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Come Mosè ed Ester: l’adozione nell’ebraismo

Rassegna stampa tematica

Creare una propria famiglia (laddove avere figli in modo naturale non sia possibile) e dare una famiglia a chi non ce l’ha: l’adozione, si potrebbe dire, è una doppia mitzvah. L’orfano, accanto alla vedova e allo straniero, è la persona nei confronti della quale la Torah più raccomanda cura e protezione, un principio ribadito anche nella letteratura rabbinica, scrive Rabbi Shmuly Yanklowitz su The New York Jewish Week. E aggiunge, due dei più grandi leader del popolo ebraico crebbero come figli adottivi: Mosè nella famiglia del Faraone, Ester presso lo zio Mordechai.

Perché sia conforme alla Halakhà, tuttavia, l’adozione deve compiersi secondo determinate regole; e il rapporto di filiazione che si crea tra il genitore adottante e il bambino adottato presenta alcune differenze rispetto a quello tra genitore e figlio naturale. Vediamo come.

 

L’origine dell’adottando: ebreo o non ebreo?

Alla domanda su quale opzione, tra adottare un bambino ebreo o non ebreo, sia da preferire, Rabbi Doniel Neustadt su Torah.org risponde: “Entrambe le scelte hanno i loro vantaggi e svantaggi. In teoria, un bambino ebreo sarebbe preferibile, poiché è una grande mitzvah crescere un bambino ebreo che diversamente potrebbe non avere mai una famiglia ebraica. In pratica, tuttavia, potrebbe essere difficile verificare l’yichus del bambino e in tal caso potrebbero sorgere problemi quando da grande vorrà sposarsi”.

Per yichus si intende la discendenza, secondo la quale, spiega Barbara T. Blank su My Jewish Learning, un ebreo può appartenere alla tribù di Cohen, di Levi o di Israel: “Se, per esempio, un maschio nasce Cohen, la legge ebraica gli proibisce di sposare una divorziata, anche se i suoi genitori adottivi non sono Cohen”. Insomma, se il bambino è ebreo, è indispensabile avere tutte le informazioni su che tipo di ebreo sia, e può venirne fuori un pasticcio.

Continua Rabbi Doniel Neustadt nell’articolo sopracitato: “Un bambino non ebreo, invece, non ha problemi di yichus. Dopo l’adozione sarà convertito [Ghiur katan, conversione del minore]. L’inconveniente, tuttavia, è che il bambino dovrà essere informato della sua conversione al raggiungimento della maturità religiosa, tredici anni per un maschio e dodici per una femmina. Il ragazzo sarà libero di rigettare la conversione prematura avvenuta senza il suo consenso. In questo caso, sarà da quel momento in avanti considerato non ebreo”.

 

Contatto fisico: la questione dell’yichud

C’è un’altra questione, oltre a quella della conversione con facoltà di rigetto postumo, che rende particolare la relazione con il figlio adottato. Benché egli debba essere considerato a tutti gli effetti parte della famiglia, rimane fermo il fatto che la sua origine biologica è diversa. La proibizione halakhica di entrare in contatto fisico con persone esterne alla propria famiglia (d’origine o creata dal matrimonio), per diversi poskim (“decisori”) si applicherebbe anche nella relazione tra figlio adottato e genitore del sesso opposto. La fonte si troverebbe nell’yichud (lett. isolamento), il principio che proibisce a un uomo e a una donna non sposati e non parenti tra di loro di appartarsi in una stanza chiusa. Secondo tale interpretazione quindi, tra il figlio e il genitore adottivo del sesso opposto sarebbero proibiti baci, abbracci e tutte le manifestazioni d’affetto che in una famiglia passano naturalmente per il contatto fisico.

Rabbi Ephraim Sprecher, Direttore della Diaspora Yeshiva a Gerusalemme, sul suo blog precisa che il divieto di contatto comincia col raggiungimento della maturità del figlio (sempre tredici e dodici anni, l’età del Bar e Bat Mitzvah); Rabbi Neustadt cita anche altri poskim, tra cui l’eminente Moshe Feinstein, che si sono pronunciati a favore di un approccio meno restrittivo, dal momento che, pur mancando il legame biologico, non si può negare che l’affetto e la confidenza che si creano siano a tutti gli effetti quelli di un rapporto genitore-figlio, non rientranti perciò in nessuna categoria delle relazioni illecite contemplate dalla Halakhà. Per ovvi motivi, questa visione più accomodante non fa fede se si parla di adozione di adulti.

 

Ridefinire l’identità

Sull’adozione di bambini non ebrei, in un vecchio – ma comunque attuale – articolo di The Jewish News of Northern California, il rabbino reform Yoel Kahn afferma: “I nostri bambini stanno ridefinendo chi e cosa sono gli ebrei”. Con le aperture e le chiusure del caso. Riferendosi in particolare alla tendenza, presso la comunità ebraica americana, ad adottare soprattutto bambini di origine cinese, aggiunge: “Alcuni degli stessi ebrei che si entusiasmano all’apprendere che nel XVI secolo esisteva una fiorente comunità ebraica a Kaifeng in Cina, sono decisamente meno entusiasti nell’incontrare ebrei americani di etnia cinese nel XXI secolo”.

Riguardo tale situazione, è interessante leggere la storia di Lauren Goldman Marshall, mamma adottiva di una bambina cinese, Abby, su eJewish Philantropy.

Lauren racconta di Abby, dei suoi sentimenti divisi tra la famiglia che l’ha adottata e quella d’origine che non ha mai conosciuto (“Come Mosè, che fu amato dalla famiglia adottiva, ma a un certo momento ebbe bisogno di conoscere ke sue radici”) e conclude: “Qui a Siattle, l’identità multiculturale di Abby non è così unica come si potrebbe pensare. È piuttosto comune imbattersi in bambini che sono allo stesso tempo asiatici ed ebrei, perché adottati o di famiglia mista. Una volta alle medie, l’insegnante ha chiesto se ci fossero ebrei nella classe. Solo in due hanno alzato la mano – Abby e un’altra ragazza, di origine giapponese. Dominazione asiatica!, hanno gridato, e tutti hanno riso. Il fatto che questi bambini non “sembrano ebrei” potrebbe preservarli da certi pregiudizi nella società e ciò potrebbe aggiungere colori diversi alla loro esperienza di cosa significhi essere ebreo. Non un’etichetta, ma una questione di scelta personale”.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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