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Black Lives Matter: che cosa ci insegna il caso Floyd

Analisi di una società asimmetrica, tra battaglie per i diritti civili, ideali di libertà e di supremazia. Per scoprire che gli ebraismi americani…

«Black Lives Matter» non è un fuoco di paglia. Non trasformerà alle radici la società americana e tuttavia sarà ricordato, il giorno in cui finiranno le sue tante manifestazioni, come un capitolo importante dell’autocoscienza di quella nazione. Anzi, poiché si ragiona al plurale, di quelle «nazioni» che coesistono nel medesimo spazio fisico, geografico e politico. Proprio per questo, al netto dei soli dati di cronaca così come di quelli politici, c’è una costante relazione, tra violenza diffusa e sua raffigurazione mediatica, che va comunque indagata. La vicenda statunitense di queste settimane, con il succedersi di riots, proteste, saccheggi, scontri ma anche proteste diffuse un po’ ovunque, insieme ad una durissima frizione tra una parte delle comunità urbane americane e le istituzioni di polizia, copre e occulta una molteplicità di fenomeni coevi non meno dilaceranti, a partire dagli effetti, in sé devastanti, della pandemia negli altri paesi del Continente, a partire dal Brasile.

Un primo punto da cui partire, quindi, è questa tangibile asimmetria tra ciò che accade negli Stati Uniti e quanto succede nel resto del mondo, anche in quelle parti che non sono troppo lontane da Washington. Non è una novità e tuttavia il suo ripetersi indica una netta tendenza di fondo, ossia che il vero cuore pulsante degli Stati Uniti è l’inflazione di immagini che, a partire dalla loro cronaca quotidiana, ci inondano ogni giorno. La potenza delle proteste, non a caso, si è sviluppata, in forma virale, attraverso la diffusione di un video – quello di un poliziotto, e dei suoi colleghi, i quali trasformano un atto di sopraffazione in un omicidio – che di fatto ha raggiunto l’intero pianeta. Il riscontro, ai margini del nudo fatto in sé, che la sua diffusione sia anche il risultato di complesse dinamiche politiche in corso – per capirci, assai più scarsa è stata l’attenzione per i processi liberticidi in atto ad Hong Kong, benché vedano quotidianamente una mobilitazione diffusa della società locale, a fronte di una brutalità delle forze dell’ordine che non è seconda a niente e a nessuno – e di un più generale processo di riconfigurazione degli assetti a venire, in ragione dell’onda di lungo periodo della pandemia, non cambia la sostanza del discorso. In poche parole: ciò che si consuma negli Stati Uniti ci colpisce in maniera diretta; quanto accade in altri luoghi, invece, raccoglie una diversa considerazione, in genere assai più attenuata. Che tutto ciò abbia a che fare con la capacità della cultura sociale, materiale e politica americana di porre, ancora una volta, al centro del discorso collettivo (e quindi dell’attenzione generale) se stessa e il suo paese, è fuori di discussione. Rivela, in altre parole, l’egemonia sull’immaginario che essa continua ad esercitare da oltre un secolo.

Un secondo passaggio, che al lettore italiano non è per nulla chiaro, è invece quello che intercorre tra razzismo (ovvero, “razzialismo”, brutta parola per identificare la collocazione degli individui nella scala sociale in base ad alcune coordinate di gruppo, quello di appartenenza, del tutto ascrittive, per nulla verificate sulla base delle effettive capacità personali) e mantenimento dell’organizzazione sociale. Un approccio al medesimo tempo ingenuo ed astorico, identifica la segmentazione delle società statunitense come il risultato di un’unione tra le parti, più o meno funzionante ma comunque garantita – a prescindere – dalla specificità della democrazia. Oggi, ad essere in gioco, tuttavia, non è tanto la natura (e la rappresentatività) delle istituzioni federali quanto la ragione dei concreti differenziali di potere e il motivo della loro persistenza. Nessuna società, infatti, si basa sull’eguaglianza (che è cosa ben diversa dall’ideologia egualitaria) bensì sul governo delle diseguaglianze. Il razzismo interviene in queste dinamiche, regolandole a modo suo. Non è un “soggetto autonomo”, un insieme di individui male intenzionati. La facile equazione tra razzismo e Ku Klux Klan può soddisfare certi palati ma non risolve la ragione della persistenza della razzizzazione delle società. Il razzismo è semmai una modalità specifica, del tutto rodata e collaudata, attraverso la quale si valutano gli individui dando – oppure negando – ad ognuno di essi, opportunità in base ad un criterio di appartenenza comunitaria e non di competenza soggettiva. Spesso, la concezione razzista delle relazioni interpersonali e sociali è talmente così introiettata negli individui, al pari dei gruppi, da esprimersi meccanicamente, ossia in assenza di qualsiasi consapevolezza di come essa concretamente operi rispetto alla formulazione del proprio giudizio. Anche per questo, in fondo, si parla allora di «pregiudizio», ossia di una visione degli “altri” a prescindere da qualsiasi riflessione critica. Il fuoco dei contrasti correnti, non a caso, recupera la frattura tra le diverse comunità (un concetto che in questo caso rimanda alle vecchie “tribù” di appartenenza) per segnalare ancora una volta le faglie di divisione, in sé insuperabili, che si accompagnano alle diverse identità statunitensi ma anche – e soprattutto – al modo stesso in cui gli States rimangono uniti come grande federazione. Forse ben pochi ricordano che all’origine degli Usa, per come li conosciamo, c’è una dilacerante e feroce guerra civile, durata per cinque anni (tra il 1861 e il 1865), insieme al ricorso alla schiavitù agraria e rurale come strumento di accumulazione originaria, ossia di costruzione del grande capitale che sarebbe poi stato investito nella costruzione della più poderosa industria del mondo.

Un terzo passaggio, che ci investe immediatamente, è il rapporto tra rivendicazioni, accesso ai diritti e dimensione comunitaria. La società federale, negli Stati Uniti, ha una natura molto più segmentata e discontinua dell’idea che invece nutriamo in Europa delle nostre comunità nazionali. Da noi esiste la «cittadinanza» (in genere repubblicana e costituzionale); negli States c’è l’appartenenza, che va al di là dei simboli – altrimenti immortali – di una condizione spaziale comune: la bandiera, la torta di mele, il familismo (fenomeno assai trasversale un po’ ovunque, poiché recupera le vecchie fedeltà tribali) ma anche «our boys», la cui funzione è di tenere la guerre al di fuori dei confini nazionali (quindi, federali). La «terra», intesa come luogo natio, è vista ancora come una radice profonda, soprattutto se è raffrontata al cosmopolitismo e al globalismo delle grandi conurbazioni urbane, da New York a Boston, da Los Angeles a Chicago dove, pur con le differenze che valgono per ogni caso, vince invece – sempre e comunque – l’immagine di un capitalismo “apolide” e speculativo, quindi “senza patria” né identità e, ancor meno, fedeltà. La presidenza di Donald Trump ha raccolto il voto di chi si sente estraneo a queste ultime dinamiche, semmai contrapponendosi ad esse nel nome di un radicamento profondo nell’America’s Heartland.

Un quarto aspetto è il ruolo della polizia. Anzi, delle polizie, poiché l’articolazione locale, statale e federale delle agenzie che svolgono le funzione di sicurezza e ordine pubblico è tale da marcare significative differenze. Che oggi, dinanzi all’assassinio di un cittadino afroamericano, sono andate in cortocircuito. Tralasciamo le ingenuità di circostanza. È difficile pensare che una società dove il binario parallelo all’integrazione è la repressione penale e giudiziaria (i dati degli incarceramenti, anche al netto dei gruppi “etnici” di appartenenza, parlano da sé: 2,2 milioni di “residenti” nelle galere) non possa incidere in queste dinamiche. Le quali vanno ben oltre il singolo caso specifico.

Rimane un fatto, rilevato già negli anni trascorsi da diversi commentatori: ovvero, che il rapporto che aveva unito cittadini afroamericani ad ebrei statunitensi, si è in parte consumato. Non da oggi, beninteso. Il fenomeno è molto complesso e riguarda i meta-trend che si accompagnano alle evoluzioni delle società a sviluppo avanzato. Chiamano in causa sia la coscienza di sé, ovvero come gruppo articolato (e frammentato, nell’uno caso, tra i neri, al pari dell’altro caso, gli ebrei), sia l’azione delle istituzioni. In questa, come in altre situazioni, non sussiste un unico indice al quale ricondurre l’insieme delle dinamiche in corso. Peraltro, vale la pena di ricordare che secondo diverse (e non coincidenti) stime, tra gli ebrei americani vi è un discreto numero di afroamericani, che incidono percentualmente, a seconda dei criteri di misura, in proporzione ridotta ma non irrilevante. Nel suo complesso, se la presenza ebraica negli Usa varia da un minimo di 1,7% ad un massimo di 2,6% della popolazione complessiva (stime opinabili, per quanto riguarda il caso italiano, indicano invece l’incidenza degli ebrei tra gli italiani nell’ordine dello 0,05%, tanto per intenderci sulle dimensioni di grandezza), gli ebrei “black” dovrebbero arrivare ai quasi 200mila, pari ad un range che varia dallo 0,5 al 2%, a seconda di come si calcolino le proporzioni.
Come sempre, nel caso ebraico il problema è il conflitto tra l’auto-definizione (ossia, il reputarsi pubblicamente «ebreo», a prescindere da qualsivoglia riscontro di terzi) e l’etero-definizione (l’autorità, rabbinica o non, che sia chiamata a dare legittimazione a tale imputazione di appartenenza). In America il conflitto è tanto più esacerbato per via dell’organizzazione congregazionista e, quindi, non unitaria che caratterizza gli ebraismi. I quali (secondo incerte rilevazioni, almeno al 35% di affiliazione riformata; al 20% “masorti” o conservatrice; al 10% ortodosso; per la parte restante, invece, volutamente indefinita, al netto dell’assoluta discutibilità di tali classificazioni di principio), posta una simile premessa, possono benissimo coesistere conflittualmente tra di loro, essendo uno specchio delle profonda differenziazione che accompagna da sempre la storia di un Paese la cui impronta d’origine, quella protestante, è ben lontana dal risolversi in un’omogeneità di indirizzi. Gli stessi “risvegli protestanti”, nel nome di un messianismo secolarizzato, succedutisi nel corso del tempo, fino al fenomeno evangelicale di oggi, ne sono silloge e riscontro. Come tali, si riflettono sulla coscienza di sé del resto delle comunità, le quali trovano un indice comune, al loro interno, non in una specifica appartenenza sociale bensì in un timbro di ordine identitario che è legato al culto, o all’osservanza, di riferimento. Il sogno americano dell’emancipazione attraverso la mobilità sociale, d’altro canto, si gioca molto spesso per il tramite di questa trama, che è interclassista, almeno sul piano simbolico. Non ci si definisce per ciò che si ha a propria disposizione (indice altrimenti della parte restante delle relazioni sociali, dove invece tutto si gioca sul possedere o sul non possedere) ma per ciò che si ritiene di essere in rapporto al gruppo comunitario di riferimento.
Cosa c’entra tale discorso rispetto al conflitto in corso, dal quale siamo partiti? Torniamo alla storia. In una civilizzazione di impianto protestante, la presenza ebraica fu pressoché irrilevante fino alla metà del XVIII secolo quando, rispetto all’iniziale arrivo di singole famiglie sefardite (prodotto della diasporizzazione iberica), si succedette poi con costanza l’immigrazione proveniente dall’Europa centro-orientale. La storia del consolidamento dell’ebraismo americano – destinato dopo la Seconda guerra mondiale a divenire, insieme ad Israele, uno dei due cuori pulsanti dell’ebraismo mondiale – è infatti strettamente collegato ai processi di colonizzazione delle terra americane così come ai modelli politici che furono progressivamente adottati. Il vero fuoco del cambiamento, al riguardo, fu costituito dalle ondate migratorie, provenienti dall’Europa orientale, dalla seconda metà del XIX secolo. L’elevato grado di alfabetizzazione e la disposizione alle attività mercantili ebbero una rilevanza strategica nel definire il posizionamento della componente ebraica in una società che andava tumultuosamente evolvendosi. In circa trent’anni, tra la fine dell’Ottocento e il 1924 (quando gli Usa introdussero l’«Immigration Act», che vincolò l’ingresso di ebrei aschenaziti, di italiani e di irlandesi, tra i maggiori gruppi in ingresso), almeno due milioni e mezzo di ebrei erano nel mentre arrivati in loco. La grande presenza e concentrazione metropolitana, a partire da New York, per poi estendersi alle altre aree di urbanizzazione, fu un tratto peculiare, che è rimasto fino ad oggi.

Gli ebraismi statunitensi, non diversamente dal sionismo, in parte ruppero con la tradizione d’origine, per costituire identità a sé stanti, molto spesso intraducibili e quindi incomprensibili usando i lessici abituali. La forte propensione ad intellettualizzare la vita quotidiana, ossia a leggerne la complessità – nel passato così come nel presente – attraverso i paradigmi dell’interpretazione (un criterio figliato dall’alfabetizzazione e dallo studio dei Sacri Testi), ha costituito un fattore decisivo nel differenziale competitivo che ne ha caratterizzato le vicende. Non si trattava peraltro del risultato di un’improbabile “vocazione etnica” bensì di un indirizzo sociale, ovvero di un insieme di abitudini che, dalla dimensione privata, famigliare, si trasferivano sul piano delle relazioni pubbliche. Questo tratto peculiare si è riprodotto fino ad oggi. Ed a lungo ha trovato un suo riscontro nella diffusa disposizione d’animo, presente trasversalmente, ossia tra persone benestanti così come di modesta origine, di riconoscersi nei programmi politici progressivi, tali poiché volti all’integrazione sociale attraverso la redistribuzione collettiva delle ricchezza socialmente prodotta. Di fatto una parte degli ebraismi americani è stata asse fondamentale della coalizione liberale che tra gli anni Cinquanta e Sessanta appoggiò il movimento per i diritti civili delle comunità afroamericane. Nell’emancipazione di queste ultime veniva letto in controluce il potere liberatorio dalle proprie schiavitù, trascorse e presenti. Non solo quelle di ordine materiale ma anche di natura simbolica. Ancorché terreno al medesimo tempo fascinoso e scivoloso, non può tuttavia essere omesso il fatto che la cultura veterotestamentaria del protestantesimo americano agevolava il rimando alla tradizione biblica come ad un serbatoio di argomentazioni rispetto al presente politico. Un tratto distintivo del modo di essere degli Stati Uniti, dal «destino manifesto» (la missione di espansione del proprio modello culturale e sociale) all’ideologia della «nuova frontiera» come sfida verso orizzonti di continuo accrescimento.
La crescente presenza dell’intellettualità ebraica nei campus universitari aveva un peso importante in tale senso, orientando il pensiero collettivo nel senso di una domanda di “liberazione” di cui la componente di colore costituiva una sorta di punta di lancia sociale. Contava anche il fatto che, nell’immigrazione, la presenza di persone già ibridatesi al pensiero europeo di matrice populista, poi socialista ed infine comunista, avesse comunque un peso in termini di aspettative così come di traiettorie di vita. Di generazione in generazione, questa impronta, peraltro completamente trasformata dal rapporto con la composita società americana, si riprodusse per vie carsiche. L’eco del Bund, il partito politico dell’ebraismo aschenazita in Russia, Lituania e Polonia, era parte integrante della coscienza ebraica, al pari della presenza anarchica tra gli italiani o di quella indipendentista tra gli irlandesi. Non ne risolveva l’estrema vivacità (molti degli immigrati, peraltro, non esprimevano una specifica coscienza politica) ma ne costituiva una peculiare caratterizzazione. Non è quindi un caso se una buona parte di essi partecipasse poi alle innumerevoli lotte del composito movimento dei lavoratori americani, in tutte le sue diverse declinazioni. Non era solo un fatto di appartenenza ma anche e soprattutto di identificazione.

Dalla seconda metà degli anni Trenta, quindi, molti ebrei statunitensi appoggiarono le posizioni del Partito democratico, laddove esso esprimeva visione progressive. Detto questo, di certo l’equazione immediata tra ebraismo americano e sinistra funziona fino ad un certo punto. Ovvero, quello definito dalla convergenza tra interessi di gruppo, visioni della società e programmi politici. Gli uni e gli altri nella loro mutevolezza e nelle circostanze storiche del momento. Tuttavia, è certo che dalla presidenza di Franklin Delano Roosevelt in poi il voto ebraico si esprimesse prevalentemente verso piattaforme caratterizzate dal progressismo. Non è facile circoscrivere una tale tendenza, ossia non può essere caratterizzata da un unico indice. Ciò che nel corso del tempo ha contato sempre di più, peraltro, sono state le posizioni a favore (o contro) Israele. Rimane il fatto che a tutt’oggi, quanto meno per una parte dell’intelligenza ebraica (che conta su un solido ancoraggio nel mondo universitario, in quello dell’editoria e dell’informazione), il rimando ai diritti civili e sociali costituisce quasi un abito esistenziale. L’impegno negli anni Sessanta per i diritti civili degli afroamericani (e al tempo corrente per il femminismo e i diritti LGBT) si inscriveva già da allora in questa tendenza di fondo. La rottura, nel qual caso, si determinò quando alle spinte integrazioniste, di cui Martin Luther King era l’alfiere, si sovrapposero e poi presero il sopravvento le componenti suprematiste nere, di cui il movimento del Black Panther Party era forse l’espressione più significativa. Si tratta di uno scenario che oggi è completamente trascorso. L’idea di «potere nero» si è dissolta nel corso del tempo, soprattutto per la sua sostanziale impraticabilità, costituendo – paradossalmente – una sorta di reciproco inverso del suprematismo bianco, quest’ultimo invece del tutto in salute ai giorni nostri. L’ebraismo americano odierno, diviso al suo interno da una molteplicità di caratterizzazioni non riconducibili a pochi ed esclusivi denominatori comuni, vive tuttavia il travaglio di una forte identificazione con le istanze di emancipazione che ancora promanano dalla società civile statunitense, insieme alle trasformazioni che stanno attraversando quelle aree urbane, alle quali è fortemente ancorato, in cui l’impatto della crisi del Coronavirus è molto più pronunciata che in quelle rurali. Dove invece il conservatorismo ha un radicamento incontrovertibile.

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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