Cultura
Bob Dylan ci prende gusto: dopo “Murder Most Foul”, ecco l’inedito “I Contain Multitudes”

Un nuovo (meraviglioso) brano a sorpresa

“Sono come Anne Frank e Indiana Jones, e quei cattivi ragazzi inglesi, i Rolling Stones”.  Parola di Bob Dylan, il cantautore più influente della storia del rock, che stamattina ha allietato un venerdì 17 aprile di pandemia con un nuovo inedito a sorpresa, I Contain Multitudes, a sole due settimane dalla pubblicazione della monumentale (non solo per la lunghezza monstre di 17 minuti) Murder Most Foul  del 27 marzo.
La musica di Bob Dylan è come la Sagrada Familia di Barcellona: un’opera imponente, in cui si amalgamano alla perfezione stili diversi, ma soprattutto un work in progress che continua inesorabile nel tempo.
La metamorfosi, il non-finito è il segreto dell’ arte dylaniana, che si rinnova ciclicamente senza l’esigenza di avere un album da promuovere.
In oltre cinquant’ anni di carriera l’artista di Duluth ha attraversato la storia del folk e del rock sorprendendo sempre i critici e i fan con i suoi continui cambiamenti di stile.  Appena si aveva l’impressione di averlo inquadrato in una definizione, eccolo pronto a smentirla, sparigliando di nuovo le carte con un nuovo album, sorridendo mefistofelico dietro la sua maschera enigmatica e sfuggente.
Si pensi agli ultimi tre dischi Shadows in the night, Fallen angels e Triplicate, dove il cantautore si è reinventato cantante confidenziale alla Frank Sinatra, mentre il suo ultimo album di inediti, l’eccellente Tempest, risale al 2012.
E proprio alla trilogia dei suoi tre lavori dedicati alla rilettura del Great American Songbook sembra ricollegarsi stilisticamente la nuova canzone I Contain Multitudes, che dura “appena” 4 minuti e 38 secondi, ma, come sempre, è ricca di riferimenti culturali apertamente contraddittori.
Fin dal titolo Dylan ammette, con la sua inconfondibile voce nasale e garrula, di essere un coacervo di contraddizioni, accompagnato da un sobrio impasto sonoro di chitarra, pedal steel e pianoforte, dichiarando apertamente con alcuni hashtag, nel laconico tweet in cui preannuncia l’uscita della canzone, i temi in essa contenuti: oggi e domani, scheletri e nudi, scintille e flash, Anne Frank e Indiana Jones, macchine veloci e fastfood, blue jeans e regine, Beethoven e Chopin, vita e morte.
Dylan, come sempre, gioca a nascondino con l’ascoltatore, che rimane spiazzato dal continuo alternarsi di riferimenti autobiografici e pura fiction : «Mi spingo fino al limite, vado fino in fondo/ vado proprio dove tutte le cose perse vengono rimesse a posto/ canto le “Canzoni dell’esperienza” come William Blake».
Tra le numerose citazioni del brano troviamo All the Young Dudes dei Mott the Hoople, scritta da David Bowie, Il cuore rivelatore di Edgar Alla Poe, i preludi di Chopin e le sonate di Beethoven, il poeta irlandese Anthony Raftery, fino  alla cultura pop incarnata dal personaggio di Indiana Jones.

Dylan canta a modo suo la complessità e le contraddizioni della società, che vive e si nutre di opposti, ma anche e soprattutto la complessità della vita in una fase avanzata dell’esistenza, quando il desiderio d’amore sembra lasciare il passo alla ricerca della pace mentale: «Cosa posso dirti di più?/ Dormo con la vita e la morte nello stesso letto. /vai quel paese signora, alzati dalle mie ginocchia/ tieni la bocca lontana da me/ Lascerò la strada aperta, la strada nella mia mente/ farò in modo di non lasciare indietro nessun amore».

Gabriele Antonucci
Collaboratore

Giornalista romano, ama la musica sopra ogni altra cosa e, in seconda battuta, scrivere. Autore di un libro su Aretha Franklin e di uno dedicato al Re del Pop, “Michael Jackson. La musica, il messaggio, l’eredità artistica”,  in cui ha coniugato le sue due passioni, collabora con Joimag da Roma


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