Cultura
Christian Boltanski, la memoria dell’arte

Ritratto dell’artista appena scomparso

La memoria è universale? Si può provare a rispondere in tanti modi a questa domanda, ma sicuramente uno di questi coincide con il nome di Christian Boltanski, l’artista francese appena scomparso che ha fatto della memoria la sua arte. Le sue installazioni sono la rappresentazione di una ricerca, anzi di un equilibrio sottile, precario quanto necessario tra monumento e intimità di una memoria collettiva e al contempo individuale. Un fare memoria che in questo caso si avvalora del gesto concreto di un artista che maneggia la materia del ricordo, in una tensione tra esistenza e oblio di cui si compone l’opera d’arte.

Una grande retrospettiva è andata in scena a Parigi nel 2019 al Centre Pompidou con il titolo Faire son temps. Era un viaggio dal sapore di un’istantanea, perché nonostante proponesse opere e installazioni messe a punto in epoche diverse della vita dell’artista, l’allestimento non prevedeva nessun accenno alla cronologia. Piuttosto, un labirinto dentro un viaggio che iniziava nel 2015 per concludersi nello stesso anno, attraverso lavori giustapposti con il compito di narrare la memoria. Di renderla attuale, contemporanea e non, appunto, legata al passato. A fare da guida erano i volti, quelli dell’artista stesso accanto a quelli di molti altri: i fantasmi, come nei Fantômes de Varsovie, (2001), i 1200 “umani” di Menschlich (1994), anonimi, bambini, famiglie, Suisses morts (1991), scolaretti, giovani donne… Il volto racchiude l’assoluto. E Boltanski aveva dichiarato di desiderare, come artista, di non averne più uno specifico, piuttosto un volto che racchiudesse un’immagine collettiva. In Miroirs Noirs, 2015, sostituiva al volto uno specchio proprio per trasformare il singolare in universale. In Autel Lycée Chases mostra i volti di otto giovani ebrei, studenti del Lycée Chases nella Vienna del 1931, prima della salita al potere del nazismo. I loro sguardi spospesi emergono dal buio, affiorando da un tempo lontano che ne ha confuso i tratti. 10 Portraits Photographiques de Christian Boltanski, 1946-1964 è un libro d’artista in cui sono raccolti i ritratti di sconosciuti, bimbi e giovani tra i due e i 20 anni che vengono indicati come l’artista nelle sue diverse età. E poi, Kaddish, altro libro d’artista che accompagnava la mostra Dernieres Années allestita a Parigi nel 1998, è un’enorme raccolta di ritratti in bianco e nero di persone, cose e luoghi. Nel volume non compare alcun testo, se non i titoli delle sezioni: Menschlich, Sachlich, Örtlich, Sterblich. Non è un catalogo, ma invece un “pezzo” dell’esposizione, un’opera d’arte dedicata al ricordo che affonda le sue radici nella Shoah.

Punto di partenza di tutto il suo lavoro è la propria infanzia e la nascita in senso collettivo. La spinta creativa va cercata lì, dando alla vita la funzione di opera impossibile, mentre l’opera ne diviene l’unica guarigione. Guarire dal male della vita allora è una catarsi dolorosa, a cui deve sottoporsi lo spettatore. Per Boltanski infatti il pubblico non deve stare davanti all’opera ma dentro di essa, farne parte. Ecco perché dalle sue installazioni si viene travolti, in una coincidenza tra cose e persone che a loro volta coincidono con noi visitatori: quei volti siamo noi, quegli abiti siamo noi, quelle scatole di biscotti siamo noi… Forse è proprio in questo ideale che si trova la spiegazione all’adesione a un approccio che Boltanski ha sempre rivendicato: l’arte parla a tutti.

Boltanski ora non c’è più. Ma il suo fare memoria, il suo richiamare l’attenzione, il suo catturare lo sguardo di tutti, è lì, nei suoi libri, nelle sue installazioni.

Christian Boltanski nasce alla fine della Seconda guerra mondiale da padre ebreo e da madre cattolica. Ha iniziato a dipingere nel 1958 all’età di 13 anni come autodidatta. Dal 1967 smette di dipingere per dedicarsi alla sperimentazione e alla scrittura, attraverso lettere e documenti che invia ai grandi artisti dell’epoca, incorporando nella sua opera elementi del suo mondo personale e della sua biografia, reale o immaginaria, che diventano il tema principale dei suoi lavori. A Bologna ha trasformato in un’installazione artistica il relitto del Dc-9 dell’Itavia precipitato in mare alle 20.50 del 27 giugno 1980 al largo di Ustica, conservato nel museo per la Memoria di Ustica, promosso dall’associazione dei familiari delle vittime.

 

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *