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Come si racconta Israele ai turisti? Lo spiega Angela Polacco, una guida d’eccezione

Passato, presente e futuro di un paese ancora tutto da scoprire

Tel Aviv si è guadagnata il secondo posto tra le città da visitare assolutamente nel 2020 nella lista di Forbes e i voli low cost hanno aperto anche Israele al turismo veloce, quello da weekend, da prolungarsi con qualche giorno in più per raggiungere qualche altra meta. Un cambiamento grosso nella percezione di questo stato da parte del viaggiatori, togliendolo dalla categoria di luogo pericoloso in cui è impossibile muoversi autonomamente. Tuttavia,  spesso chi sceglie di visitare il paese si rivolge a una guida turistica perché lo accompagni in un percorso conoscitivo: non è facile capirci qualosa… Noi lo abbiamo fatto da qui, in una chiacchierata con Angela Polacco, guida di grande esperienza, madrelingua italiana in Israele, nel tentativo di dare una risposta alla domanda su cosa significhi raccontare Israele oggi. Non in forma narrativa o saggistica, ma nell’immediatezza di un viaggio.

Chi cerca una guida, oggi?
“Dopo un lungo periodo difficile, la gente ha scoperto che Israele è un posto che può visitare da sola semplicemente conoscendo un po’ di inglese, ed entrare in relazione facilmente con le persone.  La sa quella barzelletta che dice che in Israele le coppie non fanno l’amore per strada semplicemente perché altrimenti arriverebbero venti persone a spiegare loro come si fa? Ecco, questa è Israele. Molte persone però chiedono una guida perché vogliono capire. E io credo che il successo di un viaggio non sia tornare a casa con delle certezze, o meglio delle credenze, bensì farsi venire dei dubbi, creare aperture alla riflessone. Magari il turista arriva in Israele con un’idea stereotipata, spesso causata dalle immagini proposte dai media, che poi viene cancellata completamente. E oggi la richiesta, finalmente, è quella di voler conoscere Israele, con i suoi abitanti, l’arte, l’innovazione, la cultura e la storia”.

Un cambiamento importante rispetto al passato?
“Enorme. Ci sono state varie fasi. Quando ho cominciato a fare questo lavoro, sul finire degli anni 80, il turismo era tutto organizzato e la percezione era di un paese in guerra. C’era poi una grossa componente di turismo religioso, con l’obiettivo di fare dei pellegrinaggi. Ma spesso questi gruppi venivano con la propria guida spirituale, che, per un accordo tra Italia e Israele, si sostituiva alla guida locale. Poi ci sono state due grosse crisi, la prima a cominciare dal 1987, con la prima Intifada. Il turismo con cui avevo a che fare, in massa, era composto dai giornalisti, inviati per seguire i fatti. Avevano bisogno d’aiuto, spesso non conoscevano nemmeno l’inglese e in Israele tutte le comunicazioni importanti passavano attraverso la radio, quindi il mio ruolo si è trasformato per rispondere alle loro esigenze di comprensione dei fatti da raccontare poi sui media italiani. La seconda crisi fu determinata dalla Guerra del Golfo. In quegli anni ero accompagnatrice e producer perché i giornalisti arrivavano e dovevano adeguarsi ai tempi stretti per la trasmissione dei pezzi via etere (avevano solo 15 minuti!). Per me è stata un’esperienza importante, ho potuto conoscere personaggi della cultura come Yehoshua, Oz, Grossman e della politica, a cominciare da Netanyhau, allora giovane vice ministro degli esteri e portavoce nei rapporti con i giornalisti. Poi, con Oslo, la situazione si è distesa e anche il turismo ha dato segnali di interesse, in veste nuova: non più legato ai pellegrinaggi cattolici o a viaggi di orientamento politico, bensì incentrati proprio sulla conoscenza del paese”.

Un cambiamento anche rispetto alla percezione, dunque, che il grande pubblico ha di Israele?
“Come dicevo prima, spesso le persone arrivano qui piene di pregiudizi, spesso ne sono vittime e se ne rendono conto mentre viaggiano. Per esempio, balza subito agli occhi il fatto che non si veda la guerra, nemmeno negli anni 2000 quando c’erano gli attentati suicidi, c’è una sensazione di tranquillità e sicurezza. Poi c’è il pregiudizio sulla spiritualità, soprattutto a Gerusalemme. Intanto il suo nome, in ebraico Jerushalaim, esprime un duale: Gerusalemme è guerra e pace, luce e tenebra, addirittura è città terrena e celeste… Per me la città è di chi la abita. E può essere più o meno spirituale a seconda di chi la visita: è assurdo cercare questo elemento nei luoghi, occorre averla dentro di sé la spiritualità. E sa cosa penso? Per me la spiritualità è l’incontro con le persone. Israele è una marea di gente diversa, espressione di mondi altri, un crocevia di idee e di storie incredibili. E la cosa più bella che possa capitare è parlare con gli altri e scoprirle queste storie. Israele, se ci pensa, è un luogo di convivenza tra culture diverse, è avere relazioni. Questo elemento è imprescindibile ed è importante per tutti”.

L’itinerario ideale per capire Israele oggi?
“Non posso entrare nei territori A in quanto israeliana, ma a Gerico ci sono dei varchi aperti e lì ci sono occasioni interessanti per guardare Israele dall’altra parte: si può trovare chi accoglie i turisti e racconta la propria situazione di vita. Poi ci sono anche quelli chiusi nelle proprie convinzioni e propongono la propria verità come assoluta. Un confronto bello, interessante, proprio per aprirsi al dubbio, cominciando a capire che di risvolti questa medaglia ne ha molti. Importante l’invito a cena il venerdì sera: è un bellissimo modo per entrare in contatto veramente con la cultura ebraica, spesso per niente conosciuta per il suo carattere intimista e non pubblico. Poi credo che il tour dovrebbe proseguire nelle università, negli ospedali che sono mondi mai raccontati in cui la cura è per tutti, veramente in una forma democratica. Quindi, mi dirigerei a mostrare le grandi conquiste di Israele, a cominciare dall’acqua: il paese produce acqua e protegge le sue falde gelosamente da qualsiasi forma di inquinamento, con l’obiettivo di lasciarle alle generazioni future. Sono cose che i turisti non possono sapere e che siscitano grande meraviglia”.

La guida è richiesta anche dal turismo veloce, quello da weekend o poco più, che si è sviluppato di recente?
“Con le politiche dei cieli aperti e i  prezzi dei voli finalmente accessibili, stiamo assistendo all’arrivo di un turismo di massa: 4 milioni di persone nel 2018 e 4.6 milioni di persone circa nel 2019. A parte l’impreparazione ricettiva del paese, che ha strutture ancora inadeguate, questo turismo è comunque attento. Chi arriva non rinuncia mai a visitare Gerusalemme e spesso vuole andare anche a Masada. Nel 50 per cento dei casi, chiede una guida, almeno per capire la città, forse anche perché non esistono buone guide cartacee che permetterebbero ai turisti di girare in autonomia. Un esempio? Il museo di Yad Vashem: va raccontato, a cominciare dalla sua architettura”.

Come descriverebbe Israele, oggi?
“Israele è un luogo che continua a sognare e a credere nel sogno. Ora il sogno è realizzare una stabilità per un paese che guarda al futuro, migliorando il mondo. Non è un caso che il motto delle start up ha sempre a che fare con il concetto di Tikkun Olam. Quella è una risposta alla domanda su quale sia il ruolo dell’uomo nel mondo. E Israele  è il paese in cui si cerca una risposta a quella stessa domanda, declinandola in ogni ambito. Quelli che io chiamo i nuovi sionisti son i giovani idealisti di oggi, che inseguono la qualità della vita piuttosto che il possesso. Sono quelli che mettono in piedi magari una fattoria nel deserto, grazie alla convinzione che quello sia il posto giusto, nonostante il governo faccia ben poco per le realtà periferiche. Ma questo è solo un esempio. Certo, ci vuole un po’ di follia, ma per fortuna ne abbiamo tanta!”.

Qual è il ruolo di una guida turistica?
“Riuscire a far vedere i luoghi attraverso gli occhi dei clienti, aprire spiragli di comprensione e soprattutto suscitare il dubbio. Per me, la cosa più bella è l’incontro con le persone, capirle, cercare di sintonizzarmi con loro per trovare le cose che uniscono: quelle che dividono divideranno sempre”.

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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