Hebraica
Cercasi Saba disperatamente

Storie intorno ai luoghi di provenienza della mitica Regina che incontrò Re Salomone

Udita la fama di Salomone, la regina di Saba venne per metterlo alla prova con i suoi enigmi. Arrivò a Gerusalemme con un seguito di cammelli carichi di profumi, spezie, oro e pietre preziose. Ammirò l’ordine e l’eleganza nella reggia di Salomone, visitò il Tempio e pose le domande che le stavano a cuore al re d’Israele ottenendo tutte le risposte. I due sovrani si scambiarono ricchi doni; la regina omaggiò il suo ospite con profumi, oro e pietre preziose, ricevendo in cambio tutto quello che desiderava. Ella quindi con i suoi servitori lasciò Gerusalemme per tornare nel proprio paese. Così il Tanakh racconta l’incontro tra la regina di Saba e Salomone in due passi – nel primo libro dei Re e nel secondo delle Cronache – quasi identici. Nessuna delle due pericopi indica però un dato su cui si sono arrovellati filosofi e geografi, teologi e mitografi nei millenni a venire: da dove proveniva la regina?

Nei due passi biblici, a ben vedere, della regina si riferisce solo una misteriosa indicazione toponomastica, “Saba”, e non viene detto neanche il nome. Nome che continua a mancare nei Vangeli di Luca e Matteo, dove gli autori si riferiscono a una basìlissa tou Notou, cioè una “regina del sud” (il Noto, chiamato anche Austro, è un vento che soffia dal meridione). Il riferimento al sud, insieme a quello alle spezie e ai profumi nel Tanakh, ha fatto pensare all’Arabia felix, che corrisponde all’incirca al territorio dell’attuale Yemen nell’estremità sudoccidentale della penisola arabica. All’incirca dal secondo quarto del primo millennio a.e.v. la zona fu popolata dai sabei, una etnia proveniente dall’Arabia settentrionale che per alcuni secoli diede vita a una civiltà fiorente, celebre in tutto il vicino oriente antico per le pietre preziose e gli aromi. I sabei, che giunsero a colonizzare una porzione dell’Etiopia settentrionale e dell’Eritrea, erano guidati da un re (malik). La monarchia prevedeva un complesso sistema di successione che però, stando a quanto sappiamo, escludeva le donne: elemento che crea una prima difficoltà a inquadrare nel contesto sabeo la leggendaria regina incontrata da Salomone. Un secondo problema è dato dal fatto che i sabei esistevano al tempo della messa per iscritto dei libri dei Re e delle Cronache, ma non nel remoto passato a cui questi stessi libri riconducevano le vicende di re Salomone.

Il midrash racconta che un giorno l’upupa riferì a Salomone, che era in grado di comprendere il linguaggio degli animali e in particolare degli uccelli, di aver scoperto nel lontano oriente una città chiamata Kitor “dove la polvere vale più dell’oro e l’argento è come il fango per le strade”. Questa meravigliosa città sembra vicina al giardino dell’Eden poiché è l’acqua che proviene dal giardino a irrorare i suoi alberi. Gli abitanti portano sul capo ghirlande intrecciate nell’Eden, non sono capaci di usare arco e frecce e non conoscono la guerra. Unico paese del mondo a non giacere sotto il dominio di Salomone, è governato da una donna che si chiama regina di Saba. Salomone allora inviò gli uccelli a Kitor con un messaggio per la regina. Quando questi giunsero in terra di Saba trovarono la regina intenta a adorare il sole, di cui la moltitudine degli uccelli in volo presto oscurò la luce. L’upupa si posò accanto alla regina e le consegnò il messaggio di Salomone, che la invitava a Gerusalemme. La narrazione del midrash continua in più direzioni, quello che qui ancora interessa è la risposta della regina alla lettera di Salomone: “Dalla città di Kitor alla terra d’Israele sono sette anni di viaggi. Se è vostro desiderio e auspicio che io venga a trovarvi, mi affretterò e sarò a Gerusalemme dopo tre soltanto” (Louis Ginzberg, Le leggende degli ebrei VI, Adelphi). Il luogo da dove proviene la misteriosa regina è dunque in un mitico oriente vicino all’Eden, distante anni di cammino da Gerusalemme. Come vedremo presto, a molti autori successivi indicazioni tanto generiche non sembreranno sufficienti.

Giuseppe Flavio, nelle Antichità giudaiche, dà alla regina il nome di Nikaulis. Nella sura 27 del Corano si racconta che la regina di Saba avrebbe abbracciato la fede di Salomone in Allah, rinunciando ai precedenti culti del suo popolo. La tradizione araba medievale si è spesso soffermata sul viaggio a Gerusalemme della regina, a cui le fonti attribuiscono talvolta il nome di Bilqis. Ma il testo più straordinario che affronta questa leggenda è il Kebra Nagast, “La gloria dei re”, composto nel secolo XIV in Etiopia per disegnare il mito nazionale del paese africano. Secondo il Kebra Nagast la regina di Saba, chiamata qui Macheda, dopo l’incontro con Salomone avrebbe dato alla luce un figlio, che sarebbe poi diventato il primo imperatore d’Etiopia con il nome di Menelik. Questo figlio, detto per inciso, dopo la prima infanzia trascorsa con la madre si sarebbe recato dal padre per essere educato – Salomone era pur sempre considerato l’uomo saggio per eccellenza – e tornare infine in Etiopia come sovrano. Lasciando Gerusalemme Menelik avrebbe trafugato l’Arca dell’alleanza, che ancora oggi sarebbe sepolta da qualche parte nei dintorni di Axum. La migliore prova dell’enorme influenza di questo mito come racconto di fondazione della monarchia etiope è la bandiera del vecchio impero, che è esistito fino in pieno secolo XX quando, nel 1936, soccombette all’esercito dell’Italia fascista alla conquista tanto sanguinosa quanto effimera di un impero coloniale. Al centro del vessillo vediamo nientemeno che una versione del leone di Giuda, con tanto di corona regale e, tra gli artigli delle zampe anteriori, una lunga croce con appeso in alto il drappo con i colori nazionali rosso giallo e verde. Non si discosta molto da questo modello l’odierna bandiera etiope: i colori sono i medesimi mentre il leone di Giuda scompare, sostituito però dal simbolo noto come “sigillo di Salomone”, una variante di stella a cinque punte citata in testi ebraici apocrifi di età imperiale romana che rispondono soprattutto a interessi demonologici.

C’è un altro luogo citato più volte nel Tanakh che ha stimolato la fantasia di poeti, archeologi e navigatori. Si tratta di Ofir, che compare nei passi dei libri dei Re e delle Cronache già citati ed è dunque in relazione con l’episodio della regina di Saba. Di Ofir sappiamo però essenzialmente solo due cose: è un porto e qui vengono caricate sulle navi quantità di oro che sfidano i limiti dell’immaginazione. Ofir viene citato anche nei libri profetici, per esempio in Isaia, come luogo famoso per le ricchezze, una sorta di biblico eldorado. Anche in questo caso, però, gli indizi ricavati dai testi non sono stati sufficienti a localizzare il paese dell’oro, suscitando una ridda di ipotesi sovente fantasiose. Ofir è in Afghanistan per Giuseppe Flavio, altri invece lo collegano alla linea che lega la regina di Saba all’Etiopia: sarebbe allora un porto sulla costa africana del mar Rosso, da cui le navi avrebbero potuto salpare verso il golfo di Aqaba e da lì i ricchi carichi essere trasportati via terra fino a Gerusalemme. Il portoghese Tomé Lopes, che nel 1497 seguì Vasco da Gama nel suo periplo dell’Africa, ritenne che Ofir fosse l’antico nome dello Zimbabwe, non a caso a quel tempo centro mondiale del commercio dell’oro. Nel Paradiso perduto (1667) il poeta inglese John Milton lo assimila invece a una località lungo la costa del Mozambico. Nel 1571 il teologo Benito Arias Montano si spinse oltre scavalcando l’Oceano e identificando Ofir in Perù, dove le popolazioni locali sarebbero discendenti di Sem figlio di Noè. Pochi anni più tardi, nel 1568, il navigatore spagnolo Alvaro Mendaña de Neira approdò, primo tra gli occidentali, su un arcipelago del Pacifico occidentale non lontano dalla Nuova Guinea. Queste isole, secondo Mendaña che evidentemente auspicava di trovarvi favolose ricchezze, erano nientemeno che Ofir e perciò vennero chiamate Isole Salomone, nome che hanno conservato fino a oggi. Nell’Ottocento il filologo tedesco Friedrich Max Müller identificò Ofir con Abhira, antica città vicina alla costa del Pakistan di cui erano stati da poco rinvenuti i resti. Più recentemente colleghi di Müller hanno localizzato la mitica città dell’oro di volta in volta in Oman, nello stato indiano meridionale del Kerala o nella vicina isola di Sri Lanka. La letteratura d’avventura, i fumetti e il cinema non potevano perdere occasione di sfruttare il mito di Ofir. In uno dei suoi libri di ambientazione malese, Il Re del Mare, Emilio Salgari fa coincidere Ofir con l’isola indonesiana di Sumatra. Nel popolare romanzo di avventura Le miniere di Re Salomone l’inglese Henry Rider Haggard colloca Ofir addirittura in Sudafrica: molto lontano da Gerusalemme, vicinissimo invece a giacimenti auriferi famosi negli ultimi anni dell’Ottocento quando il libro è stato scritto. Non poteva mancare all’appello l’americano Edgar Rice Burroughs, che intitola uno dei volumi della serie di Tarzan, Tarzan e i gioielli di Opar e lo ambienta in una città dell’oro abitata da discendenti della perduta Atlantide.

Oggi negli Stati Uniti esistono due centri che hanno nome Ophir: una vera e propria città nella contea di Tooele nello Utah e un paesino nella contea di San Miguel in Colorado. Forse i fondatori si aspettavano di dare vita a una nuova città dell’oro, o forse hanno pensato di creare una connessione tra i nuovi centri e il mitico racconto della Bibbia. Ma la leggenda di Ofir non è oggi il semplice sedimento di narrazioni di cui il senso complessivo sarebbe ormai dimenticato. Il mito persiste nei fumetti e al cinema – basti pensare alle avventure fantastiche di Indiana Jones – e anche se talvolta Ofir è chiamato con altri nomi offre spesso lo spunto per accendere l’interesse di lettori e spettatori. E’ un mito che, lungi dall’abitare unicamente sulla carta, esercita influenza anche sulla geopolitica. Un esempio eloquente risale al 1970, quando dopo la guerra dei sei giorni lo stato di Israele controllava tutta la penisola del Sinai. Allora un piccolo villaggio di pescatori chiamato in arabo Sharm el-Sheik, allora completamente sconosciuto, venne rinominato Ofira, che in ebraico significa “verso Ofir”. Furono proprio gli israeliani a costruire le prime strutture turistiche che avviarono la trasformazione del borgo in un centro di attrazione turistica di fama mondiale.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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