Hebraica Nizozot/Scintille
Chayim, il termine plurale che indica la vita. Appunti di bioetica ebraica

Se salvare, proteggere e curare vite è il gesto più sacro per l’ebraismo, la professione del medico si avvicina all’imitatio Dei. Ma il primo medico, per la legge ebraica, è il paziente stesso… Viaggio nel mondo della medicina

Il termine bioetica, in generale, indica l’insieme dei valori e delle norme che concernono l’esercizio della pratica medica e della ricerca scientifica a riguardo del bios, che in greco significa ‘vita’, con particolare attenzione ai problemi posti dall’inizio e dalla fine dell’esistenza umana (fecondazione artificiale, aborto, accanimento terapeutico, eutanasia, ecc.).
In quanto parte di una più vasta visione del mondo, dell’uomo e di Dio, anche la bioetica ebraica è sempre ispirata, se non derivata, dalla Torà e resta essenzialmente fondata sulla Tradizione rabbinica che quella Torà interpreta, segnatamente sulla halakhà. Pertanto si tratta di un’etica eteronoma, ossia che non dipende in ultima istanza dall’uomo e dalla ragione umana ma va ricavata da una Legge superiore, con la L maiuscola. Sebbene il lume naturale della ragione sia importante anche nelle decisioni halakhiche (almeno quanto lo è nel discorso scientifico), tuttavia in ambito di etica ebraica il raziocinio deve ragionare a partire dalla Torà, non in sostituzione di essa. L’autonomia del decisore nella decisione halakhica esiste, ma nei limiti fissati dalla stessa halakhà. Questa premessa implica, inoltre, che quelle decisioni siano da considerarsi, dal punto di vista ebraico, come veri e propri doveri (non consigli o ‘diritti’), sebbene esse siano da accertarsi ‘caso per caso’ da parte di chi ha competenze nella valutazione e nella direttiva pratica. In altre parole, una bioetica che si fregi dell’aggettivo ‘ebraica’ presuppone un atteggiamento di fede religiosa negli ordinamenti che Iddio benedetto ha comandato all’uomo (e idealmente a tutta l’umanità) e che Israele si è assunto la responsabilità, al Sinài, di eseguire, con gli oneri connessi.

In quanto set di princìpi e norme che riguardano la vita umana, la bioetica intende tutelare tale vita dal suo incipit alla sua fine naturali. Non è sempre facile stabilire o fissare tale incipit: anche nel giudaismo esistono opinioni diverse, sebbene vi sia un consenso maggioritario circa il quarantesimo giorno dal concepimento (quaranta è, nel giudaismo, un numero simbolico, che indica una pienezza o un giungere a maturazione). Sul fine-vita esistono poi due diverse definizioni di morte: arresto cardiaco oppure blocco di ogni attività cerebrale, e ciò rende difficile stabilire quale sia la ‘naturale’ fine della vita. Ma, sotto questi dibattiti medici, resta la centralità assoluta della vita umana. La lingua ebraica ha molti modi per esprimere l’esistenza/essenza vitale dell’uomo la cui materia organica – ma anche inorganica, da un punto di vista chimico – diventa ‘vita’ grazie a un elemento diverso, cioè spirituale, chiamato ‘anima’, per il quale si usano i termini non sinonimi di nefesh, ruach e neshamà. Insieme vengono, per così dire, a comporre l’unità vitale umana per la quale il termine corrente, in ebraico, è chayim, che sta appunto per vita o, grammaticalmente, essere vivente. Si tratta inoltre di un termine al plurale, e ciò potrebbe già rimandare al fatto che è difficile parlare della vita in modo univoco, singolare, monologico. La complessità del fenomeno-vita descritta dalle scienze biologiche e psicologiche moderne è già allusa da quel plurale, chayim, che non permette di chiudere la vita in una sola dimensione, quella fisica o fisiologica, come è stata tendenza tra gli scienziati positivisti tra Otto e Novecento.

Per il mondo ebraico il valore inestimabile della vita sta alla base di tutto, è il criterio regolatore sia del sistema morale sia delle norme di purità, è la cornice della hashqafà o Weltanschauung dell’intero giudaismo, nella quale poi troviamo articolati i precetti (mitzwot) e il resto degli insegnamenti morali (musar). La vita, ebraicamente, è sacra e inviolabile; tale sacralità (qedushà) deriva dalla fede nell’essere creati be-tzelem Elohim, a immagine divina. A tale sacralità si ispira de jure et de facto tutta la bioetica ebraica. Da qui si deduce il dovere inderogabile di ‘salvare ogni vita umana’ e in quel salvare va compreso il proteggere, il tutelare, il custodire la vita così come il soccorrerla e il curarla qualora sia ferita o in pericolo di morte. Parliamo della vita nell’unità di corpo-e-anima, si intende, perché in quest’ottica non c’è vita senza corpo e la sanità del corpo è condizione dell’integrità e della salute dell’anima. Non solo, ma qui il corpo va inteso non come una proprietà privata, di cui disporre a piacimento, ma come un dono e una responsabilità per se stessi e per altri (la comunità, il corpo sociale/politico appunto), perché nessun io è comprensibile né può vivere o sussistere senza il noi di una famiglia e di una comunità. È in rapporto a questa sacralità e a questo dovere che viene interpretato il versetto della Torà: “Osserverete le Mie leggi [chuqqotai] e i Miei statuti [mishpatai], praticando i quali l’uomo ha la vita [wa-chai ba-hem]” (Wayqrà/Lv 18,5).

A questo fondamentale principio di tutela della vita devono attenersi tutti gli ‘attori’ della bioetica: scienziati e medici, infermieri e decisori halakhici e/o politici, ma soprattutto il malato, il cosiddetto ‘paziente’ (non è un mero cliente dell’azienda sanitaria) sul quale ricadono i primi, se non i principali, doveri bioetici di cui stiamo parlando. Spesso si crede che la bioetica riguardi il sistema sanitario in quanto tale, o le corporazioni di medici e paramedici, o verta soltanto sulle relazioni tra medico e malato, e si sottovaluta la consapevolezza etica che anzitutto il malato deve avere. Potremmo dire che ogni malato è o dovrebbe considerarsi il primo medico di se stesso, nel senso che deve essere il primo a cui sta a cuore la propria salute e la propria guarigione. “Se io non sono per me, chi sarà per me?” (Pirqé Avot I,14) è un detto attribuito a Hillel l’anziano. Prima di essere un diritto, quello alla salute è un dovere che implica lo scegliere uno stile responsabile di vita, teso a prevenire eventuali rischi per la nostra incolumità sanitaria. Chiamiamola ‘bioetica preventiva’, così come c’è una medicina preventiva allo stesso scopo. Come ogni vera etica della responsabilità, anche la bioetica ebraica è vòlta a valutare l’eticità/la moralità di un’azione in base alle sue conseguenze, e mentre può essere dubbio che un’azione dalle conseguenze positive sia comandata dalla Torà e in genere dalla tradizione ebraica, è certo che un’azione che abbia conseguenze negative, per sé e/o per altri o che danneggi il corpo o l’animo/la psiche umana, è sempre riprovevole e condannata dal punto di vista ebraico. La questione delle conseguenze etiche assume nella bioetica ebraica un ruolo centrale, accanto all’altro e più ovvio criterio che è l’ottemperanza alle norme della Torà e dell’halakhà. Là dove queste sono esplicite, occorre solo ‘dedurre’ logicamente e ‘applicare’ la norma generale ai casi specifici. Ma là dove i casi specifici non sono esplicitamente menzionati nella norma generale, occorre uno sforzo ermeneutico-applicativo che richiede una valutazione oggettiva, una ponderazione dei molteplici e diversi approcci al problema e un discernimento che soppesi anche un principio di gradualità.

La fede ebraica crede che la vita e la morte abbiano, oltre quella naturale, una dimensione trascendente; i percorsi della salute fisica dell’essere umano poi non sono sempre lineari e predicibili da parte della scienza; infine vale per tutti, credenti e non, osservanti o meno, il fatto che, a volte, le medesime medicine possono avere effetti diversi quando somministrate a pazienti diversi, e che non tutti i malati rispondono allo stesso modo alle medesime terapie. Alla fine, la fede insegna che la chiave ultima della vita non è nelle nostre mani. È un insegnamento attestato dalle fonti rabbiniche quando attribuiscono a Iddio benedetto il titolo di Rofè ossia Colui che guarisce, il Medico per antonomasia. La professione medica è, dal punto di vista ebraico, una vera e propria imitatio Dei e forse nessuno più dei medici, dei paramedici e degli speziali (i farmacisti, vecchio stile) contribuiscono all’ideale del tiqqun ha‘olam, al miglioramento del mondo, attraverso la cura dei corpi e l’alleviamento delle sofferenze umane, che sebbene sembrino solo corporali sono sempre anche psico-spirituali.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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