Cultura
Comunicare la Shoah. Casi editoriali e politiche di mercato

Un’analisi delle (nuove) parole della comunicazione culturale, tra strategie aggressive ed errori macroscopici

Uno Zombie si aggira per l’editoria italiana. E’ lo Zombie del giorno della memoria. Vive nelle soffitte delle case editrici in una specie di scatolone, come le decorazioni natalizie che vengono tirate fuori pochi giorni prima di fare l’albero. Così, intorno al 20 gennaio cominciano a uscire dei titoli, molto spinti a livello pubblicitario, che poi vengono regolarmente dimenticati e passano in secondo piano nei giorni successivi, diciamo intorno a metà febbraio quando lo Zombie viene rimesso a dormire dopo la sua breve apparizione in libreria. Succede un po’ lo stesso per il teatro e la cultura: esiste un teatro costruito ad hoc per il giorno della memoria, spesso promosso da scuole e associazioni, che poi, salvo rari casi, non circola, nasce e muore in poco tempo. Nella maggior parte dei casi è un teatro lacrimoso e agiografico, dove le Anna Frank e le Etty Hillesum vengono rispolverate in chiave pietistica e dove soprattutto la responsabilità cade unicamente sui Nazisti cattivi mentre al solito gli italiani son brava gente. Ma questo è un altro discorso e credo anche di averlo già fatto, anzi, ormai lo ripeto come un disco rotto direi quotidianamente.
Quest’anno l’editoria italiana ha scoperto una nuova strategia per vendere: l’aggressività. Lo Zombie per avere vitalità e successo editoriale deve essere sporco di sangue, mostrare i denti aguzzi. E poi bisogna ridargli un po’ d’energia al cadavere eccellente, perchè, diciamocelo, la Shoah interessa sempre meno. Soprattutto non è fondamentale capire, bisogna stupire. E allora vai con la galleria dei titoli. Il primo è Cazzo ebreo ma credo che ne parleranno i colleghi di JoiMag e Elena Mortara ha fatto già uscire sulle pagine di Moked una brillante disanima del titolo e dell’operazione. Ha spiegato che il problema non era stata tanto la parola “cazzo” ma quell‘ebreo che non è un aggettivo ma un sostantivo e che usato in quel connubio suona offensivo e antisemita, oltre che sbagliato a livello linguistico. Tanto più, continuava Mortara, che il titolo originale del testo della tedesca Katharina Volckmer era L’Appuntamento perchè di questo si parla nel volume in questione: sedute dall’analista di una giovane tedesca che elabora la vergogna per la Shoah. Il libro non l’ho ancora letto quindi non entro nei contenuti, qui parlo soltanto della comunicazione. Nella scheda di Nave di Teseo che lo pubblica  si legge che tre sono le risposte che il romanzo suggerisce: “accettarsi,  perdonare, amare”. Forse può perdonarsi la Germania, forse può perdonarsi una discendente di terza generazione tedesca; sicuramente non può ancora perdonarsi il pubblico italiano che sul lettino dello psicoanalista a elaborare la vergogna della Shoah non ci è mai minimamente salito. Comunque dopo un grande battage anche Cazzo ebreo si è rapidamente sgonfiato. La Shoah non interessa a livello italiano, figuriamoci a livello europeo.  I lettori si sono stufati, e forse anche giustamente, di vedere gli ebrei sempre presentati come vittime santificate con l’aureola: tutto ciò da una parte genera un buonismo di maniera dove si cela un sentimento di colpa latente che, come sappiamo dalla psicoanalisi più elementare, non è altro che rabbia ed è un ennesimo camuffamento di antisemitismo; dall’altro regna la noia perché queste vittime sono angeli senza corpo e senza storia, quindi senza un’umanità in cui rispecchiarsi. E allora il fatto che l’ebreo abbia un cazzo (beh, Philip Roth lo diceva con più stile e poi tutto sommato parlava del suo) è come fare i baffi alla Gioconda, è la battuta del ragazzino alle elementari che dice la parolaccia e poi si nasconde sotto il banco con la classe che ride e la maestra arcigna che grida chi è stato. E’ una provocazione che nasce da un’aggressività repressa che andrebbe tirata fuori e forse ammessa ma anche approfondita e capita. Un altro esempio di aggressività.
Altra serissima casa editrice fa uscire per il giorno della memoria e dintorni un libro scritto da un direttore d’orchestra israeliano che “è stato respinto da 23 case editrici in Israele” (eccoci pronti al lancio) perché parla della manipolazione a scopo politico che Israele ha fatto della Shoah. E’ definito un libro coraggioso, con evidente riferimento alla parabola dello stato di Israele da una vocazione aperta e piena di speranza verso un fondamentalismo religioso esclusivo”. Intanto premetto una cosa. Le parole sono importanti, soprattutto quando si fa un lavoro sulla comunicazione e si parla di un paese che non è il nostro. Cioè: benissimo presentare il punto di vista provocatorio di un autore israeliano su Shoah e Israele. Meno bene presentare Israele come un paese ormai “verso un fondamentalismo religioso esclusivo” in cui si fa velatamente capire che il libro è stato di fatto censurato, con quell’enfasi sul rifiuto da parte di ben 23 case editrici (Omer Meir Wellber, Storia vera e non vera di Chaim Birkner, Sellerio, ndr). Fermo restando che sono io la prima a dire che l’Israele di adesso non è più quello del passato, che ha perduto la sua vocazione autocritica e che la destra alla cultura non ha un atteggiamento aperto, posso però garantire che nel paese non esiste censura. Ci sono argomenti scottanti, non amati, ma il dibattito culturale esiste da sempre, perfino nei tempi più bui, se no Hanoch Levin non sarebbe uno degli autori più conosciuti e apprezzati (lui sì in passato censurato dal Governo per il suo Rezach: ma scoppiò uno scandalo e il paese insorse). Forse però dovrei spiegare a molti critici e editori italiani chi è Hanoch Levin. Ma è questo il problema: che non gliene fregherebbe niente, perché, ripeto, nessuno vuole capire o conoscere seriamente, solo prendere a man bassa quello che serve a vendere. Sul discorso specifico della manipolazione della Shoah da parte di Israele poi gli israeliani ne hanno parlato da sempre tra di loro. Il Teatro di Akko, uno dei più famosi nel settore Fringe, ci ha costruito la sua carriera su questo concetto già dagli anni ’90, quando David Mayan, il fondatore, mise in scena uno storico spettacolo Arbeit macht Frei dove un’ebrea ashkenzita, uno sefardita e un palestinese condividevano le loro storie di genocidio e si parlava dei danni emotivi causati dalla manipolazione ideologica sulle generazioni successive. Non sono i beniamini della destra, magari hanno finanziamenti ridotti dallo Stato ora, ma nessuno ha chiuso loro la bocca. 
Qualche anno fa uscì un libro di Dorit Rabinyan pubblicato da Fazi dove si parlava della storia d’amore tra una ragazza israeliana e un ragazzo palestinese. Anche quello venne presentato come “censurato” in Israele. Non era affatto vero. Dato che c’era la destra alla cultura non era stato messo tra i libri consigliati agli studenti delle superiori. Ma si trovava tranquillamente in libreria. Sulla parola “fanatismo religioso” stavolta bipartisan, legato a tutte e tre le religioni monoteiste, gioca anche Feltrinelli quando presenta una lezione sul Medio Oriente di Gad Lerner, nella cui scheda si legge: Tre lezioni su tre fanatismi religiosi che fanno parte del nostro quotidiano”. Come se fossero le religioni a essere fanatismi, non la loro deriva. Ora, direte voi, ci si poteva arrivare al concetto: ma se sei Feltrinelli hai il dovere di usare le parole giuste perché il linguaggio corre e degenera. Un’altra forma di aggressività sono le immagini di copertina. Spesso raccapriccianti. Navigando in rete scopro un saggio su letteratura e Shoah, cioè su come gli scrittori hanno tentato di confrontarsi con questa difficile memoria. Intanto si fa una gran confusione unendo voci di testimoni (Levi, Delbo) a scrittori che parlano del rapporto tra Shoah e Israele (Grossman), autori di teatro documento come Weiss: il tutto senza una chiara analisi scientifica, solo accatastando materiali troppo diversi per epoche, luoghi e vissuti per essere presentati senza contestualizzazione. In copertina, foto di deportati scheletro in una baracca. Se fai un libro sull’immaginario della Shoah tu, casa editrice, dovresti puntare sull’Auschwitz che è in noi, su quello che dovrebbe essere il difficile lavoro di ricostruzione immaginifica che ognuno di noi avrebbe il dovere di fare. E con immaginifico non intendo una parola semplice e disimpegnata: vuol dire che ognuno di noi dovrebbe perlomeno sforzarsi di provare a “essere” a Auschiwitz, di mettersi nelle stesse terribili condizioni. Troppo facile dire, eh, ma è impossibile, magari citando Adorno, che ora fa tanto cool. Una sopravvissuta rispose a un mio amico storico isrealiano, Freddie Rokem, che stava scrivendo un saggio su teatro e Shoah e le aveva confessato di sentirsi a disagio a trattare alcuni argomenti, dato che non li aveva vissuti in prima persona: ”Caro, usi tanta immaginazione”. Purtroppo è quello che ci resta, l’immaginazione, perché i sopravvissuti sono quasi tutti spariti.
Ma è parola politica, attiva, non ricorda la Vispa Teresa, casomai il Tabori de I Cannibali (l’ho tradotto per Einaudi anni fa, un’opera straordinaria: beh, guarda caso non si trova già più in commercio, te la devi comprare usata su ebay). Comunque la chicca delle chicche è questa. Andando a vedere la scheda tecnica di questo saggio italiano di cui parlavo trovo scritto in grassetto in fondo alla descrizione: “consigliato da Ezio Greggio di Striscia la notizia”. Lì per lì rimango basita. Mi fa piacere che Greggio legga un libro su letteratura e Shoah ma che venga citato come uno che lo deve consigliare mi pare strano. Poi amici comprensivi mi risvegliano dallo stato di shock catalettico spiegandomi la vicenda di Liliana Segre a cui il comune di Biella ha negato la cittadinanza onoraria offrendola invece a Ezio Greggio e l’attore ha rifiutato in segno di rispetto. E ha fatto bene. Ma questo fa di lui un esperto di letteratura e Shoah da mettere in grassetto in fondo alla scheda tecnica di un saggio? Gente, siamo alla frutta. Ma tanto ormai siamo a febbraio, splende il sole dell’avvenire e lo Zombie è di nuovo sigillato nello scatolone. Per un altro anno siamo a posto: tranquilli, non ne parlerà nessuno.
Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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