la memoria letteraria dei quattro cavaglieri dell’apocalisse (solo di uno conosciamo il nome: Thanatos ossia Morte). Scrive Levi:

“Quattro uomini armati, ma non armati contro di noi… dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo. Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvicinava i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, e ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova dinanzi alla colpa commessa da altri, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e che non abbia valso a difesa”.

Primo Levi parla poi della “natura insanabile dell’offesa che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua…”. Ecco il nocciolo della vergogna vera e utile: la consapevolezza che il male esiste e noi si è incapaci di affrontarlo, di combatterlo o almeno di limitarlo; che noi si possa essere indifferenti o complici (o entrambe le cose); che noi stessi si possa addirittura restarne contagiati, dato che nessuno è immune al cedimento morale, alla negazione della malvagità del male, alla rinuncia. Questa pagina di Levi vale più di un intero trattato di filosofia morale e spiega come ‘vergogna’ sia tale senso di ripugnanza che muove dalla coscienza, che la sommuove, la agita e percuote, in silenzio o in un grido strozzato. Ma per sapersi vergognare occorre non averla soffocata, la coscienza, nell’idiozia generale o nell’assuefazione indotta dal conformismo.
Ciò è ricordato con forza e intelligenza dal filosofo e pittore Stefano Levi Della Torre, che molto ha riflettuto sulla testimonianza primoleviana, in un suo recente saggio intitolato “Il bene non è innocenza”, apparso sulla rivista Servitium (n.258/2022) dedicata al tema dei ‘giusti’. La sua tesi è che il bene, a volte, è un male minore, e comunque viene a un prezzo, come la giustizia, ad esempio il prezzo di rompere con valori di un senso comune ‘idiotizzato’ o irregimentato in un’ideologia, un partito, una fede-bandiera assunta in modo del tutto acritico.

“Da dove traggono i giusti – si chiede Levi Della Torre – le loro energie nella solitudine pericolosa in cui spesso si vengono a trovare? Certo, dalla loro coscienza. Ma la coscienza non è un fatto puramente individuale; è lo sguardo interiorizzato di una comunità viruale di persone con cui abbiamo via via condiviso valori e idee morali e politiche, uno sguardo e una voce collettiva che, oggettivandoci, ci osserva, ci giudica e ci avverte di ciò che è degno e di ciò che è vergogna”.

Dell’indegno occorre vergognarsi. Ecco, di nuovo, la capacità di distinguere non tanto tra bene o male (due categorie spesso ostaggio della soggettività da un lato e dall’altro dell’ideologia, dell’idolatria ideologica); ma piuttosto tra “ciò che è degno e ciò che è vergogna”. E di sapersi vergognare sono capaci soltanto quanti riconoscono “ciò che è degno” e ripudiano il suo contrario, ciò che offende in profondità la qualità di essere viventi, e umani nella misura in cui applichiamo agli altri il diritto, preteso per noi stessi, di essere liberi e intangibili nel corpo e nell’anima. Sia allora benvenuta la vergogna, ogni volta che ci dimentichiamo di quello che ci fa umani.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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