Cultura
Conto alla rovescia

Governo in Israele: non ci sono i numeri ma, soprattutto, un congruo insieme di partiti e liste punta all’emarginazione, se non all’estromissione, dalla scena politica di Netanyahu

Le esortazioni, a partire da quelle espresse dal capo dello Stato Reuven Rivlin, si sprecano: superare le divisioni, trovare occasioni di sintesi, cercare di garantire la governabilità e così via. Come anche: «è stata una scelta non facile, dal punto di vista etico e morale», rimandando alla necessità di attribuire comunque all’esponente della lista maggiormente votata il compito di verificare se sussistano le condizioni per dare vita ad un esecutivo. La ventiquattresima legislatura della Knesset si apre infatti all’insegna non solo dell’incertezza di orizzonte ma anche della più assoluta precarietà.

Plausibile, quindi, che si possa rivelare esclusivamente un passaggio tra un’elezione e l’altra, posto che la durata mediana di un mandato parlamentare in Israele non supera oramai gli otto-dieci mesi. D’altro canto, i numeri per formare una maggioranza stabile sono di nuovo vacanti. L’incarico esplorativo di formare un governo è stato affidato ancora una volta a Benjamin Netanyahu, oramai prossimo a divenire il politico più longevo d’Israele. Infatti, nella sua lunga esistenza di leader, ha governato per oltre quindici anni, dal 1996 ai giorni nostri. Non si può infatti disconoscere il fatto che a tutt’oggi il sistema politico israeliano ruoti intorno alla sua controversa figura. Tale poiché non solo implicata in una serie di processi in corso, con il rischio che la magistratura giudicante lo condanni a breve, ma anche per essersi ritagliato un ruolo del tutto inedito nella storia politica del Paese, quello di ago della bilancia degli equilibri di coalizione.

Di fatto, dopo la quarta elezione per il parlamento monocamerale in due anni, quella avvenuta il 23 marzo scorso, la sua permanenza o la sua estromissione dal premierato continua a costituire la “pietra dello scandalo” sulla quale giocare gli equilibri prossimi venturi. L’incarico attribuitogli obtorto collo da Rivlin, che gli conferisce ventotto giorni esplorativi oltre ad altri quattordici supplementari, rischia quindi di rivelarsi vano. L’attuale configurazione della Knesset, ancora una volta fortemente frammentata e frastagliata al suo interno, vede trenta seggi per il Likud (di cui uno ad Atid Ehad e un altro a Gesher); nove allo Shas, otto a Bianco e Blu, sette all’United Torah Judaism (le cui composizione di lista ne attribuiscono quattro a Degel HaTorah e tre ad Agudat Yisrael). All’opposizione, ossia tra i partiti e le liste che nella precedente legislatura perlopiù non partecipavano alla maggioranza di governo, ci sono i diciassette seggi di Yesh Atid, i ventuno, suddivisi in tre parti equivalenti, quelle rispettivamente di Yamina, del Labor e di Yisrael Beiteinu, i sei di Sionismo religioso (che imbarca due esponenti radicali, l’eletto di Otzma Yehudit e quello di Noam), i sei della fortemente ridimensionata Joint List araba (di cui tre di Hadash, due di Ta’al e uno di Balad), gli altri sei di New Hope così come del Meretz e i quattro degli arabi di Ra’am.

Per l’appunto, l’incarico che Rivlin ha attribuito a Netanyahu è, al medesimo tempo, un passo obbligato – in quanto il primo tentativo di formare il governo spetta di prassi sempre al leader del partito di maggioranza relativa, il quale ha il compito di costruire intorno alla sua persona una coalizione parlamentare – quanto un gesto che lascia presagire da subito scarse possibilità di riuscita. Non ci sono i numeri ma, soprattutto, un congruo insieme di partiti e liste punta all’emarginazione, se non all’estromissione, dalla scena politica del premier uscente. In un gioco di sfiancamento dove i cittadini israeliani sono chiamati a partecipare ad una continua gara elettorale che, nei suoi diversi passaggi, ha la natura di prassi meramente interlocutoria. È così oramai da due anni: il tiro alla fune tra Bibi e i suoi avversari sta paralizzando i processi decisionali dell’esecutivo. Al momento, in base alle alchimie del caso, il blocco delle destre (Likud, Shas, United Torah Judaism e Sionismo religioso) dovrebbe riuscire ad attrarre a sé il recalcitrante Yamina e il partito islamista Ra’am, superando così la soglia della maggioranza assoluta, pari a sessantuno scranni parlamentari. Risulta tuttavia decisamente improbabile che quelle forze politiche che hanno fatto una campagna elettorale in aperta opposizione a più aspetti della presenza araba, possano ora imbarcare un partito che ne rappresenta un discreto insediamento popolare. Sarebbe una sorprendente, se non inaudita, rottura nella loro prassi politica, incontrando peraltro anche l’opposizione decisa di molti elettori. Per parte loro, gli oppositori di Netanyahu non hanno numeri alternativi sui quali contare. Confidando sull’ipotesi, per nulla peregrina, che il prosieguo delle vicende giudiziarie in cui è coinvolto l’ex premier ne sfianchino la resistenza. In altre parole, parrebbe che il countdown verso un’altra convocazione alle urne sia già implicitamente iniziato.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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