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Cultura
Casale Monferrato, la micro-comunità diffusa

Intervista al presidente Elio Carmi

Quella di Casale Monferrato è una comunità dalla storia particolare. Diversamente dalle altre comunità piemontesi, tutte più antiche, questa risale all’incirca al 1492. In seguito all’annessione del Monferrato ai domini della Savoia, a Casale venne istituito il ghetto. Si scelse un quartiere già molto popolato da ebrei e in un vicolo ben protetto venne eretta la sinagoga. Un gioiello: siamo nella metà del 1700 e i toni barocchi interessano anche questo luogo di culto. L’epoca è fiorente: nel 1761 vivevano nel ghetto 136 famiglie, pari a 673 persone.

Di questo passato vive tutt’oggi la minuscola comunità ebraica di Casale, che attualmente conta solo due famiglie residenti. Il neo eletto presidente, Elio Carmi, racconta il presente di un luogo magico, da visitare e frequentare anche per chi vive alla distanza di una gita giornaliera.

La prima particolarità della comunità di Casale, spiega Elio Carmi, è di avere “una declinazione diffusa in termini di associati: oltre ai residenti, frequentano la comunità persone che abitano in un raggio di 25/30 chilometri. La più vicina è quella di Vercelli, abbiamo un ottimo rapporto con le famiglie ebraiche che vivono a Valenza, anche se molti sono di origine persiana e gravitano su Milano, territorio, insieme a Torino che comunque ci supporta. Ora abbiamo circa 70 iscritti di cui solo cinque o sei residenti“. Non c’è il rabbino a Casale, ma qualche festività (solitamente il Kippur) viene comunque garantita insieme ai matrimoni e ai funerali. “Prima si occupava di noi rav Laras, ora succeduto da Gadi Piperno (e da eventuali sostituti in caso Piperno sia occupato). Ma abbiamo coltivato relazioni importanti con il territorio, per fare di Casale una comunità aperta e inclusiva“, continua Carmi. Già, perché compito di questa comunità è valorizzare il patrimonio culturale che custodisce in relazione alla città stessa. “Per molti anni abbiamo organizzato un festival con un focus ebraico ma esteso al mondo balcanico perché in città c’è una forte presenza albanese.

Ma non è tutto. La sinagoga aveva una collezione di channukiot molto belle. Allora abbiamo cominciato a interrogarci sull’esistenza di un’arte ebraica. La risposta, naturalmente, è che non esiste l’arte ebraica, come non esiste la musica ebraica: ci sono degli oggetti che hanno una funzione precisa nella tradizione e nella liturgia ebraica ma la cui fattura subisce le influenze esterne dei luoghi e delle epoche in cui sono stati realizzati. Così, un po’ per gioco, abbiamo cominciato a realizzare delle channukiot”. Poi, come si dice, si sono fatti prendere la mano e oggi c’è un bellissimo museo dei lumi, composto da 240 pezzi. “Abbiamo opere amatoriali molto belle, ma anche quelle realizzate da personaggi dell’arte come Mondino, Paladino, Pomodoro… E la cosa interessante è che tutto questo ha portato una certa vitalità a Casale, non relegando le lampade unicamente agli spazi museali. Facciamo ogni anno un’accensione pubblica, invitando, oltre alle autorità, gli amici di altre religioni, inclusi i rappresentanti della comunità islamica di Casale e di quella buddista. La storia delle nostre lampade così si è diffusa e si è creata una catena virtuosa per cui la collezione continua a crescere: l’abbiamo portata in mostra anche a Parigi”. Dunque qual è il ruolo del presidente di una micro-comunità come questa? “Essere parte del team che si occupa della gestione e delle attività culturali della sinagoga e del museo insieme alla Fondazione, in modo da coinvolgere la città e fare di Casale una calamita per gli ebrei e per i non ebrei”, spiega Carmi.

Le attività ora hanno ripreso, occorre prenotare la visita alla sinagoga e al museo, a causa delle regole imposte per il contemnimento del covid-19.


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