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Viaggio negli Stati Uniti in epoca pre elettorale

In Italia i servizi postali evocano, in genere, due immagini poco piacevoli, comunque le si voglia considerare: i ritardi nelle consegne (quand’anche a volte non sia stato sempre così), divenuti proverbiali nel corso dei decenni e le code di anziani, in attesa di ritirare la pensione i contanti oppure di pagare qualche “bolletta”, poiché privi di confidenza con la domiciliazione bancaria. Più prosaicamente, a volte privi del conto corrente bancario tout court. Due figure che rimandano comunque a qualcosa di malinconicamente in ritardo con il tempo e, forse, con la storia medesima.
Negli Stati Uniti, invece, le poste sono oggi al centro di un ciclone che da noi sarebbe altrimenti inimmaginabile. Da almeno tre settimane, infatti, è in atto una vera e propria battaglia politica che vede contrapposti i democratici ai repubblicani. Per meglio dire, in questo secondo caso il presidente Donald Trump, che già il 26 maggio aveva twittato che «non c’è NESSUNA GARANZIA (ZERO!) che le schede elettorali per corrispondenza siano meno che sostanzialmente fraudolente. Le cassette postali verranno rubate, le schede elettorali contraffatte e persino stampate illegalmente e firmate in modo fraudolento […]». Già il mese precedente aveva dichiarato che «migliaia di persone potrebbero mettersi in salotto a riempire schede». Contemporaneamente, aveva anche minacciato di bloccare l’accesso ai fondi federali per quegli Stati, come il Nevada e il Michigan, che si stavano adoperando per programmare il voto a distanza. Successivamente, ha rafforzato il concetto dichiarando alla Fox News, canale da sempre vicino alle sue posizioni, che «non si eleggerebbe più un candidato repubblicano in questo Paese» se si procedesse con l’elezione per corrispondenza. Negli Usa, lo si sarà inteso, si può votare in presenza, andando ad un seggio, così come da remoto, usando la posta. Entrambe le opzione hanno valore legale (e regolare). A patto, si intende, di avere ricevuto la scheda.
Il conflitto innescatosi nel mentre sulla modalità di voto ha indotto la Camera dei deputati (435 seggi, di cui 233 ai democratici e 197 ai repubblicani, di contro al Senato dove i repubblicani sono 53 e i democratici 45), la cui speaker è l’immarcescibile democratica Nancy Pelosi, a lavorare durante un tradizionale periodo di ferie, all’ombra del sospetto che Trump si stia adoperando per sabotare le poste, impedendo di fatto che le schede siano distribuite a tutti gli elettori in tempo utile per la tornata delle presidenziali. Il voto per corrispondenza, ammesso in due terzi degli Stati americani, è peraltro da sempre un’abitudine per una parte importante dell’elettorato. Non solo per quello obbligato ad un residenza temporanea diversa dalla domiciliazione d’origine, come nel caso dei militari. Con la pandemia ancora in corso, è più che plausibile che un grande numero di aventi diritto si attivino usando le poste federali. Al momento, perdurante anche la situazione di eccezionalità nella quale si trova l’intero Paese in ragione della pandemia, quarantadue Stati, parte dei quali governati dagli stessi repubblicani, hanno autorizzato il voto; una decina di essi si sono decisi per incentivarlo.
Peraltro, già nel 2016 più di un terzo dei votanti ricorse alla sua manifestazione di volontà “da casa”. Erano quasi una sessantina di milioni, che tra poco potrebbero diventare un’ottantina. I risultati definitivi, tra voti domestici e ai seggi, consegnarono 62.984.828 consensi (46,1%) a Trump, insieme a 304 grandi elettori (pari al 56,5%) e 65.853.52 consensi (48,2%), insieme a 227 grandi elettori per la sfidante Hillary Clinton. La disarmonia e la mancata corrispondenza tra voto popolare e voto dei grandi elettori è dovuta al modo in cui sono organizzati i collegi elettorali negli Stati Uniti e la loro attribuzione ad uno dei due candidati. Già allora, Donald Trump tuonò ripetutamente contro ipotesi di broglio da parte della sua avversaria, benché la vittoria gli fosse poi garantita.

Perché, allora, il voto per corrispondenza dovrebbe costituire un handicap, se non un serio rischio, per la presidenza uscente? La questione rimanda al fatto che sia l’attivazione che l’accesso al diritto di voto negli Stati Uniti implicano per l’elettore passaggi che non sono per nulla in automatico. Non è infrequente che al cittadino possano essere chiesti adempimenti amministrativi che, per una parte dell’elettorato, costituiscono un onere di cui non intende gravarsi. Ogni Stato adotta criteri spesso mutevoli per regolare l’espressione popolare del voto. Se per il cittadino americano non esiste nessun ostacolo formale alla manifestazione della sua volontà, possono invece sussistere vincoli concreti di ordine organizzativo. Nei fatti, questi possono tradursi in un disincentivo all’esercizio del diritto, soprattutto laddove esso è ritenuto poco determinante per i propri immediati interessi oppure un fardello, posti i filtri amministrativi, di cui non ci si intende fare carico.
Storicamente, le irregolarità – se non le deliberate frodi – attraverso il voto per corrispondenza hanno avuto uno scarso se non infimo peso, comunque mai determinante rispetto al risultato finale e sempre suddiviso, nei suoi effetti, tra i due contendenti. Mentre la partecipazione – ossia il numero assoluto ma anche e soprattutto la presenza (oppure l’assenza) di gruppi di minoranza – può risultare decisivo per l’assegnazione dei grandi elettori all’uno piuttosto che all’altro candidato. Qui sta il punto della questione: sussiste un legame abbondantemente comprovato tra maggiore o minore propensione al voto, gruppo sociale ed “etno-linguistico” di origine e preferenza politica. Per farla breve, affinché ci si intenda, ancorché le cose non siano mai determinabili in maniera meccanicistica e con determinazione causale, rimane il fatto che tradizionalmente l’elettorato più povero, quello che appartiene a gruppi non Wasp, può più facilmente optare per il candidato democratico. Beninteso, non esiste nessuna immediata correlazione, esplicabile aprioristicamente. Tuttavia, le linee di tendenza sono abbastanza chiare. I sondaggi indicano che oltre l’80% degli elettori che intendono ricorrere al voto per posta sono a favore di Biden, mentre Trump non supererebbe il 14%. Inoltre, si ritiene che nell’elettorato democratico la propensione a ritenere necessarie misure di rigore contro la pandemia sia di tre volte superiore a quella manifestata dai repubblicani. La qual cosa, va da sé, incentiverebbe una parte di esso a fruire del voto distanziato.
In campo democratico, tale stato di cose è definito con la parola «suppression» (ossia repressione, nel senso di disincentivare la partecipazione al processo elettorale) di quelle minoranze potenzialmente “progressiste”. Tali non necessariamente per identità politica precostituita ma perché ritengono che un certo voto li possa avvantaggiare sul piano dell’accesso ai diritti, a partire da quelli sociali. Trump, da parte sua, recupera aspetti della vecchia battaglia per incentivare o impedire la partecipazione al voto di specifiche fasce di popolazione. Gli aggiunge il suo indirizzo tattico. I tagli al servizio postale federale e, in ricaduta, su quelli statali e locali (laddove esistano), con una revisione al ribasso degli standard, a partire dai tempi di consegna delle stesse schede elettorali, sono quindi divenuti il fuoco del contrasto nel negoziato sulla manovra di bilancio.

Le poste federali, in America, rimangono sotto il controllo diretto del governo. C’è un’antica logica in ciò, posto che prima dell’unificazione ferroviaria, avvenuta alla fine dell’Ottocento, le funzioni di comunicazione postale erano strategiche per tenere in contatto i diversi territori del Paese. Il Postmaster, ossia il direttore generale delle poste, è a tutt’oggi parte integrante del circuito di spoil-system politico. La recentissima nomina di Louis DeJoy, un businessman della North Carolina, legatissimo a Trump (della cui campagna elettorale è stato un grande sostenitore e finanziatore), si inscriverebbe in quest’azione di depotenziamento del servizio, per ridurre le possibilità di votare a distanza, tenuto conto che ogni Stato segue un calendario suo proprio, che si aprirà a breve. Antecedentemente al primo confronto televisivo, previsto per il 29 settembre (e per il quale i consulenti di Biden nutrono non pochi timori rispetto alla sua perfomance a venire), già sedici Stati, tra i quali la Florida, avranno infatti permesso di manifestare il voto. Ovviamente se ci saranno le schede a disposizione.
La battaglia di Trump sul voto postale si basa comunque su tre componenti: la riduzione di quanti faranno ricorso ad esso, non avendone concreta opportunità; il tentativo di spostare e raccogliere la maggior parte delle attività di voto intorno alla data fatidica di martedì 3 novembre (l’«election day» presidenziale), sperando così di avere del tempo per recuperare terreno sia sul piano economico che su quello dei duelli televisivi; l’alimentare i sospetti che dietro ogni voto democratico esercitato via posta ci possa essere un qualche broglio, per poi eventualmente dare battaglia nel caso di una sconfitta repubblicana.
Al momento, il distacco di Biden da Trump è ancora elevato. Non è tale, tuttavia, da garantire la vittoria certa ai democratici. I quali temono l’aggressività di Trump che, nei dibattiti pubblici, giocherà in tutti i modi per spiazzare l’avversario (soprannominato «Sleepy Joe», una sorta di nonnino dormiente), cercando inoltre di incentivare e consolidare negli elettori una certa immagine di inadeguatezza, di eccessiva modestia, di scarsa prestanza («Joe Biden? He doesn’t have a lot to say», ossia «non ha un granché da dire»). Peraltro, non pochi di coloro che voteranno per il già vicepresidente negli anni di Obama, lo faranno quasi esclusivamente per sbarrare la strada a Trump medesimo. Un’opzione che da sé potrebbe rivelarsi troppo fragile. Trattandosi di una motivazione negativa e non sulla base dell’adesione ad un progetto affermativo, del quale il partito di Biden è, al momento, del tutto privo.

Biden, del suo, è un politico di lungo corso, con il sedere incollato alla poltrona da quasi cinquant’anni. Conosce benissimo la macchina amministrativa federale, è un abile mediatore nelle commissioni così come un frequentatore delle aule del potere al pari dei suoi labirintici corridoi. Ma ha un appeal molto basso, è anziano, non ha carisma, è privo di mordente, non è “performativo” come invece lo sono i coniugi Obama, come lo fu il bisteccone Bill Clinton, come rimangono le vecchie volpi alla Bernie Sanders (i cui sostenitori leftist furono tra quanti concorsero alla sconfitta della Clinton nel 2016) ed Andrew Cuomo, ovvero le giovani promesse quali Alexandria Ocasio-Cortez. Se lo si veste di grigio, rischia di confondersi con il suo abito. Mentre Trump è elettrico, sapendo che un elemento decisivo per la sua popolarità è di cercare lo scontro, di aggredire, di atterrare come nel wrestiling, salvo poi delegare ad una qualche innocua rettifica gli eventuali sproloqui del momento.
La convention di Milwaukee farà quindi di Joseph Robinette Biden Jr. la reginetta assisa sul trono della nomination ma non è per nulla detto che sappia scaldare gli animi di un elettorato diviso, stanco, in parte arrabbiato, senz’altro preoccupato per il futuro, tendenzialmente isolazionista. Di sé, per usare il linguaggio della politica italiana, Biden potrebbe dirsi e definirsi come un «usato sicuro». Nel mentre, però, il suo contendente butterà ogni eventuale discussione oltre qualsiasi ostacolo, a partire dal principio di realtà, presentandolo semmai come un «di sicuro abusato». Dagli anni, dalla mancanza di determinazione e di idee (ossia, di fantasia), dal logoramento di una vita trascorsa perlopiù tra il Delaware e Washington.
Anche per questo la scelta di affiancare a Biden come vicepresidente la grintosa e ipercentrista Kamala Harris, ha una sua ragione, ancorché non risolutiva. I ticket uomo-donna per la presidenza, in realtà ad oggi non hanno premiato i loro fautori. Si pensi a Walter Mondale con Geraldine Ferraro (nel 1984, entrambi piuttosto incolori dinanzi ad un vivacissimo Ronald Reagan) o al morigerato John McCain con la dirompente e sulfurea Sarah Palin (governatrice dell’Alaska, in coppia contro Obama nel 2008). Harris, se potrà andare oltre ad un ruolo meramente coreografico (gliel’hanno richiesto, peraltro), dovrà usare tutta la forza della sua storia politica per cercare di incrementare gli assensi. Non è per nulla un’esponente di quella sinistra statunitense che, nelle candidature, è uscita invece sconfitta. Da procuratrice distrettuale di San Francisco mostrò il polso durissimo contro la criminalità. Non è una grande fautrice del Black Lives Matter ma adesso, in prossimità delle urne, dovrà attenuare le sue eventuali perplessità non potendosi permettere il lusso di passare per una donna di solo «Law and Order», posto che le polizie (meglio usare il plurale, quando si parla degli States) al momento non raccolgono grandi simpatie tra gli elettori “marginali”, quelli delle minoranze, così come tra il corpaccione dei giovani (e meno giovani) democratici di sinistra.
Trump attaccherà invece su questa linea, facendosi scudo del bisogno di sicurezza per cercare di piegare a sé quella parte di americani – e non sono pochi – che ad ogni passaggio elettorale ondeggiano in un senso piuttosto che in un altro, potendo fare la differenza in diversi Stati. Userà le corde emotive, vellicherà i «sensation seekers» (qualcosa del tipo: offrici qualcosa da desiderare!), risponderà irridendo agli eventuali richiami alla realtà, rispolvererà alla grande «Maga – Make America Great Again», ossia il piacere di un sogno di contro all’incubo della quotidianità. Anche il ricorso all’ipotesi di un ritorno dell’Obama-care, la grande riforma sanitaria, che alla resa dei conti è costata molto ad una middle class adesso in affanno e ha reso tanto alle assicurazioni, potrebbe essere per certuni la promessa di un briciolo di emancipazione dal bisogno ma per molti altri sarà l’ombra grigia di un ulteriore costo da accollarsi. Un problema che non riguarda i “ricchi” ma i mediamente “non troppo poveri”, i cui mal di pancia sono oramai un po’ come gli umori delle viscere della terra, auscultati i quali la politica, trasformatasi in una sorta di arte divinatoria, ruggisce qualcosa.

Contro Trump, invece, giocano gli effetti di una pandemia che, a detta dei molti, è stata gestita male, l’eclettismo espressivo che rasenta la manipolazione dei dati, le difficoltà economiche. Saranno queste ultime, infatti, ad orientare le scelte di una parte dell’elettorato repubblicano, fortemente concentrato nel Midwest e nella «Bible and Rust Belt»: se le cose dovessero migliorare, allora l’assenso per il presidente uscente crescerà di certo. Trump continuerà a tenere il piede in due staffe, tra realpolitik – dettatagli peraltro dal suo mutevole staff, spesso costretto a seguirne le intemperanze e i malumori, parandone i continui contraccolpi – e la narcisistica propensione ad identificare gli americani con il solo corpo elettorale, questo con l’audience di un programma televisivo e il suo contenuto con la proiezione della sua ingombrante persona.
La presa di posizione dei giorni scorsi, quando dinanzi ai giornalisti ha lamentato di «non potersi lavare bene i capelli» (che ama come un preziosissimo scalpo), chiedendo di introdurre nuovi standard federali per il consumo di acqua nelle docce, testimonia di ciò. La pressione idrica mediana risponde a criteri di risparmio energetico e di contenimento dei costi ma, con un tempismo degno di migliore causa, il Dipartimento dell’energia ha da subito proposto di aumentare l’attuale limite di emissione, altrimenti pari a 9,5 litri per minuto (un vincolo che sussiste dal 1992 ed accettato da maggioranze politiche bipartisan). La morte del fratello Robert ha messo in secondo piano la “proposta” ma rimane il fatto che sia l’ultima di una serie di bizzarre richieste, che indicano come anche negli Stati Uniti la politica segua sempre più spesso un intreccio tra fatti e gesti, atti e immaginazione, a fronte della spasmodica ricerca di visibilità pubblica purchessia. Provocazioni, presenzialismo, storytelling e continua, ossessiva visibilità sono infatti ingredienti oramai del tutto ineludibili. La partita rimane aperta. Vedremo a breve quanto potrebbero contare le posizioni dei due contendenti in politica estera ed in particolare riguardo al Medio Oriente.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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