Cultura
In Calabria, alla ricerca dell’etrog perfetto

Cedri, ebraismo e contadini: storia di un rapporto antico e attuale, nelle parole del presidente del Consorzio del Cedro di Calabria

Deve essere perfetto: di forma conica e con il peduncolo ben formato, privo di rugosità e macchie, non proveniente da un albero più giovane di quattro anni o da albero innestato: è l’etrog, il cedro, il “frutto dell’albero maestoso” che insieme al Lulav (formato da rami di palma, mirto, salice) costituisce uno dei simboli di Sukkot. Il frutto perfetto, poiché ha profumo e gusto, la condizione ideale a cui ognuno dovrebbe aspirare; talmente bello e seducente che, secondo un’opinione del Talmud Babilonese, fu proprio questo frutto – e non la mela, o altri – a provocare la disobbedienza di Adamo ed Eva e la loro cacciata dal Giardino dell’Eden.

Si dice che la perfezione non esiste, ma a volerla cercare per i cedri un punto di partenza c’è: si chiama Calabria. Lungo la Riviera dei Cedri, parte del territorio della provincia di Cosenza che si estende per circa 80 Km, affacciandosi sul Mar Tirreno e inglobando anche alcune zone montane confinanti, viene coltivata la varietà più pregiata di questo agrume: il cedro liscio, detto anche diamante per la sua bellezza e lucentezza. Storicamente, sembra che furono proprio gli ebrei – probabilmente comunità ellenizzate che si stanziarono tra il 300 e il 200 a.e.v –  a portarlo e diffonderlo sul territorio.

Un legame, quello tra cedri, ebraismo e Calabria, che non si è mai spezzato. Ogni estate, rabbini da tutte le parti del mondo giungono sulla Riviera per compiere la paziente ricerca dell’etrog perfetto. Un rapporto stretto, di dialogo con i coltivatori e con il territorio, importante per l’economia, il turismo, ma soprattutto per l’identità del luogo. Ne parliamo con Angelo Adduci, Presidente del Consorzio del Cedro di Calabria che ha sede a Santa Maria del Cedro.

Come nasce il Consorzio del Cedro?

“Il Consorzio è stato costituito nel novembre 1999 e riconosciuto con Legge Regionale nell’ottobre 2004. È nato dall’esigenza di dare un futuro alla cedricoltura, dopo anni di speculazione, sfruttamento e abbandono. Negli anni Sessanta e Settanta la produzione era di circa 160.000 quintali; nel 1982 è stata toccata la soglia minima di 2000 quintali. La ragione di questo crollo è che l’unica destinazione dei cedri – in salamoia – erano le industrie del Nord, per essere fatti canditi o a cubetti. Il prodotto veniva quindi trasformato tutto al di fuori della Regione Calabria e il mercato era monopolizzato da pochi commercianti speculatori, che facevano cartello e non remuneravano i contadini in modo equo. In quegli stessi anni c’è stato il boom dell’edilizia: di fronte alla prospettiva di nuove attività e all’evidenza che la cedricoltura non era redditizia, molti contadini hanno abbandonato le coltivazioni. Così ci siamo interrogati su cosa si poteva fare. In quegli anni è nata l’Accademia Internazionale del Cedro (presieduta da Franco Galiani) e in seguito si è formato il nostro Consorzio. Siamo innanzitutto intervenuti sue due fronti: sul prezzo, mettendo un freno alla speculazione (il primo anno abbiamo ottenuto che il prezzo passasse da cinquanta a novanta euro a quintale) e sulla diversificazione della produzione: non solo cedro candito, ma anche liquori, marmellata, olio, cosmetici. Abbiamo rotto il cartello, si sono create delle microaziende, i coltivatori hanno ripreso a occuparsi dei cedreti e molti giovani hanno scoperto un interesse per questa attività”.

Rav Shmuel Rodal raccoglie il cedro ©Luigi Salsini

Quando e come il Consorzio ha iniziato a occuparsi di mercato ebraico?

“Da subito, l’intreccio con la cultura ebraica è stata una cosa naturale, quasi scontata. Sono figlio di contadini e sono cresciuto considerando del tutto naturale la presenza dei “barbetta”, come da bambini chiamavamo i rabbini. Per me hanno sempre fatto parte del paesaggio. Non sono mai state “persone che venivano a comprare il cedro” e basta, a differenza dei commercianti che venivano percepiti come estranei e guardati con diffidenza. Mio padre mi diceva di guardarmi dai compratori, mentre dei rabbini parlava con rispetto religioso. Ciò per il rapporto speciale che si sviluppa tra coltivatore e rabbino. Naturalmente la conclusione è sempre una compravendita, ma di tipo diverso rispetto a quella dozzinale per la lavorazione industriale. Il rabbino è presente in ogni fase, dal primo sopralluogo al campo, alla scelta dei frutti, alla raccolta. L’ebraismo è profondamente legato alla terra e i rabbini hanno per i contadini un rispetto quasi sacrale; questi ultimi ne sono consapevoli”.

Quale quantità di cedri è destinata annualmente al mercato ebraico?

“Il Consorzio si occupa della promozione e comunicazione del prodotto, ma la compravendita è effettuata direttamente tra i contadini e gli acquirenti. Per il mercato ebraico non possiamo avere dati sulla quantità allo stesso modo in cui li abbiamo per altri tipi di vendita perché non si tratta di quintali, ma di singoli frutti: i rabbini, che nei mesi di luglio e agosto giungono da ogni parte del mondo, li scelgono direttamente dall’albero; uno ad uno, perché devono rappresentare la perfezione. Il prezzo non viene fatto quindi a quintale, ma a frutto. Ogni etrog può oscillare tra i 15 e i 20 euro. I rabbini arrivano da tutte le parti d’Italia, dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’Olanda, dagli Stati Uniti, dalla Russia, oramai anche da Israele.

Gruppo di rabbini con l’etrog ©Luigi Salsini

Quali sono i canali di promozione?

“Ci siamo fatti conoscere nel mondo giornalistico e dei media attraverso una serie di iniziative. Siamo stati ospiti di diversi servizi televisivi, abbiamo partecipato all’Expo 2015 e aderito alla Giornata Europea della Cultura Ebraica. Al Museo del Cedro ospitiamo ogni anno 50.000 persone. Quest’estate poi abbiamo organizzato il Festival del Cedro, tre giorni di appuntamenti musicali e culturali a cui hanno partecipato 80.000 persone. Il successo si deve senz’altro alle attività di comunicazione del Consorzio, nonché al passaparola, ma prima di tutto riguarda l’unicità del prodotto. Con il microclima locale, dato dall’incontro di due correnti – una calda che arriva dal mare e una fredda dalla montagna – e il lavoro dei contadini si ottiene una varietà unica e pregiata, che non ha rivali in tutto il mondo. Il cedro viene coltivato anche in Corsica, California, Israele, Spagna, ma sono varietà diverse da quella liscia, meno pregiate”.

Quali sono i numeri delle coltivazioni? Qual è il ruolo del cedro nella cultura calabra?

“Quando parliamo di cedricoltura non parliamo di ettari, ma dobbiamo guardare al tipo di pianta, a quanti frutti produce e di che qualità. Si dice che una pianta produce tanto quanto il contadino la guarda. In pratica, può produrre da quindici chili a un quintale e mezzo. Il Consorzio sta portando avanti una battaglia per essere sganciati dal sistema ortofrutticolo e agrumicolo ed essere annoverati come rappresentanti della cultura contadina e dei piccoli produttori. I contadini associati al Consorzio al momento sono 75. Nel 2017 siamo stati colpiti da una calamità disastrosa e per loro è stata molto dura riprendersi. Il prossimo anno finalmente raggiungeremo l’obiettivo che ci eravamo prefissati, quarantamila quintali di cedri. Il cedro dà tante gioie, ma anche tante disperazioni. È sacro per gli ebrei, ma anche per i nostri contadini. Le piante sono basse, possiamo dire che per curarle bisogna seguire la regola benedettina: stare in ginocchio, pregando. Alzando la testa, si incontrano le spine, che nella cultura calabra sono un simbolo dell’espiazione dei peccati”.

[A Diamante, un paese della Riviera dei Cedri, la tradizionale processione del Venerdì Santo, detta Cordata, prevede proprio l’impiego di corde e corone fatte di spine di cedro].

Rav Moshe Lazar e Angeli Adduci esaminano un cedro ©shturem.net

I rabbini arrivano da tutto il mondo: come si gestiscono le diversità linguistiche e culturali?

“Mi piace rispondere con l’aneddoto che racconta sempre Rav Moshe Lazar [shaliach del Tempio Habad a Milano, è stato insignito della cittadinanza onoraria di Santa Maria del Cedro] che passa ogni estate qui da tempo immemore. Rav Lazar ama ricordare come la prima espressione locale che si impara venendo qui è “favorite”, l’invito dei contadini a unirsi alla propria tavola quando ti incontrano nelle campagne. Questa è la chiave di tutto, l’accoglienza. I calabresi hanno i loro difetti, ma se c’è l’accoglienza i qui pro quo linguistici si possono superare”.

Quale futuro per il Consorzio e per i cedri della Calabria?

Dobbiamo continuare a migliorare la qualità. Occuparsi di cedricoltura è oggi più redditizio rispetto agli anni dello sfruttamento, ma la situazione non è ancora ottimale. Sono intervenute inoltre problematiche nuove per i cambiamenti climatici. Penso che se oggi la cedricoltura è viva e ha un futuro, dobbiamo rivolgere due ringraziamenti: uno ai contadini e alla loro caparbietà e l’altro ai rabbini e, attraverso loro, alle comunità ebraiche. A tale proposito, penso all’attentato in Germania a Yom Kippur e vorrei rivolgere un messaggio di solidarietà alle vittime e di sdegno per i fatti accaduti. Nei momenti di difficoltà, negli anni difficili, i rabbini non hanno mai mancato di stare vicini ai contadini. Siamo debitori e allo stesso tempo orgogliosi del ruolo dei nostri cedri nella festa di Sukkot. E vogliamo continuare l’esperienza del Festival del Cedro, che sia una festa per parlare di pace e dialogo a tutto il Mediterraneo. Il cedro, arrivato in Calabria grazie a una mediazione culturale ebraica, può essere ancora oggi un modo per unire i popoli.

[Sulla raccolta dei cedri per Sukkot e le attività del consorzio, consigliamo questa puntata del 13 ottobre – il servizio parte dal minuto 20,40 circa – della trasmissione “Sorgente di vita”].

Breve nota a cura di rav Elia Richetti

L’unica caratteristica indispensabile è che i cedri non siano il frutto di piante innestate. Ci sono diverse qualità di cedri e sono tutte utilizzabili. Il compito del rabbino è quello di seguire il raccolto e scegliere quei frutti che non abbiano fori che li trapassino da parte a parte e che siano privi di imperfezioni, come macchie dovute a marcescenza o a un principio di essiccamento. La dimensione deve essere pari al pungo, proprio come le dimensioni del muscolo cardiaco.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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