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Cerimonia delle scuse: Paolo Mancarella

Il testo integrale dell’intervento del Rettore dell’Università di Pisa

Riportiamo l’intervento completo di Paolo Mancarella, Rettore dell’Università di Pisa, in occasione della Cerimonia della Scuse, 20 settembre 2018

 

Ci sono giorni in cui è bene che il presente incontri il passato, oggi abbiamo voluto che fosse uno di questi.

Qui, molti anni fa, sono avvenute cose che non sarebbero mai dovute accadere. E noi vogliamo ricordarlo. Ci sono vite che, a partire da questo luogo, sono state sospese, stravolte, distrutte. Diremo di loro e di quel che accadde. Anche altrove, anche ad altri, anche prima, anche dopo, con la speranza che questo non succeda mai più.

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Nel 1938 il fascismo varò le leggi di persecuzione degli ebrei, e la burocrazia statale, obbediente, agì con sorprendente efficienza. Con un formulario dettagliato – albero genealogico, parentele, indirizzo, proprietà, conto corrente – si procedette al “censimento” dei 47 mila italiani ebrei e degli oltre 10 mila stranieri ebrei residenti in Italia. Gli elenchi vennero tenuti aggiornati, cosicché, cinque anni dopo, nel 1943, gli occupanti nazisti, con l’ausilio zelante dei funzionari di Salò, poterono andare a colpo sicuro, deportarne più di 8.000 e ucciderne 7.172.
Settemila-cento-settantadue esseri umani.

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Fu a due passi da noi, nella tenuta di San Rossore, – tradizionale residenza estiva di Casa Savoia – che, ottant’anni fa, Vittorio Emanuele III firmò il primo provvedimento antisemita voluto dal regime fascista: il regio decreto legge n. 1390. Si trattava di sette brevi articoli.

Usando la formula “sospensione del servizio” si stabiliva che – assieme a studenti, presidi, insegnanti, di tutte le “scuole del regno” – fossero espulsi dalle università: professori, assistenti, aiuti e liberi docenti. Si precluse, inoltre, agli studenti ebrei di iscriversi per quello e per i successivi sei anni.

I “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista” colpivano il settore che più di ogni altro rende un paese libero: quello della formazione, dell’educazione e della ricerca.

La politica antiebraica perseguita dal fascismo nella scuola e nell’università risultò persino più drastica delle misure adottate dalla Germania hitleriana e dal governo della Francia di Vichy. Quel decreto fu applicato, senza eccezioni, dai rettori di tutti gli atenei italiani: i rettori obbedirono.

Il bilancio per l’intero sistema universitario porta il risultato finale di 448 docenti ebrei allontanati dalle università e di 727 studiosi espulsi da accademie, istituti di ricerca, istituzioni culturali.

Anche nella scuola media vennero colpiti 279 presidi e professori oltre che un numero ancora oggi imprecisato di maestri elementari. Si misero al bando anche 114 libri di testo di autori ebrei. Dalle elementari alle superiori si calcola, per come si può, che i ragazzi e i bambini ebrei estromessi da scuola furono più di 6.000.

La quota degli studenti universitari italiani ebrei rimane, invece, ancora indeterminata. Bandite le iscrizioni – si può ipotizzare l’esclusione di 800/1000 giovani ebrei – venne tollerata la prosecuzione degli studi per coloro che erano al 2° anno. Questo consentì, dopo un tormentato percorso, anche a Elio Toaff di conseguire qui a Pisa la laurea. Gli studenti ebrei, comunque, non poterono ottenere più alcun sostegno, né premi, né borse e posti di studio.

Censiti fin dal febbraio 1938, gli studenti stranieri ebrei furono a loro volta oggetto di drammatiche restrizioni che colpirono una componente cospicua ed essenziale della dimensione internazionale delle università italiane negli anni Trenta.

Dopo quella di Bologna, l’università di Pisa era la più frequentata: 390 studenti stranieri – su una popolazione totale di meno di 2000 studenti – di cui ben 290 ebrei. Oltre gli espulsi, nonostante la fragile possibilità di concludere gli studi, anche la quasi totalità degli altri studenti stranieri scelse di lasciare l’Italia.

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L’incontro di oggi vuole assumere un senso di risarcimento morale da parte dell’istituzione che si rese corresponsabile della discriminazione: l’università obbedì.

La legislazione fascista prese dunque le mosse da qui ma, dal novembre ’38, riguardò le proprietà immobiliari e aziendali, l’amministrazione centrale e periferica dello Stato, il parastato, le Opere Nazionali, le banche e le assicurazioni, le professioni, il commercio d’arte e ambulante, gli spettacoli, sino a discriminare anche in materia testamentaria, di patria potestà, di tutela di minori, degli aspetti più ordinari della vita quotidiana. La persecuzione fu il risultato sia della politica totalitaria del regime che degli indirizzi prevalenti in alcune “nuove” discipline scientifiche praticate e insegnate nelle stesse università italiane ed europee. Materie come Diritto coloniale, Biologia delle razze umane, Demografia comparata delle razze fornirono alibi all’obbedienza e al cinismo complice dei docenti sull’espulsione dei colleghi.

La legislazione razziale nelle colonie e quella antiebraica furono quindi anche effetti di un percorso che coinvolse pesantemente l’università che, fin dal 1931, col “Giuramento di fedeltà al fascismo” si era dimostrata, in larghissima parte, prona al regime fino a quest’ultima sciagurata scelta: tutti obbedirono.

Mussolini si procurò addirittura una “legittimità scientifica”, proprio grazie al concorso dell’Accademia. “Il manifesto degli scienziati razzisti” da lui dettato, è del luglio del ’38. L’epurazione coinvolse una parte significativa dei docenti, con perdite molto gravi nei campi della medicina e delle scienze matematiche, fisiche e chimiche, e rilevanti in quelli delle scienze umanistiche.
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Consentitemi ora un cenno alla storia di questo ateneo, è quella che siamo riusciti ad approfondire di più: la uso solo per dare meglio il senso del tutto.

Il 24 settembre 1938 il rettore Giovanni D’Achiardi obbedì. Spedì al ministero la lista dei docenti destinati alla sospensione: quelli di ruolo erano cinque, quattro ordinari e uno straordinario, tutti di facoltà scientifiche: i medici Enrico Emilio Franco; Attilio Gentili e Cesare Sacerdoti; il fisico Giulio Racàh; l’agronomo Ciro Ravenna. Ad essi si aggiungevano, tra i liberi docenti: l’entomologa Enrica Calabresi; il fisico Leonardo Cassuto; i medici: Aldo Bolaffi; Salvatore De Benedetti; Roberto Funaro; Emanuele Hajòn Mondolfo, Raffaello Menasci, Bruno Paggi. Tra gli assistenti, i medici: Giorgio Mìllul, Naftoli Emdin, Aldo Lopez, Renzo Toaff; il chimico Pietro De Cori; il giurista Renzo Bolaffi e il lettore di lingua tedesca Paul Oskar Kristeller. La perdita complessiva fu dunque di 20 docenti, ma questo non suscitò alcuna presa di posizione, alcuna indignazione, e men che meno alcuna pubblica protesta da parte dei colleghi. I colleghi obbedirono.

Se ai docenti espulsi dall’ateneo di Pisa è possibile dare un nome, così non ci è dato sapere chi e quanti furono gli studenti ebrei a cui per sette anni fu impedito di iscriversi.

Sappiamo invece quanti furono – e possiamo dare a tutti loro un nome e un volto – gli studenti stranieri ebrei che non poterono rinnovare l’iscrizione pagando quella doppia condizione. La loro persecuzione iniziò nell’aprile, prima dell’avvio della legislazione antisemita. La documentazione dell’Archivio Storico del nostro Ateneo, da questo punto di vista, è spietata.

La loro era stata una fuga della speranza, alla ricerca di un diritto agli studi più garantito che convogliò verso il nostro ateneo una parte consistente dell’emigrazione studentesca europea ebraica.

Nella prolusione dell’anno accademico 1939/40, il nuovo rettore Evaristo Breccia affrontava l’argomento facendo ricorso, per obbedienza, all’abusata retorica della rigenerante copertura dei vuoti: «La cifra degli studenti iscritti nelle varie Facoltà – affermava Breccia – è notevolmente diminuita nello scorso anno, per la partenza, non deplorabile, di qualche centinaio di stranieri i quali erano ospiti ben accetti, ma che non contribuivano in nessun modo ad accrescere il prestigio della nostra Scuola, né ad elevare il tono dell’insegnamento. Sono lieto di annunciare che il vuoto si va rapidamente colmando con elementi nazionali».

Dopo l’espulsione dall’ateneo di Pisa la sorte di queste centinaia di studenti, a cui vennero annullati tutti i diritti, rimase ignota.

Nota, almeno parzialmente, è invece la sorte dei 20 docenti espulsi. Sappiamo che dopo le persecuzioni e la guerra soltanto 5 poterono ritornare: Bolaffi, Lopez, Mìllul, Paggi e prima, con una storia a sé, Gentili.

Il fisico Giulio Racàh, i medici Enrico Emilio Franco e Renzo Toaff decisero, volontariamente, di non tornare in Italia. Per altri il ritorno non fu possibile.

L’entomologa Enrica Calabresi nel 1944 fu arrestata dai fascisti a Firenze. Destinata ad Auschwitz, il 20 di gennaio, nel carcere di Santa Verdiana, ingerì una fialetta di fosforo di zinco che da tempo portava con sé. Fa uno strano effetto pensare che oggi nel mondo ci siano creature animali che portano il suo nome.

Il medico Raffaello Menasci fu arrestato a Roma dai nazisti durante la retata al ghetto del 16 ottobre 1943 e fu deportato ad Auschwitz due giorni dopo.

Il chimico Ciro Ravenna, venne invece arrestato nella sua città natale, Ferrara, il 15 novembre 1943; condotto nel campo di Fossoli e deportato ad Auschwitz il 22 febbraio. Fu ucciso all’arrivo.

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Nell’elevare il ricordo in atto di riparazione, l’ateneo di Pisa fa proprie oggi – 20 settembre 2018 – le parole scritte nel 1938, dopo l’espulsione, da Naftoli Emdin, ai propri figli Ruben e Rafael, anch’essi espulsi dal liceo.

«Ragazzi miei, scrivo per voi perché comprendo come nei vostri cervelli ancora giovani e freschi, e non abituati a una visione più vasta e più calma delle cose umane, gli avvenimenti di questi ultimi giorni abbiano potuto produrre un certo smarrimento (…). Non vorrei che (…) questa angoscia lasciasse in voi quel senso d’inferiorità (…) che potrebbe pregiudicare la regolarità e la dirittura del vostro cammino su quella via della vita che per noi è stata sempre difficile (…).
Inutile sarà quindi discutere sulle cosiddette teorie che abbiamo letto (…), inutile sarà cercare la dimostrazione che noi siamo della stessa razza degli altri nostri vicini (…); inutile lambiccarsi il cervello per vedere se noi siamo europei come gli altri o se gli altri sono più asiatici di noi – tutto ciò che si scrive e si scriverà in proposito non è una scienza, ma un indirizzo politico (…)».
«Solo levando alta nei nostri cuori la fiamma della dignità, solo guardando diritto negli occhi chi cerca di vilipenderci potremo infondere negli altri il rispetto verso di noi stessi (…)».

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La parola scuse che abbiamo dovuto usare solo per far comprendere la nostra intenzione, è eloquente ma, al contempo, inappropriata e inadeguata.

Infatti, che cosa dà a noi, a me, il diritto di pronunciare oggi parole così nette e risolute, com’è necessario a un proposito di risarcimento morale e civile? Niente e nessuno. Quel che penso è che noi, oggi, sentiamo il dovere di farlo pur senza averne il diritto. Il tempo, lunghissimo, trascorso ci dà un vantaggio, non un diritto. Non hanno più presa su di noi oggi le ragioni – di Stato, di corporazione, di carriera, di quieto vivere, di indulgenza reciproca – che al momento della Liberazione impedirono di unire alla reintegrazione di docenti e studiosi cacciati ignobilmente dalle università italiane, anche il riconoscimento aperto della folle iniquità che li aveva offesi.

Troppo facile quindi chiedere scusa. Ma noi oggi dobbiamo avere la forza di non obbedire mai, di non obnubilare mai la mente per cedere a nuove inique ragioni – di Stato, di corporazione, di carriera, di quieto vivere, di indulgenza reciproca.

Dobbiamo cominciare dalle scuse. Anche per le comunità infatti, anche per le Istituzioni, deve e può esistere qualcosa che valga civilmente come vale la richiesta di perdono per i singoli o per le comunità di fede. Allora non successe. Successe spesso il contrario: che i perseguitati dal razzismo e poi reintegrati fossero posposti ad altre categorie. Successe a docenti insigni di essere reinsediati nelle cattedre da cui erano stati espulsi, ma solo affiancando e subordinandosi ai loro “successori”.

Ci furono, sì, espressioni personali, anche numerose, anche pubbliche e sentite e toccanti. Ma non una manifestazione collettiva, istituzionale, di riconoscimento della vergogna che ebbe luogo. Se non fosse così non avrebbe senso l’intento che ci ha portati qui oggi a incontraci e a guardarci finalmente negli occhi.

Un riconoscimento in realtà ci fu, il più solenne, e fu la Costituzione.
Lì si impiegò la parola “razza” – e questo è un pregio della Carta italiana – solo come citazione, con la volontà di non pronunciarla più: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Lo scorso 13 luglio l’Assemblea nazionale francese ha soppresso all’unanimità la parola “race”, “razza”, dall’articolo 1 della sua Legge fondamentale. Una parola che deve la più attendibile e folgorante etimologia a Gianfranco Contini, un altro grande dell’Università italiana e pisana: un’origine “zoologica, veterinaria, equina”, scrisse.

Per rievocare la vicenda del rientro degli ebrei espulsi: dei compromessi, delle viltà, del viavai delle epurazioni e delle riabilitazioni, valga una sola frase, quella con cui il filologo Cesare Segre descrisse l’amarezza del suo grande prozio, Santorre Debenedetti, dalla cattedra torinese “riconquistata”, scrisse:
“Male si trovava in un mondo uscito senza rossore dalla vergogna”.

Ecco, l’Italia si ingegnava di uscire dalla vergogna senza rossore e lo faceva soprattutto il luogo cui avrebbero dovuto esser sacre giustizia e libertà, il mondo dell’università.

Ma appunto, caricarci noi oggi, qui, del rossore allora mancato non può bastare. In realtà non è che una parte del tutto, la più manifesta. Non posso evitare l’interrogativo che è in ciascuno che ripercorra la vicenda del razzismo italiano. L’interrogativo che è, lasciatemi facilmente immaginare, in ciascuno di noi convenuti: “Che cosa avrei fatto io allora? Avrei obbedito?”. Interrogativo senza risposta. Interrogativo utile, non solo a evitare ipocrisia e codarda prevaricazione, ma a riproporsi oggi con la sola variazione del tempo del verbo: “Che cosa farei io in una circostanza simile? Obbedirei?”

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Nel luglio scorso ho letto una frase di un blogger serbo-bosniaco che pure riguardava un anniversario, quello del massacro di Srebrenica, altro orrendo esempio dell’odio per i diversi da sé – perché di questo stiamo parlando, ricordiamocelo bene.
Dice: “La malvagità non ha bisogno di gente malvagia, ma di persone obbedienti”.

Mi ha subito evocato un’altra frase di un uomo a cui la mia formazione deve molto, un italiano – ebreo, peraltro – poi prete e priore a Barbiana: “L’obbedienza non è più una virtù”, ricordate?

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La moralità degli studenti e dei docenti che allora subirono l’ingiustizia ci guidi nel ricordo, nella riparazione, nella ricostruzione delle virtù civiche oggi necessarie alla resistenza contro tutte le discriminazioni, anche quelle del nostro tempo. Noi non dobbiamo obbedire mai più a ciechi intendimenti che calpestino la ragione e annullino la dignità dell’uomo.

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Spettava quindi a noi risarcire? Non so dirlo. C’è una cosa di cui ho certezza: noi siamo quelli venuti qui dopo coloro che, accecati, fecero del male alle vostre madri e ai vostri padri, ed è per questo che sentivamo di dovervi questo riconoscimento.

Paolo Mancarella, Rettore dell’Università di Pisa


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