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Cultura
Cos’è il Centro per l’Arte Contemporanea di Tel Aviv?

Intervista al direttore e curatore Nicola Trezzi

A due passi dal mercato di Shuk ha Carmel è ‘incastonato’ un vero e proprio gioiello per gli amanti dell’arte contemporanea: il CCA Tel Aviv, acronimo di centro per l’arte contemporanea. Fondato nel 1998, a Tel Aviv è sicuramente il luogo più all’avanguardia per l’arte contemporanea, sia israeliana che internazionale. L’attuale direttore e curatore è peraltro un italiano: Nicola Trezzi, ex redattore per gli Stati Uniti della rivista Flash Art International e docente presso Bezalel, l’Accademia di Arte e Design di Gerusalemme. Come dice Trezzi: “Se Shuk ha Carmel è un microcosmo di Israele, il CCA è un microcosmo dell’arte contemporanea, non solo israeliana”. Un’isola felice, indipendente, svincolata dai meccanismi tipici dei musei, in grado di produrre nove mostre all’anno e due eventi alla settimana con uno staff di sole sei persone: “una kunsthalle all’europea,” lo definisce Trezzi, ma con i ritmi di Startup Nation e Nonstop City. L’abbiamo intervistato, per meglio inquadrare la sua esperienza personale all’interno di questo suo percorso, continuo, tra Italia e Israele.

Cominciamo dall’inizio, prima ancora di arrivare al CCA Tel Aviv, come hai iniziato il tuo percorso artistico in Italia e cosa poi ti ha portato qui?
Mi piace l’utilizzo del termine “percorso artistico”, rispetto a “carriera” e “percorso professionale” e ti rispondo con un aneddoto che ritengo appropriato a tale terminologia. Quando avevo sei anni, il primo giorno di scuola elementare tutti i bambini ricevettero un foglio bianco sul quale furono invitati a fare un disegno libero: io raccolsi tal invito piegando il foglio in quattro parti, in modo da avere quattro parti uguali e in ogni parte disegnai un fenicottero in una differente posizione. Mia mamma, insegnante elementare nella stessa scuola, me lo raccontò molti anni dopo.
Cosa mi ha portato in Israele? Nel 2008, quando vivevo a New York e lavoravo per Flash Art International, Artis, organizzazione filantropica che supporta artisti israeliani nel mondo, mi invitò a visitare Israele e scoprire la scena artistica contemporanea: rimasi molto impressionato e mi dissi “se ci dovesse essere l’occasione giusta, mi piacerebbe molto lavorare e vivere qua”.
Dopo questa prima visita tornai ogni anno, sempre per lavoro, a volte per una settimana, a volte per qualche mese. Sei anni dopo fui invitato a candidarmi come Direttore del Master di arti visive di Bezalel. Accettarono la mia candidatura, mi trasferii in Israele e dopo tre anni ho cominciato il mio lavoro come Direttore del Centro dove ho appena cominciato il mio quinto anno.

Quando si parla di Made in Italy lo si associa quasi sempre a un prodotto e raramente ad uno state of mind come nel caso della curatela. Cosa, avendo un background legato all’Italia, ha contributo e influenzato il tuo modo di essere curatore all’estero e nello specifico in Israele?
Ovviamente, la grandissima presenza di arte in Italia ha influenzato per secoli la cultura del nostro Paese e lo si vede nel cinema, nella moda, nel teatro e spesso, paradossalmente, questa presenza diventa un peso quando si parla del “sistema” dell’arte contemporanea. Penso sia importante sottolineare entrambi questi aspetti. Per quando riguarda la curatela, preferirei parlare di “fare mostre”, azione che più si addice al mio lavoro, che definirei quindi con il termine di “fautore di mostre”. Ritengo, infatti, che il termine “curatore” sia spesso legato all’idea di prendersi cura di una collezione e quindi associato a un contesto a cui non appartengo direttamente, poiché non ho mai lavorato per un museo o per una collezione privata se non a livello sporadico. Fatta questa premessa, il mio passato mi ha permesso di accumulare molta conoscenza diretta legata alla “storia delle mostre d’arte”, che è qualcosa di diverso dalla storia dell’arte, il cui studio non sempre aiuta a creare una pratica interessante nell’azione di “creare mostre”. Un esempio fra tutti: vidi la mia prima Biennale di Venezia nel 1999 a 17 anni e alcune opere e alcuni “momenti” rimasero impressi nella mia memoria senza sapere di chi o cosa si trattasse. Eppure, queste esperienze vanno a costituire un background e un conseguente stato mentale, o “attitudine” – per citare il titolo di una famosa mostra del curatore Harald Szeemann – specialmente quando si lavora in un Paese come Israele dove l’accesso a mostre di arte contemporanea è ancora molto centralizzato.

Rispetto a un tempo, il ruolo del curatore è cruciale nel “mediare” tra arte, artista e pubblico. In particolare, quando si tratta di collocare le opere all’interno di un involucro museale. Quali sono le caratteristiche del CCA Tel Aviv come location site specific?
Come dicevo, il Centro non è un museo: è una istituzione senza scopo di lucro e senza collezione, simile al concetto di kunsthalle, se si pensa ai paesi di lingua e cultura tedesca. Quindi non essendoci collezioni, si focalizza sulla commissione e produzione di opere di artisti contemporanei sia israeliani, sia stranieri che vivono in Israele, sia provenienti da altre parti del mondo.
Per questi motivi, è raro che mi trovi a “collocare opere in un involucro museale”, anzi la maggior parte delle volte sia io che l’artista in questione vediamo l’opera, per la prima volta nella sua interezza, solo pochi giorni prima dell’inaugurazione.
Rispetto alla nozione di “in situ”, viste anche le premesse sopra citate, tutti i nostri progetti lo sono per definizione perché sono creati apposta per uno spazio e quando dico “uno spazio”, un sito, intendo tanto lo spazio fisico del Centro, quanto lo spazio metropolitano e cosmopolita di Tel Aviv-Giaffa, lo spazio geografico del medio oriente, lo spazio politico, storico, identitario e culturale di Israele, e così via. 

Oggi come non mai, nel contesto dell’arte contemporanea si aggiunge anche il paradigma dei social media che, nel bene e nel male, non possiamo ignorare. In che modo tu pensi sia possibile integrare questo ulteriore elemento in modo produttivo e creativo?
Nel bene e nel male, non penso che l’operato del Centro, o nessuno dei miei progetti indipendenti, possa costituire un “caso” rispetto al tema dei social media nel campo dell’arte contemporanea. Questo non significa che non usiamo i social ma semplicemente che il nostro pubblico è per la maggior parte costituito da addetti ai lavori, amanti dell’arte, studenti, colleghi, persone che arrivano da noi per scelta e non per “social”.
Penso che questa sia una domanda adatta ai curatori dei grandi musei.

Quali sono i progetti futuri del CCA Tel Aviv e quali progetti vorresti tu sviluppare in futuro?
A metà gennaio inauguriamo una mostra personale dell’artista cileno e naturalizzato francese Enrique Ramírez, e una personale dell’artista israeliana Liora Kaplan.

Enrique Ramirez

La mostra di Enrique – che ha fatto molte mostre in istituzioni francesi e Biennali, ma mai in un’istituzione in Israele o in medio oriente – avrà luogo sia nella galleria al pian terreno, dove presenterà un mix di lavori nuovi ed esistenti, che nella galleria multimediale al secondo piano dove presenteremo una selezione dei suoi film.

Liora Kaplan

La mostra di Liora – sua prima personale istituzionale – è costituita da una serie di nuovi lavori presentati nella galleria al primo piano. La cosa interessante è che per entrambi si tratta di un ritorno: Enrique partecipò alla mostra “Lives Between” curata dal mio predecessore – e fondatore del Centro – Sergio Edelsztein, insieme a Joseph Del Pesco, direttore internazionale di KADIST, una delle diverse istituzioni pubbliche e private con cui collaboriamo. Liora invece ha esposto all’interno di un progetto speciale che abbiamo fatto assieme all’artista Jonathan Monk. Contemporaneamente a queste due mostre, il Centro presenterà la sua nuova “identità”: un nuovo logo, disegnato dall’artista Ido Michaeli, un nuovo font, “Circular CCA”, disegnato da Laurenz Brunner e distribuito dalla fonderia svizzera Lineto, nuovo logo e veste tipografica concepiti dai grafici di Haifa Hagar Messer & Ofri Fortis e un nuovo sito – in ebraico, arabo e inglese – creato grazie alla piattaforma israeliana WIX.
In futuro mi piacerebbe portare a termine una mostra collettiva i cui partecipanti sono artisti che non lavorano da soli e non lavorano con il proprio nome, ma in collaborazione con altre istituzioni. La pandemia mi ha costretto a posticiparla ma spero, un giorno o l’altro, di poterla finalmente realizzare.

Enrique Ramirez e Liora Kaplan in mostra al CCA Tel Aviv dal 20 gennaio 2022

Fiammetta Martegani
collaboratrice

Curatrice presso il Museo Eretz Israel, nasce a Milano nel 1981 e dal 2009 si trasferisce a Tel Aviv per un Dottorato in Antropologia a cui segue un Postdottorato e nel 2016 la nascita di Enrico: 50% italiano, 50% israeliano, come il suo compagno Udi. Collaboratrice dal 2019 per l’Avvenire, ha pubblicato nel 2015 il suo primo romanzo “Life on Mars” (Tiqqun) e nel 2017 “The Israeli Defence Forces’ Representation in Israeli Cinema” (Cambridge Scholars Publishing). Il suo ultimo libro è Tel Aviv – Mondo in tasca, una guida per i cinque sensi alla scoperta della città bianca, Laurana editore.


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