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Cultura
Cosa significa parlare di Dio? Intervista a Gabriella Caramore

Dialogo con la voce storica della trasmissione “Uomini e Profeti”, in occasione dell’uscita del suo libro

Gabriella Caramore potrebbe essere definita colei che ha portato Dio alla radio. Voce della trasmissione Uomini e Profeti su Rai Radio 3 per trent’anni, ha portato al pubblico uno sguardo critico, aperto, intelligente sulla religione, o meglio, su come l’uomo si relazione alla religione e all’Entità superiore. E ora per Einaudi è uscito La Parola Dio, un libro nato da questa esperienza professionale. Ne abbiamo parlato con lei.

Perché un libro sulla parola di Dio oggi?

In realtà il libro non è sulla “parola di Dio”, ma sulla parola “Dio”. È un lapsus che commettono molti. Si stenta a pensare che “Dio” possa essere considerato soltanto una “parola”. Si è così abituati a dare a Dio uno statuto di soggetto, di “persona”, si è così assuefatti a considerare un Dio che agisce, che parla, appunto, che interviene nelle vite degli umani, che si fatica a ricordare che “dio” è un nome comune, non un nome proprio, con il quale le diverse civiltà, fin dai tempi più remoti, hanno voluto dar nome a qualcosa di più grande delle vite mortali, di più inconoscibile, di più tremendo, e nello stesso tempo a qualcosa di consolante, a una possibilità di riparazione alla fragilità dell’uomo. Nell’ambito della tradizione che è diventata quella più affermata in Occidente, quella giudaica e poi anche cristiana, Dio non solo viene narrato in molti modi, gli si attribuiscono diversi “caratteri”, ma viene anche chiamato in molti modi: Il Signore, l’Altissimo, il Possente, il Nome, Colui che sta sulle alture, e in tanti altri modi. Il suo nome più proprio è un tetragramma impronunciabile, e nel terzo comandamento di raccomanda di non nominare “vanamente” o “falsamente” il suo nome. Nel Nuovo Testamento, poi, per lo più viene chiamato “Padre”, quasi a ricordarci che siamo tutti figli di una stessa storia. Questa possibilità di dare a Dio nomi diversi ci aiuta a non fissarlo in schemi troppo rigidi, a non farne un “oggetto” dei nostri pensieri, ma piuttosto a pensarlo come qualcosa – o qualcuno – di inafferrabile, di non traducibile né in una immagine né in un concetto. È un chiaro invito a non fare di Dio un idolo alla nostra misura. Considerare la parola “Dio” come qualcosa dentro un linguaggio, dentro una storia, dentro una ricerca ho l’impressione che non indebolisca il valore di questa parola, ma favorisca quell’atteggiamento antiidolatrico che la Bibbia stessa suggerisce.

Quali sono i bisogni attuali rispetto alla spiritualità e alla religiosità? Chi cerca Dio?

È difficile dare una risposta valida per tutte le situazioni. Viviamo in un mondo plurale. Viviamo in una congerie di parole, linguaggi, segni, che si confondono tra loro, che si sovrappongono. E inoltre viviamo in una situazione in cui epoche diverse si fronteggiano sul piano della storia e decine e decine di conflitti serpeggiano ovunque sulla terra. In alcuni contesti il bisogno di religiosità e spiritualità si manifesta in ritualità antiche che continuano a ripetersi inalterate nei secoli; in altri prendono la strada di una rivalsa fondamentalistica, più o meno aggressiva, a seconda della situazione politica in cui si sviluppano; in altri il bisogno di spiritualità sembra sopito, soddisfatto da altro, e le religioni appaiono come sopravvivenze arcaiche di epoche remote. In realtà penso che in tutte le congiunture storiche gli esseri umani non bastino a se stessi, e cercano di mettersi in contatto con qualcosa che li “sopravanza”, cercano di sporgersi al di fuori di se stessi, qualunque sia il nome che danno a questo altrove. Certo, oggi la confusione rumorosa che regna ovunque può rendere difficile questa ricerca. E tuttavia ritengo che sia irrinunciabile.

Mi piace l’idea di un addomesticamento di Dio, se posso permettermi la “traduzione” poco ortodossa: un Dio che è incontro tra esseri umani, è l’essere “insieme”. In che modo questa visione più umana di Dio rimanda alla spiritualità?

Sono titubante di fronte all’espressione “addomesticamento” di Dio: rischia di somigliare troppo a un Dio fatto su misura, a proprio uso e consumo, da tenere, appunto, fra le mura domestiche. Piuttosto, forse si potrebbe dire che quello che le religioni hanno voluto suggerire è stato un modo di possibile convivenza tra gli esseri umani, l’insegnamento di una strada per cui il vivente potesse da un lato proteggere la propria e altrui fragilità, e dall’altra potesse aspirare ad una condivisione del bene, a un far fronte al male, alla possibilità di dare sviluppo alle sue tante potenzialità di espressione, di conoscenza, di creatività. A tutto questo, in modalità diverse per ciascuna cultura, è stato dato il nome di Dio. Quando nella Bibbia si fa ricorso alla “giustizia” di Dio, alla sua “misericordia”, alle “leggi”, ai “precetti”, alla “sapienza” – tutto questo viene messo sotto l’arco protettivo del nome di Dio, quasi a salvaguardare l’autorevolezza di questi insegnamenti. E sì, in fondo anche la consapevolezza degli esseri umani di vivere “insieme” su questa terra, e di dover trovare un modo per comporre i conflitti, forse anche a questo è stato dato il nome di Dio.

Potrebbe essere una preghiera laica o anzi un metodo per atei di avvicinarsi a Dio?

Il tema della preghiera è delicato e estremamente profondo. Esistono le preghiere rituali e le preghiere spontanee, le preghiere rivolte per ottenere un dono e quelle di pura lode e ringraziamento. L’esperienza della preghiera è talmente vasta e universale che non è possibile unificarla sotto un’unica denominazione. Ma proprio per questo mi sembra che nella vita di ciascuno, anche di chi non appartiene a nessuna religione, vi sono momenti di preghiera. In fondo, pensare di potersi avvicinare a Dio con la preghiera potrebbe essere anche un atto di presunzione. Forse l’umiltà impone, più semplicemente, di rivolgere il proprio desiderio, la propria speranza, il proprio grido o la propria lode verso qualcuno – o qualcosa – che non si conosce, o che si può intravvedere appena nel volto dell’altro, del nostro prossimo o del nostro lontano.

Il Dio Parola, il Dio che si fa parola è in grado di parlare ancora oggi? Perché?

Appunto. La mia impressione è che quella che tradizionalmente viene chiamata “Parola di Dio” sia in realtà quell’insegnamento contenuto nelle Scritture, laboriosamente raccolto dalla tradizione orale e messo insieme da molti redattori e poi composto da un redattore finale, in cui un popolo cerca la sua strada, che non è soltanto la strada verso una terra dove scorre il latte e il miele, ma la strada verso la giustizia e la pace, verso la fraternità e la libertà, verso la costruzione di un mondo in cui regni la verità e il diritto. Come dice la Torah. Come annunciano i profeti. Come cantano i Salmi: “Amore e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra, e giustizia si affaccerà dal cielo” (Sal 85,11-12). Allora sì, se vi si cercano le tracce di questo insegnamento, come un segnavia che indichi la strada, allora sì, penso si possa dire, che quelle parole sono in grado di parlare ancora oggi. E anzi, soprattutto oggi ce n’è più che mai bisogno.

 

Gabriella Caramore, La parola Dio

Einaudi, Vele, euro 10, 20

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973 e da quando ha cominciato a scrivere, non ha più smesso (compulsivamente) di farlo. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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